Fates Warning : Theories Of Flight

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Etichetta: Inside Out Records
Anno di uscita: 2016
Produzione: Fates Warning
Durata dell’album: 52.47
Genere: Progressive Metal


I Fates Warning oggi sono considerati uno dei nomi più rispettati del progressive metal. La band, attiva senza interruzioni dal 1982, a tre anni dall’uscita di »Darkness in the Different Light« ha sfornato il successore, nonché dodicesimo album in studio, intitolato »Theories of Flight«.

Il disco precedente lasciava già intuire bene perché tra lui e »FWX« (2004) fossero dovuti passare ben nove anni. Con »Darkness in the Different Light«, che senza dubbio è un album eccellente, i Fates Warning sono tornati in qualche modo ai tempi di »No Exit«, »Parallels« e »Perfect Symmetry«, sia come suono sia come approccio compositivo. Dai tempi di »Inside Out« non picchiavano così duro e con tanto impatto nei decibel. Nel nuovo album non c’è traccia di esperimenti con suoni elettronici né di tentativi simili di «modernizzare» il sound seguendo le mode. »Theories of Flight« approfondisce la direzione musicale del predecessore, la coltiva e, soprattutto, la porta oltre. La nuova formazione (anche se Frank Aresti ha lasciato ufficialmente la band già prima dell’uscita del disco) ha trovato la giusta taratura compositiva e un ottimo fiuto artistico nel piazzare e cogliere le idee.

Che cosa significa? Che il chitarrista Jim Matheos, unico membro originale (e fondatore) dell’attuale line-up, nonché capo e mente creativa della band, non era così ispirato dal punto di vista compositivo, così «affilato» creativamente, da parecchio tempo come in questi ultimi anni. L’eccellente »Darkness in the Different Light«, pur con le sue evidenti qualità, nascondeva ancora qualche piccola riserva, che »Theories of Flight« sfrutta, riempiendo a pieno sangue le lacune artistiche. Soprattutto per un ritorno musicale ancora più efficace all’interno delle composizioni stesse e, di conseguenza, per la creazione di stati d’animo e atmosfere ancora più avvincenti.

Ray Alder canta in modo clamoroso, come ai tempi migliori: si sente che la sua voce funziona di nuovo alla grande, come aveva già lasciato intendere il disco precedente. Ma stavolta la voce di Alder è sfruttata musicalmente ancora di più. Il nuovo album infatti gioca benissimo con complessità e orecchiabilità melodica, camminando con una destrezza incredibile sulla linea di confine tra questi due elementi. Come pochi altri album nella carriera dei Fates Warning. È difficile credere che una band riesca a farlo al dodicesimo album in studio, eppure è proprio così! Il disco è zeppo di ritornelli memorabili che, con la loro melodicità e una produzione grassa, dal forte carico di oscurità, finiscono spesso per prendersi la scena. I Fates Warning sono maestri scaltri nel far salire la tensione delle atmosfere, che si avvicinano piano piano al crescendo di solito proprio in questi ritornelli cantabili. Due brani superano i dieci minuti e queste due mini suite epiche sono capolavori nel fondere complessità e accessibilità melodica. In questo senso sono dei veri piccoli manuali scolastici. Ray Alder ha portato nei brani una poesia personale e confessionale, che interpreta con una sensibilità profondamente vissuta e, nei punti in cui serve, con una morbidezza vocale sottile.

Nel corso degli anni i Fates Warning sono diventati compositori incredibilmente raffinati, che sanno quando è il momento di staccare il piede dall’acceleratore della complessità (ormai proverbiale, ed è quella che da sempre li rende icone del prog) e di subordinarla alla costruzione di atmosfere avvincenti, che così spesso finiscono per dominare tutti gli altri elementi musicali che rendono riconoscibile la band. Un esempio fenomenale è proprio la parte finale del disco, con la superba mini suite epica The Ghost of Home, il brano più lungo dell’album, impreziosito da cambi improvvisi (inattesi) tra la creazione di stati d’animo diversissimi. L’album guadagna in drammaticità proprio nella sua parte conclusiva, e lo strumentale finale, brillante (la title track), non fa che rafforzare questa sensazione. Forse solo in quel brano l’idea di un possibile apporto alla batteria dell’eclettico Mark Zonder avrebbe fatto venire l’acquolina in bocca, anche se è chiaro che il «selvaggio» Bobby Jarzombek, soprattutto con l’aumento della furia metallica nelle nuove composizioni e dei riff affilatissimi, è la soluzione giusta per i nuovi Fates Warning.

»Theories of Flight« è il disco con cui i Fates Warning hanno spiazzato tutti. Non perché non fossero in grado di farlo, ma perché un capolavoro artistico del genere, dopo 34 anni di onorata resistenza sulla scena, nessuno se lo aspettava davvero. Riuscire a dare ai propri fan il meglio che si può e si sa fare anche nel quarto decennio di attività è, soprattutto se si guarda a quanti loro coetanei hanno perso smalto, degno del massimo rispetto. »Theories of Flight« è un album eccezionale, se non addirittura uno dei migliori di quest’anno, e non solo nel sottogenere del progressive metal, ma in tutto il metal e, in fin dei conti, nel rock’n’roll. Conquisterà gli ascoltatori più esigenti che ancora non conoscono la band e i fan di lunga data, che con questo disco hanno ricevuto esattamente quello che cercavano nei Fates Warning.

autore: Aleš Podbrežnik
voto: 9.5 / 10


Tracklist:
1. From the Rooftops (6:52)
2. Seven Stars (5:33)
3. SOS (4:34)
4. The Light and Shade of Things (10:14)
5. White Flag (5:20)
6. Like Stars Our Eyes Have Seen (5:13)
7. The Ghosts of Home (10:31)
8. Theories of Flight (4:00)

Formazione:
Ray Alder – voce
Jim Matheos – chitarra
Joey Vera – basso
Bobby Jarzombek – batteria

MUSICISTI OSPITI
Frank Aresti – assoli di chitarra nei brani “From The Rooftops” e “White Flag”
Mike Abdow – assolo di chitarra nel brano “White Flag”

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