Fear Of A Blank Planet

0 8

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Porcupine Tree
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2007
Voto: 4.5/5

“Fear Of A Blank Planet” è il nono album in studio dei Porcupine Tree, rockers progressive di culto e sempre più riconosciuti, anno dopo anno (anche in termini commerciali). Sono una delle rare band prog moderne che non smette di sorprendere con l’innovazione e che al tempo stesso, con le sue composizioni, riesce a conquistare anche una cerchia più ampia di appassionati di musica. Da quando, qualche anno fa, hanno iniziato piano piano a mettere da parte i loro scarti elettronici dalle tinte psichedeliche per virare sempre più verso acque progressive metal, ovviamente a modo loro, in chiave trascendentale e con testi intelligenti, i Porcupine Tree sono cresciuti fino a diventare, secondo me, la band più importante e più eccitante del progressive rock contemporaneo, con un linguaggio musicale tutto suo che però non ha mai nascosto le simpatie per le band leggendarie che hanno influenzato in modo decisivo lo sviluppo del loro sound. Steven Wilson, multistrumentista sentimentale e innovatore musicale, anche stavolta ha messo in piedi un capolavoro trascendentale di prima qualità, che porta l’ascoltatore senza sforzo in vari stati di subconscio e percezione personale, fondendo con intelligenza i suoni spaziali e sognanti dei soundscape con passaggi metal di grande impatto, in una combinazione che crea un contrasto eccezionale tra malinconia, struggimento e rabbia.

“Fear Of A Blank Planet” è, detto alla buona, una miscela sonora dei due capolavori precedenti, cioè “In Absentia” (2002) e “Deadwing” (2005), ma con sezioni decisamente più cupe e un’atmosfera più oscura di quella che avevamo potuto sentire sui due predecessori. A Steven è riuscito anche di coinvolgere nell’album due nomi leggendari del progressive rock, Robert Fripp (King Crimson) e Alex Lifeson (Rush), che ciascuno a modo suo, riconoscibilissimo, contribuiscono a costruirne l’atmosfera.

Stavolta il clima è parecchio fatalista visto che “Fear Of A Blank Planet” è un concept album che ruota attorno all’apatia generalizzata della società moderna, satura di informazione, rimasta in un punto cieco del proprio sviluppo emotivo e spirituale. Soprattutto, parla della generazione “MTV/MP3/MSN” di adolescenti svuotati emotivamente, atrofizzati nello spirito e sazi di cose materiali, che buttano tutto il loro tempo libero davanti a schermi di computer e TV, dove guardano intorpiditi e apatici reality show di ogni tipo, vagano in rete a caccia di porno o si mettono alla prova in videogiochi violenti e impregnati di sesso. Un concept del genere riflette la paura di Steven che le prossime generazioni diventino sempre più atrofizzate mentalmente e spiritualmente, cosa che alla fine porterà inevitabilmente al collasso generale della “civiltà” moderna. Posso dire che la band è riuscita più che bene a unire un concept intelligente con una musica profondamente atmosferica. Il concept lega sei brani che si possono prendere anche come un unico pezzo, diviso in sei parti collegate tra loro.

L’opener “Fear Of A Blank Planet” si apre con i suoni di una tastiera, mentre un ragazzino si collega a internet per scaricarsi una montagna di mp3, guardare film porno, scoprire cos’è successo nell’ultima puntata del Grande Fratello, far fuori soldati virtuali in una simulazione al computer e sprecare così tutta la giornata davanti al monitor. Da qui il titolo dell’album e del brano: “la paura di un pianeta vuoto”. A questa presentazione pittoresca e simbolica segue una sezione lenta che prende slancio con i suoni taglienti di una linea ritmica energica, la chitarra e l’ottima voce di Steven, che canta un testo pieno di significato sulla quotidianità di un ragazzino saturo di informazione. L’atmosfera cupa viene un po’ sollevata da un ritornello melodico, che crea contrasto con il ritmo tagliente in mezzo a un diluvio di campionamenti vari sulle tastiere. Nella parte centrale partono con qualche passaggio metal più duro, mentre Steven si concede anche un breve assolo di chitarra. Nel finale i soundscape di tastiera ricreano di nuovo un’atmosfera malinconica e chiudono in bellezza questa grande creazione.

“My Ashes” è un’ottima ballata emozionale, costruita su splendidi arrangiamenti orchestrali, una chitarra acustica malinconica e una voce delicatissima. Dopo un’introduzione lenta costruisce gradualmente la sua atmosfera attraverso una tavolozza di soundscape eccellenti, che in un attimo portano l’ascoltatore in uno stato di coscienza trascendentale. Un brano che placa l’atmosfera prima del momento chiave dell’album.

“Anesthetize”, un EP prog rock di oltre 17 minuti, è il cuore dell’album e secondo me anche il suo pezzo migliore, che oltre a una varietà eccezionale si distingue per un’atmosfera stratificata. Qui partecipa come ospite speciale anche il leggendario chitarrista Alex Lifeson, che nella sezione centrale sfodera un indimenticabile assolo, tipico del suo stile. Dopo un’introduzione lenta e cupa su batteria, campionamenti e una voce che suona rassegnata, si passa a una sezione cruda e oscura, dove le orecchie vengono setacciate da una spessa linea di basso. Segue una delle sezioni migliori della storia della band, in cui si alternano una linea ritmica dura e tastiere delicatissime, mentre sullo sfondo Lifeson suona un assolo di chitarra superbo e inconfondibile. In questo punto si crea un’atmosfera indimenticabile, in crescendo, che passa dalla malinconia all’aggressività. L’oscurità aumenta ancora con l’irruzione di una sezione “metal”, dove Steven sforna qualche riff duro sostenuto da un ritmo brutale, di cui non si vergognerebbe nessuna band thrash metal moderna. La voce di Steven è l’elemento centrale di un ottimo ritornello sarcastico, che tiene la composizione in equilibrio per tutto il tempo, specialmente durante i passaggi brutali. Tra i soundscape e gli altri campionamenti sulle tastiere di Barbieri, il brano comincia piano piano a calmarsi. Arriva una sezione tranquilla di tastiere con armonie vocali a più voci, da cui alla fine emerge la voce di Steven, emozionante come sempre, che chiude gradualmente una delle creazioni più maestose e ambiziose della loro carriera.

La bellissima e malinconica ballata “Sentimental” è, come dice già il titolo, una creazione sentimentale, che dopo l’epico brano complesso e cupo porta un’atmosfera un po’ più luminosa, ma che resta comunque estremamente triste. La contraddistinguono la voce profondamente intensa di Steven, il piano, le percussioni e la chitarra acustica suonata in stile flamenco. Questo pezzo mi ricorda un po’ “Lazarus” dell’album precedente, solo che è un filo più coi piedi per terra. Il suo ritornello, nonostante la leggera depressione che di nuovo rimanda al titolo dell’album, ti trascina dentro in un attimo e non ho dubbi che questo brano diventerà uno dei loro classici. Si chiude con un riff di chitarra simile a quello del classico “Trains” dall’album “In Absentia”, a cui segue il crescendo finale di piano e campionamenti.

“Way Out Of Here” è un’altra creazione estremamente interessante e stratificata, che mette in mostra entrambi i lati musicali principali della band, quello trascendentale e quello metal, che negli ultimi anni è prevalente. Sui soundscape qui si distingue nientemeno che il leggendario maestro della chitarra Robert Fripp, diventato ormai una specie di mecenate della band dopo averla accompagnata nel suo tour precedente. Dopo Adrian Belew, che aveva collaborato a “Deadwing”, Fripp è il secondo musicista dei King Crimson ad aver aiutato la band a realizzare le sue visioni musicali. Il contributo di Fripp è uno dei mattoni fondamentali dell’atmosfera incredibile, che spazia da maestosi arrangiamenti sonori sui soundscape a passaggi metal brutali. Il brano parte con un’introduzione lenta sui soundscape, poi costruisce piano piano l’atmosfera sulla voce di Steven e su una chitarra malinconica, seguite da un’ottima sezione strumentale. Dopo i suoni calmi dei campionamenti arrivano passaggi brutali di batteria e chitarra, che però restano sempre sottoposti a splendidi arrangiamenti di tastiera. Le strutture di questa composizione, costruite alla perfezione, mi hanno rapito dall’inizio alla fine, e ho capito che probabilmente è il pezzo più equilibrato dell’album, destinato a diventare di sicuro un momento amatissimo del loro prossimo tour.

“Sleep Together” si apre con suoni oscuri e misteriosi di campionamenti di tastiera, poi entrano la batteria e una voce dalle tinte depresse. Il risultato finale è un brano che suona come un incrocio tra gothic e progressive metal, con la differenza importante che, a differenza della maggior parte delle band di entrambi i generi, ha una voce eccellente, che va dal fragile al brutale distorto dagli effetti. Anche stavolta hanno usato un’ottima combinazione di riff di chitarra affilati, ritmo stratificato e campionamenti profondi, trascendentali, che nell’ascoltatore creano stati di coscienza diversi. Siamo anche testimoni di un bell’assolo di chitarra di Steven, che di solito non è che ne offra proprio in abbondanza. Soprattutto l’uso eccellente degli arrangiamenti orchestrali è ciò che fa di un lavoro in apparenza semplice un capolavoro.

“Fear Of A Blank Planet” per la band è un altro capolavoro da aggiungere alla sua impressionante serie di album profondamente intensi e ricchi di struttura, capaci di trasportare l’ascoltatore in un attimo da uno stato di coscienza a un altro e di trasmettergli numerosi messaggi di vita. A Porcupine Tree e al loro genio musicale centrale, senza dubbio uno dei musicisti più innovativi dell’ultimo decennio, è riuscito di nuovo di creare un album estremamente emozionante e vario, che “cresce” a ogni nuovo ascolto e al tempo stesso contiene messaggi capaci di scuotere la mentalità collettiva e di far riflettere tanti membri della generazione “bloccata” che hanno ancora conservato una scintilla della propria personalità. “Fear Of A Blank Planet” è un altro testamento della varietà della band, che continua la sua missione di creare progressive rock spiritualmente ricco. Un rock che anche ai giorni nostri, nell’era dei tuttologi dell’informazione atrofizzati nelle emozioni e nello spirito, che in ogni campo vivono ormai solo per il principio “soldi o morte”, continua a crescere e a piccoli passi rafforza la consapevolezza che nessun ordine sociale dura per sempre e che il cambiamento è la nostra unica costante.

Formazione

Steven Wilson – voce, chitarra, piano
Colin Edwin – basso
Richard Barbieri – tastiere, sintetizzatore
Gavin Harrison – batteria & percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Alex Lifeson (Rush) – assolo di chitarra (3)
Robert Fripp (King Crimson) – soundscape (5)
John Wesley – voce di accompagnamento

Produzione

Steven Wilson

Tracklist

1. Fear of a Blank Planet (7:28)
2. My Ashes (5:07)
3. Anesthetize (17:42)
4. Sentimental (5:26)
5. Way Out of Here (7:37)
6. Sleep Together (7:28)

Durata dell’album: 50:08

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie