Festival Bang Your Head!!! 2011 – warm up show
Band in cartellone: Axel Rudi Pell, Brainstorm, Eternal Reign, Kissin’ Dynamite
Location: Balingen, Messegelände, Germania
Data: giovedì, 13.07.2011
Come vola il tempo: ci ritroviamo di nuovo davanti al tradizionale Bang Your Head!!! tedesco, vero paradiso per tutti i metallari e i rocker doc che ci tengono alla loro reputazione. Come da consuetudine, il giorno prima che i cancelli del festival vero e proprio si aprano, nella Messehalle, proprio dentro l’area del festival, va in scena un “festivalino” di riscaldamento. L’anno scorso era toccato al revival dei giorni gloriosi delle leggende del movimento N.W.O.B.H.M., chiuso in pompa magna dagli headliner della serata, i Saxon. Quest’anno l’organizzatore ha dedicato lo show “warm up” esclusivamente alle band di casa. La serata ha preso colore in puro stile vecchia scuola, tra rock classico e power metal, con gli Eternal Reign, i Kissin’ Dynamite, i Brainstorm e, come headliner, Axel Rudi Pell con la sua band.
Alle otto in punto di sera sono saliti sul palco della sala i tedeschi Eternal Reign, di Brema. La band è un sestetto formato da Björn Meyer (tastiere), Dirk Stühmer (voce), Jörg Hassel (basso), Lennart Medebach (batteria), Michael Sebastian (chitarra) e Torsten Fünfhaus (chitarra). Una banda di vecchi volponi che ogni tanto si ribattezza Eternal Dio quando c’è da trasformarsi in tribute band dei Dio. Esistono dal 2002 e, nonostante quasi dieci anni di attività, solo questo agosto pubblicheranno il loro terzo album in studio, “The Dawn Of Reckoning”. Cinquanta minuti di riscaldamento rodato, tra epopee di heavy metal tedesco di impianto classico e condite di sinfonismo, che di certo non hanno scatenato una nuova rivoluzione musicale sul pianeta. Però gli Eternal Reign si sono presentati come una formazione compattissima e affiatata alla perfezione, che ha saputo sfruttare con astuzia il ruolo di prima band di supporto, giocando la propria partita con piena sicurezza. Senza dubbio, musicalmente gli Eternal Reign sono interessanti per chi ama la forma melodica originaria del power metal, con radici nell’hard rock classico, come i Black Sabbath tardo-romantici (era Dio, Tony Martin) e/o i Rainbow.
I Kissin’ Dynamite sono un quintetto di giovani stalloni scalpitanti che era già salito sul palco del Bang Your Head due anni fa. Allora si erano presentati come tipici revivalisti dell’heavy metal della vecchia scuola tedesca, sia per lo stile degli arrangiamenti sia per l’aspetto. Sono ragazzi di casa, di Reutlingen, a due passi da Balingen, che hanno appena superato i 18 anni. Johannes Braun (voce), suo fratello Ande Braun (chitarra), Jim Müller (chitarra), Steffen Haile (basso) e Andi Schnitzer (batteria) sono, da questo punto di vista, un vero fenomeno. La band, che nel 2008 ha cambiato nome da Blues Kids a Kissin’ Dynamite (da una canzone degli AC/DC), questa volta si è presentata a Balingen con in tasca il secondo album in studio, “Addicted To Metal” (2010). Nei due anni in cui non ci siamo visti, i Kissin’ Dynmaite hanno cambiato completamente look di scena e si sono messi addosso i panni di una band sleaze rock, che evidentemente ha trovato i suoi modelli nella falange scandinava in ascesa che ha rilanciato questo filone di fine anni Ottanta, capitanata da gente come Crash Diet e Hardcore Superstar ecc… così come nel successo dei prepotenti rock n’ roll australiani dal sangue caldo, copiatori degli AC/DC, gli Airbourne.
La band sorprende per sicurezza e per la cura con cui costruisce lo show. Dinamica ed energia sul palco non mancano. Il palco è casa loro ed è un piacere guardare lo show dei Kissin’ Dynamite, infuocato ma rifinito nei dettagli. Johannes Braun, con la sua capigliatura cotonata e soprattutto dopo essersi calcato in testa un cappello, ricordava in modo quasi sfacciato Michael Monroe (Hanoi Rocks), con la differenza, ovviamente, che Johannes per la sua età è ancora vocalmente in gran forma, esplosivo nell’estensione e convincentissimo nel trasmettere potenza anche sulle note alte. La band deve ancora trovare la sua strada nelle direzioni musicali di fondo, ma si può chiudere un occhio, perché i ragazzi sono ancora freschi di latte e stanno crescendo con tutta la loro buona volontà nell’assorbire il patrimonio musicale. Cinquanta minuti di un altro ottimo concerto sono volati in un attimo.
I Brainstorm sono una band power metal che ha incrociato alla grande la scuola power metal tedesca con le soluzioni teutoniche che vengono dall’Euro thrash metal. Di quest’ultimo hanno infilato nei riff e nei ritmi quel tanto che basta per ottenere un mix riconoscibile e convincente di impatto superiore, in cui a ogni passo traspare la dedizione per melodie ben costruite, che non conoscono mezze misure. Da qui anche l’atmosfera un po’ più cupa che avvolge i loro pezzi, rispetto ai tipici rappresentanti del power metal della scuola europea. Il quintetto, con i membri originali Milan Loncaric (chitarra), Thorsten Ihlenfeldt (chitarra), il batterista Dieter Bernert e, arrivati più tardi, Andy B. Franck alla voce e Antonio Ieva (basso), bazzica la scena fin dal lontano 1989. Eppure il primo album è uscito solo nel 1997. Alla band è toccato un tempo di set più lungo, cosa che per la sua anzianità e per l’impressionante discografia, cresciuta in qualità soprattutto dopo l’arrivo del fenomenale cantante Andy, è anche l’unica cosa giusta.
I Brainstorm sono un’eccezionale macchina da palco. I loro concerti sono tra i migliori se li confronti con quelli dei loro coetanei del power metal tedesco. Il ricordo di come, nel ruolo di band di supporto, avessero oscurato i Primal Fear a Monaco di Baviera nel novembre 2009, durante il tour europeo di quest’ultimi, è ancora vivissimo. Per fortuna Axel Rudi Pell è una band di tutt’altra pasta e stavolta un confronto del genere, a chi spazza via chi dal palco, non ha ragione di esistere.
Suono molto solido, anche se Andy si sentiva un po’ meno nel mix, e una distruttività clamorosa sul palco. Esecuzione brillante, grande forma vocale di Andy, armonie vocali perfette degli altri membri, compattezza straordinaria dell’intesa ritmica e muri massicci di riff granitici. Un assalto inarrestabile. Un repertorio eccellente, con pezzi come Forsake What I Believed , Highs Without Lows, Blind Suffering, Shiver, Worlds Are Coming Through, Hollow Hideaway, All Those Words, Fire Walks With Me e, in chiusura, How Do You Feel e Under Lights, hanno portato davvero la serata a un livello superiore e la sala è salita a temperature da ebollizione, come ha confermato anche la partecipazione fantastica e il sostegno della folla.
Axel Rudi Pell in Germania è una leggenda. L’uomo che si è temprato negli anni Ottanta nei Steeler prima di lanciare la carriera solista è un tipo musicalmente a sé. Viene dalla scuola di Ritchie Blackmore e di tutto ciò che sa di Rainbow o dei vecchi Deep Purple. Anche il quintetto è costruito così e su questo schema cerca di funzionare. Il quintetto, immutato dal 1998, è formato, oltre ad Axel alla chitarra, dal cantante degli Hardline Johnny Gioeli, da uno dei migliori batteristi metal, Mike “The Troll” Terrana, dal tastierista Ferdy Doernberg e dall’unico membro presente fin dall’inizio, il bassista Volker Krawczak.
Come da copione, la band ha aperto il concerto presentando l’ultimo album in studio, “Th eCrest” (2010). Qui c’è un hard rock ben oliato dal contenuto da inno, Too Late! Axel, che per presenza scenica, gesti, uso del suono e modo di fare gli assoli non nasconde le lezioni prese da Ritchie Blackmore, si agghinda ovviamente in quella maniera anche nell’abbigliamento di scena.
Johny Gioeli ha brillato per tutto il concerto, dal primo all’ultimo secondo, con una performance vocale splendida. Già i DVD “Live Over Europe” (2008) e “One Night Live” (2010) dimostrano che Gioeli è tornato del tutto in forma e che la prova sfortunata alla voce sul live “Knights Live” (2002) è solo un ricordo sbiadito. Una caratteristica dei concerti di Axel Rudi Pell è che i pezzi vengono conditi a dovere con le “jam”. La band ci si è rifugiata sempre di più nel secondo terzo e nel finale del concerto.
Mike Terrana è arrivato presto al suo momento solista, in cui ha di nuovo fatto girare gli occhi ai presenti per tutto quello che si può tirare fuori da una batteria. Terrana è un mago e il suo assolo potrebbe durare quanto vuole senza che ci si stufi. Stavolta però Mike ha tirato un po’ il freno al carattere impetuoso dei suoi assoli, a cui può tenere testa solo con allenamenti regolari, che con ogni probabilità toccano il livello di una preparazione da atleta. Chi conosce le imprese di Mike Terrana con i Rage strabuzzerà gli occhi: che diavolo ci fa quel tipo in uno stile così stereotipato come quello di Axel Rudi Pell? È evidente che a Mike piace tirar fuori da sé la figura e il lavoro di Cozy Powell quando sale sul palco con Axel. Ma a essere ancora più precisi, l’inserimento di Mike nella band di supporto di Tarja Turunen è in generale una mossa esotica, che però diventa logica quando ti torna in mente il lauto cachet.
Naturalmente Axel e compagnia hanno sfornato una marea di jam dilatate. Un piacere speciale se lo sono concessi con la cover dei Rainbow The Temple Of The King, che proprio non voleva saperne di finire. Qui va sottolineato l’apporto eccezionale del tastierista Doernberg, che nell’esecuzione difficile di questo pezzo superbo ha coperto con grande abilità le spalle all’Axel scatenato sul palco. Questa superba reinterpretazione di un classico dei Rainbow ha confermato ancora una volta che la formazione di Axel ha alle spalle un bel po’ di chilometri percorsi insieme. Anche negli altri pezzi Axel non si è trattenuto. Ogni tanto ha infilato la melodia caratteristica del classico dei Deep Purple Mistreated, poi di nuovo il duo Doernberg – Pell ha catturato l’attenzione intrecciando motivi del pezzo dei Purple Burn.
In tutto questo spettacolo rapsodico, fatto di condimento hard rock classico e dinamismo sinfonico, a emergere era in qualche modo l’occasione sprecata dell’ottima voce di Johny Gioeli. Da questo punto di vista, il concerto di Axel Rudi Pell avrebbe sicuramente acceso di più se fosse stato fatto di più pezzi brevi e meno “sfoggio” strumentale. Così lo show avrebbe guadagnato anche in dinamica e interesse, invece in qualche modo si affloscia nei contenuti, perché la compagnia sul palco è piuttosto statica per tutta la durata dell’esibizione.
Salta all’occhio anche la scarsa cura nell’aspetto degli altri membri della prima linea, in particolare dei “bestioni” ciondolanti Doernberg e Krawczak, che da un pezzo si sarebbero meritati una bella dose di lezioni dal capo Axel. Ma evidentemente non sono tenuti a dargli retta. Anche Gioeli potrebbe curare un filo di eleganza sul palco e sostituire le larghe magliette nere da metallaro con una camicia di stile, in futuro. Ma che diavolo sto “blaterando”? La band gira per i palchi così da quasi quindici anni e di sicuro non cambierà niente.
Un’ora e mezza di ottimo concerto, che però nascondeva ancora qualche riserva. Ma l’ottimo virtuoso della chitarra è soddisfatto dei suoi concerti insieme alla sua combriccola e non si fa problemi. Per questo l’impressione dopo il concerto è che basti vedere Axel una volta nella vita. Se non l’hai visto, non ti perdi granché. Ti perderesti invece i Deep Purple, se te li facessi scappare. Il “Blackmore tedesco” e la sua combriccola hanno giustificato il ruolo di headliner della serata: il pubblico tedesco conosce molto bene la band, la apprezza e la rispetta enormemente. Un’accoglienza così fantastica l’hanno riservata anche stavolta alla Messehalle, e la serata di riscaldamento pre-festival è riuscita in pieno.
Ma ovviamente i festeggiamenti non finivano certo col concerto. È arrivato il momento di godersi gli sguardi succulenti sullo “striptease” di coniglietta agili, elastiche come gomma e piene di fascino, tra le quali la birra è scorsa a fiumi fino a notte fonda.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik



























