Fish: Raingods With Zippos
Data di uscita: 19.04.1999
Etichetta: Roadrunner Records
Produzione: Elliot Ness
Durata: 54:24
Genere: progressive rock
Voto: 9.5/10
«Raingods With Zippos» del 1999, insieme al debutto «Vigil in a Wilderness of Mirrors» (1989), sta dritto in cima alla carriera solista di Fish. Dopo l’ottimo predecessore «Sunsets on Empire» (1997), che purtroppo gli aveva portato una perdita economica e la fine della sua etichetta indipendente Dick Brothers, Fish si è trasferito per un breve periodo alla Roadrunner Records, nota soprattutto per il lavoro con gli act heavy metal.
Anche su «Raingods with Zippos», un album parecchio diverso dal predecessore per arrangiamenti e atmosfere, Fish ha collaborato con il chitarrista/cantante/produttore Steven Wilson (Porcupine Tree), ormai un nome di culto, se non addirittura celebre. Stavolta Wilson non si è occupato della produzione e non ha messo mano nemmeno alla scrittura dei pezzi, ma qualche favore alla chitarra l’ha comunque fatto. Alle tastiere c’è il “vecchio amico” di Fish, Mickey Simmonds, noto tastierista di lusso che, oltre che con Fish, ha lavorato soprattutto con altre icone del prog come Camel, Renaissance e Mike Oldfield, e con vari nomi del pop rock, Paul Young e Art Garfunkel in testa. È stato anche il primo disco su cui è comparso il bassista di lunga data di Fish, Steve Wantsis, uno dei pochi musicisti che gli è rimasto fedele per più di dieci anni.
Su «Raingods with Zippos» domina un’ambientazione più eterea e sensibilmente più sottile rispetto al predecessore, più cupo e più duro, dove si potevano cogliere anche alcune influenze dei Porcupine Tree di Wilson. Stavolta si tratta di un progetto molto più personale, pieno di momenti malinconici e sognanti, il che non vuol dire affatto che manchino performance vocali epico-drammatiche, arrangiamenti complessi, cambi di tempo insoliti e potenti passaggi di chitarra.
Già l’iniziale «Tumbledown» annuncia con efficacia il battito atmosferico di «Raingods With Zippos»: a una lunga introduzione con delicati arrangiamenti di pianoforte segue il passaggio a una sezione drammatica, dove Fish è più volte accompagnato da armonie vocali di supporto riuscitissime, mentre il tutto è sorretto da solide frasi di chitarra e da svariate trame di sintetizzatore. Il ritornello è eccellente e ti resta in testa a lungo. La divertente «Mission Statement», dove sorprendono di nuovo le splendide armonie vocali femminili, contiene lievi venature funk e blues, mentre Fish canta con la sua tipica voce da camaleonte.
«Incomplete» è una ballata malinconica, condita di archi, in cui a Fish si unisce alla voce principale Elisabeth Troy Antwi. Molti anni dopo, lei ha collaborato ai cori anche sull’album di Fish «A Feast of Consequences» (2013). L’insolito duetto riesce alla grande, anche se non siamo di fronte a una nuova «Don’t Give Up». «Tilted Cross» è un’altra ballata, stavolta spiccatamente acustica, dove ancora una volta non mancano piacevoli armonie vocali femminili. A questo punto qualcuno potrebbe pensare che Fish, entrato negli anni della maturità, sia diventato fin troppo sentimentale, ma non è così. Segue infatti «Faith Healer», una delle rarissime cover della carriera del “Pesce”, originariamente della The Sensational Alex Harvey Band. Nella versione prog e allo stesso tempo decisamente più dura suona semplicemente alla grande, e Fish tira fuori una delle interpretazioni vocali più vivide di tutto il disco. La ballata «Rites of Passage», intrisa di una splendida atmosfera vagamente celtica, dove regnano ricchi arrangiamenti sinfonici e dove Fish torna a vestire i panni del dolente, è una specie di quiete prima della “tempesta” finale.
Questa “tempesta”, che è anche il culmine del disco, è la suite epica di quasi venticinque minuti «Plague of Ghosts», divisa in sei brani collegati tra loro, anche se avrebbe potuto essere registrata in un unico blocco. Con questa suite il camaleonte vocale scozzese è riuscito per un breve periodo, in quegli anni, perfino a mettere in ombra i suoi ex compagni nei Marillion. Ogni parte di questa avventura epica, che tra le altre cose include un incontro ravvicinato con le “rane di cioccolato”, forma un capitolo a sé, con il picco in «Raingods Dancing», che si può definire il climax atmosferico dell’intero album. Qui si sentono anche variopinte sequenze ritmiche prodotte con le tastiere e campionamenti elettronici, che fanno venire in mente da sole certe creazioni di allora di Peter Gabriel, il modello vocale di Fish.
Il veterano scozzese del progressive rock ha creato con «Raingods With Zippos» uno dei gioielli più luccicanti della sua carriera solista, e può ancora oggi andarne più che fiero. L’album era in tutto e per tutto nel solco dei gusti dei fan storici di Fish, quelli dei tempi dei Marillion, che per un attimo ha messo artisticamente in ombra, cosa che poi non si è più ripetuta davvero. Tutti quelli che storcevano il naso perché fino ad allora non era riuscito a fare un album solista all’altezza del suo passato con i Marillion sono ammutoliti per sempre, e Fish, poco prima della fine del XX secolo, è entrato una volta per tutte nella “serie A” dei solisti del prog.
autore: Peter Podbrežnik
tracklist:
1. Tumbledown
2. Mission Statement
3. Incomplete
4. Tilted Cross
5. Faith Healer
6. Rites of Passage
7. Plague of Ghosts: (I) Old Haunts
8. Plague of Ghosts: (II) Digging Deep
9. Plague of Ghosts: (III) Chocolate Frogs
10. Plague of Ghosts: (IV) Waving at Stars
11. Plague of Ghosts: (V) Raingods Dancing
12. Plague of Ghosts: (VI) Wake-Up Call (Make it Happen)
musicisti:
Fish (Derek W. Dick) – voce
Steven Wilson – chitarra (brani 1,5,7,8,9,10,11 e 12)
Bruce Watson – chitarra (1 e 2), mandolino (3)
Robin Boult – chitarra (2,3,4 e 5)
Till Paulmann – chitarra (2)
Phil Grieve – chitarra (5)
Steve Vantsis – basso (1,2,5,6,7,8,9,10,11 e 12), contrabbasso (3 e 4)
Tony Turrell – tastiere (1,5,7,8,9,10,11 e 12), pianoforte (2), organo (2), armonium (3 e 4), sintetizzatore (4), programmazione (7,8,9,10,11 e 12), arrangiamenti d’archi (5), campionamenti (7,8,9,10,11 e 12)
Mickey Simmonds – tastiere (5 e 6), pianoforte (1), programmazione (6)
Dave Stewart – batteria (1,2,4,5,6,7,8,9,10,11 e 12)
Davey Crichton – violino (5), tin whistle (4), arrangiamenti d’archi (3,5,6,7,8,9,10,11 e 12)
Dave Haswell – percussioni
Elisabeth Antwi – voce (3), cori (1)
Nicola King – cori (2,4,7,8,9,10,11 e 12)
Tony King – cori (2,7,8,9,10,11 e 12)
Mo Warden – voce parlata nel finale del brano (12)
Mark Daghorn – programmazione (7,8,9,10,11 e 12)
Elliot Ness – arrangiamenti d’archi (3,5 e 6), campionamenti (7,8,9,10,11 e 12)