Fourth

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Soft Machine
Etichetta: CBS
Uscita: 1971
Durata: 39:13
Voto: 4.5/5

»Fourth« fu l’ultimo atto della formazione classica delle leggende del prog Soft Machine, che nella fase di allora, la più apprezzata, vedeva il batterista Robert Wyatt, il tastierista Mike Ratledge, il bassista Hugh Hopper e il sassofonista Elton Dean. Con »Fourth«, erede del classico »Third« (1970), i capofila della scena di Canterbury hanno cementato il loro status di massimi esponenti del jazz fusion inglese e firmato il loro primo album completamente strumentale. Come su »Third«, anche stavolta il quartetto di maestri ha potuto contare sull’aiuto di alcuni veterani collaudati, come il futuro membro dei Soft Machine Roy Babbington al contrabbasso, il flautista e storico collaboratore dei Caravan Jimmy Hastings, il cornettista Mark Charig e il trombonista Nick Evans. Questi ultimi due sono noti tra gli appassionati di rock progressivo soprattutto come ex collaboratori dei King Crimson: hanno suonato insieme sul loro album »Lizard« (1970).

»Fourth« è segnato per gran parte dei brani da una potente sezione di fiati e ottoni, in tandem con una fantastica coppia ritmica, il duo Wyatt/Hopper. A sostenerli ci sono i vari arrangiamenti di tastiere di Ratledge, per lo più melodici. Rispetto a »Third«, che spesso si lasciava andare a improvvisazioni selvagge, su »Fourth« le cose si sono un filo ‘calmate’, così l’album è un po’ più accessibile anche ai fan delle versioni più melodiche del jazz fusion, anche se certi sconfinamenti improvvisativi sfioravano ancora il free jazz. Da quest’ultimo hanno iniziato ad allontanarsi presto, e ogni nuovo album dei Soft Machine suonava più accessibile e un po’ più melodico del precedente, senza che l’integrità artistica e la voglia di sperimentazioni selvagge del collettivo, sempre in vena, ne risentissero in modo sostanziale, almeno fino all’addio dell’ultimo membro originale.

L’opener, un classico del jazz fusion di una complessità pazzesca, »Teeth«, è il brano più famoso di »Fourth« e il pilastro dell’intero album. Qui gli arrangiamenti dei fiati cambiano di continuo a una velocità stordente, dalla sottigliezza alla follia pura, mentre il lavoro variegato della sezione ritmica è ancora oggi più che entusiasmante. Anche se il sax di Dean, in mezzo a una marea di fiati e ottoni, qui non risalta tanto quanto su alcuni album successivi del gruppo, già allora era uno degli ingredienti chiave nella nascita del classico sound dei Soft Machine.

»Kings and Queens« ha un tempo più lento, che fa da base a un’atmosfera un po’ pigra, ma di improvvisazioni selvagge, soprattutto di sax, non ne mancano di certo. »Fletcher’s Blemish«, più free jazz e piuttosto tosto da digerire all’ascolto, è intriso di un’atmosfera cupa e drammatica, creata a quattro mani da fiati impazziti e percussioni completamente sfasciate. Segue una suite complessissima in quattro parti intitolata »Virtually«, che insieme a »Teeth« rappresenta il culmine di »Fourth«. La misteriosa parte d’apertura è segnata soprattutto dal lavoro infervorato di Wyatt sui piatti e dalle improvvisazioni scaltre di Hopper al basso, mentre Ratledge si occupa dello strato melodico con le sue trame di tastiere. Col tempo entra anche la sezione di fiati e ottoni, che stavolta, in nessuna delle quattro parti di »Virtually«, non scivola mai nel caos totale, ma tiene i passaggi ritmici complessi e le acrobazie improvvisative ‘coi piedi per terra’. In certi punti si sentono chiaramente le influenze del leggendario Miles Davis, che all’epoca aveva segnato in modo decisivo la scena jazz fusion mondiale. Nonostante le premesse diverse, la terza e la quarta parte, quella conclusiva, di »Virtually« risultano insolitamente quiete: le linee di basso ovattate, il sax dall’umore cupo e le tastiere ‘piangenti’ creano un’atmosfera spiccatamente malinconica.

»Fourth«, che ha fissato standard piuttosto alti per i dischi simili venuti dopo, ancora oggi è una delle perle del jazz fusion inglese. La trasformazione in collettivo jazz fusion era completa e di elementi psichedelico-rock non c’era più né traccia né sentore, tanto che era difficile credere che fosse lo stesso gruppo che nel 1968 aveva registrato »The Soft Machine«. La formazione classica dei Soft Machine si sciolse poco dopo l’uscita di »Fourth«: Wyatt non condivideva più la visione musicale degli altri tre e, come compositore e batterista costretto a nascondere il proprio talento di cantante a causa del nuovo corso completamente strumentale, si sentiva del tutto soffocato. Così se ne andò e fondò un gruppo tutto suo, i Matching Mole, un gioco di parole che era ‘Machine Molle’, la traduzione francese di ‘Soft Machine’. Quanto fosse ridotto il ruolo di Wyatt in quel periodo si vede anche dal fatto che Ratledge, Hopper e Dean furono gli unici autori dei brani di »Fourth«. Anche trovare un sostituto adatto dietro i tamburi non fu facile, e ci riuscirono solo al secondo tentativo.

Formazione

Mike Ratledge – tastiere
Hugh Hopper – basso
Robert Wyatt – batteria
Elton Dean – sax contralto

MUSICISTI OSPITI:
Roy Babbington – contrabbasso (1,3,4,6)
Mark Charig – cornetta (2,3,4)
Nick Evans – trombone (1,2,4)
Jimmy Hastings – flauto contralto (6), clarinetto basso (1,6)
Alan Skidmore – sax tenore (1,6)

Produzione

Soft Machine

Tracklist

1. Teeth (9:15)
2. Kings and queens (5:02)
3. Fletcher’s blemish (4:35)
4. Virtually part 1 (5:16)
5. Virtually part 2 (7:09)
6. Virtually part 3 (4:33)
7. Virtually part 4 (3:23)

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