Free At Last
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Inmate
Etichetta: Graviton Music Services
Uscita: 2012
Durata: 50:00
Voto: 4.5/5
Di meteore da un giorno ce ne sono fin troppe nel cielo musicale sloveno e, diciamolo, anche in quello mondiale. Così l’ascoltatore critico, quando setaccia le idee che potrebbero nutrirlo almeno a forza tra un riempitivo senza idee e l’altro, spesso deve ricorrere a metodi radicali, sempre che prima non gli passi del tutto la voglia di ascoltare e star dietro alle novità, e non si costruisca intorno un muro impenetrabile di rifiuto totale di ogni ingenua inutilità. Nel caso degli Inmate ci sono parecchi fattori che potrebbero privare un ascoltatore così del piacere pieno. Per esempio il fatto che i ragazzi sono sloveni e che nel loro spettro melodico hanno intrecciato fili di metalcore, mentre nella genesi musicale si sono concessi proprio ciò che di solito manca: pazienza e una dose generosa di tempo per registrare e rifinire l’esordio. Chi si è fatto conquistare dal death metal melodico sulle orme degli In Flames e non si è stancato della genericità del genere potrebbe drizzare le orecchie, mentre gli scettici già alle prime battute hanno buttato la spugna e rinunciato ad approfondire, a loro danno.
Senza cadere nei recap istantanei e nei diktat della moda, mi sono concesso di usare il siero dell’oblio e di dimenticare che dal vivo gli Inmate sono una delle band più sopra la media in Slovenia. Prima di scrivere mi sono tolto dalla testa anche la consapevolezza che questi ragazzi sono esteti “per excellence” e sanno benissimo che la musica si ascolta anche con gli occhi: ci si mette di mezzo pure un marketing ricco e un’indottrinamento commerciale a colpi di loghi, adesivi, volantini e simili. Di tutto questo negli ultimi quattro anni ne abbiamo avuto più che a sufficienza, mentre gli Inmate, da veri maestri artigiani, si sono forgiati un buon nome e ci hanno martellato in testa l’idea che si avvicinava il giorno in cui l’universo sloveno e mondiale avrebbe ricevuto il suo primogenito, quello che avrebbe fatto venire l’acquolina in bocca a tutti. E aprile ha portato la nascita del primo figlio musicale della serie: il disco Free At Last.
Finalmente, verrebbe da dire, perché di preliminari promozionali ce n’erano stati anche troppi, e chi aspettava si chiedeva con curiosità se tanta epica costanza avrebbe pagato. Parto con una conferma: Free At Last è un album che sazia e soddisfa queste esigenze primarie più che abbondantemente. L’ouverture iniziale, quella che finora eravamo abituati a trovare in nomi molto esposti mediaticamente come Arch Enemy, In Flames, Dark Tranquility e simili, il brano Inmate, si prefigge di evocare subito l’atmosfera giusta, la tensione e il suspense con cui la salita verso le vette del piacere musicale diventa più facile. Il segreto della vera leccornia sta nel giusto rapporto tra tutte le spezie, e gli Inmate dimostrano già al primo colpo di essere dei veri intenditori di cucina musicale. Without Warning si apre con un basso rombante e il ritmo chirurgico della doppia cassa, poi entrano in scena le chitarre dense e perfettamente accordate del duo chitarristico, e la passione si accende come impregnata di cherosene, innescata da una voce succosa e graffiante il giusto. Il dialogo sonoro tra tutti i mattoni musicali è equilibrato e preciso, senza lacune, sbavature o chiacchiere inutili. Aggiungi le linee melodiche e orecchiabili del cantante ospite Marko Duplišak e ottieni un godimento istantaneo. Il duo di chitarre formato da Aleš Kroflič e Andrej Bezjak intreccia fili d’acciaio tra una ritmica rodata e devastante come un esercito e una melodia audace, e il tutto si completa splendidamente con il battito cardiaco organico dell’universo Inmate e con il desiderio rauco di ammaliare del predicatore viscerale Mike Miklavžina. Gli Inmate hanno fin da subito forza, impatto, un suono corposo e compatto il giusto, distorsioni taglienti e buoni testi. Il seguito non allenta la presa mortale. Written In Blood è un esemplare da manuale di melodia svedese e di mestiere death metal, o meglio death thrash, ma stavolta la maestria artigianale non va intesa come una critica negativa. Questi brillanti da quattro minuti sono levigati con precisione chirurgica, e sotto la pelle accuratamente cucita si tendono e si rivelano muscoli scolpiti di una belva tenuta al guinzaglio quanto basta. Overcome serve un pizzico di sintetizzatori saltellanti, che si sente molto di più nei fenomeni underground tedeschi come Raunchy e Caliban e simili, ma qui suona, in linea con l’offerta, organico, naturale e lucidato il giusto, così che il diktat della metrica militante non rovini lo slancio verso il cielo screpolato di un immaginario tempio di cristallo dedicato agli dèi del fuoco e del sudore. Gli Inmate hanno assimilato l’estetismo dei già citati Arch Enemy, e il pezzo Healing suona come se l’avesse scritto e mandato ai ragazzi Michael Amott in persona. Si potrebbe dire: “Già sentito e masticato!”, ma gli Inmate, con un’esecuzione precisa, si sono permessi di offrirvi (e a tutti noi) una massa impregnata di succhi gastrici che fa risparmiare tempo, energie e il viaggio nella vasta Europa, perché qualcosa di buono lo si può avere anche a casa, al riparo della propria cameretta. Il seguito non si discosta dall’imperativo qualitativo della perfezione; semmai disturba un po’ il fatto che il vertice sembri già raggiunto con il primo brano, mentre il resto ci tiene in uno stato di esaltazione tesa per tutti i 50 minuti del disco. I picchi sono quindi tanti quanti i brani, e tra i geyser di passione più qualitativi ci sono soprattutto la velocissima Promises, poi Angels, la melodica Victorious, e da lì puoi solo continuare a elencare i pezzi del retro di questo dischetto davvero gustoso e saporito (io punto in particolare sulla splendida Lost In Words, ma è, lo ammetto, una questione di gusto personale e di ispirazione del momento …). Una stampede di piacere thrash rifinita alla perfezione, che si è modellata e adattata del tutto ai tempi moderni, sta ben sopra la media scialba della produzione nazionale o, diciamolo, è proprio al livello dei manufatti metal del nuovo millennio. Va elogiata l’esecuzione eccezionale e l’abilità musicale di tutti i membri della formazione, dove semplicemente non esiste un anello debole o fragile.
La mancanza di difetti finisce quasi per stancare e fa pensare che gli Inmate abbiano semplicemente raggiunto il loro massimo con questa meditata prima gita in studio nell'(in)noto. Il matrimonio tra una padronanza musicale di standard granitici fa pensare che la Slovenia, più che ai Balcani e alla silhouette pre-alpina inclinata dalla sicurezza di sé, sia legata più da vicino all’Europa del nord. Gli Inmate hanno ottenuto questa illusione in simbiosi con il mago della produzione Tat Purusha, che finora ha creato bestie devastanti dall’arsenale di studio di band come Negligence e Noctiferia. Credo che per il tocco magico di un incantesimo a dita piene sia servito pagare un po’ più di quanto di solito sborsano per un esordio gli anonimi garagisti sloveni, ma il risultato è all’altezza dello sforzo e dell’investimento. L’album Free At Last è un esemplare da manuale di prodotto suonato e prodotto con qualità, che va oltre i confini della nostra piccola Slovenistan. Gli Inmate hanno dimostrato di essere maturi per la conquista del mondo e che i palchi internazionali possono essere per loro qualcosa di più di una località occasionale di vacanza e di sfogo di ambizioni adolescenziali. Se nella maggior parte dei casi i sogni si spengono al primo contatto con la realtà, io sono convinto che in questi stacanovisti del metal della Stiria il falò dei desideri in futuro brucerà ancora più alto, più forte e più rumoroso di prima. Nella speranza che il seguito in studio arrivi prima dell’esordio e che la prossima volta entrino in studio con una dose ancora maggiore di idee autoctone e spontanee, al primo atto non possiamo che brindare, e alla band auguriamo ancora più idee sane, piene e senza compromessi e collaborazioni fruttuose! Stavolta gli Inmate hanno alimentato la convinzione che belle e luminose sorprese siano possibili anche da questa parte delle Alpi, e speriamo che sia rimasta un po’ di energia anche per la maratona musicale che verrà. Il primo giro è stato portato a termine alla perfezione e con abbastanza spazio per accelerare ancora di più, per acrobazie raffinate e per sorpassare la concorrenza addormentata!
Formazione
Rok “Mike” Miklavžina – voce
Aleš Kroflič – chitarra
Andrej Bezjak – chitarra
Sašo Bandalo – basso
Jure Grudnik – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Marko Duplišak – cori
Produzione
Tat Purusha
Tracklist
1. Inmate
2. Without Warning
3. Written In Blood
4. Overcome
5. Healing
6. Fire, Walk With Me
7. Angels
8. Promises
9. Victorious
10. Free At Last
11. Inexorable Path
12. Lost In Words
13. Out Of The Darkness
14. Outmate