Frontiers Rock festival 2014 – il primo giorno!

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Luogo: Trezzo sull’Adda (Milano) / Live Club / Italia
Data: venerdì, 01.05.2014


Mesi passati a tentennare sul partire o no per il festival si sono sciolti, il primo maggio del 2014, in un viaggio di cinque ore fino in Lombardia, per la precisione nell’antica cittadina italiana di Trezzo sull’Adda, a un tiro di schioppo da Milano, dove ci aspettava il Frontiers Rock festival: tre giorni di musica che, sul modello del britannico Firefest, hanno riunito anche nel cuore del Vecchio Continente, in un unico posto, alcuni dei nomi più attuali del rock melodico, dell’AOR e dell’hard rock.

Con un cast così particolare, il festival ha richiamato buongustai da lontano e da vicino. Nel parcheggio davanti al club si potevano scorgere targhe francesi, svizzere, tedesche, perfino polacche e olandesi. Ovviamente il festival non sarebbe stato quello giusto se non ci fosse stata anche la combriccola di amici dalla Croazia, che incontriamo da anni in giro per l’Europa: non importa se sono gli Y&T a Monaco di Baviera, gli Accept a Vienna o gli Scorpions a Bratislava! La dipendenza da concerti è una brutta bestia: ritrovi sempre le stesse facce, a prescindere dalle centinaia di chilometri macinati in questa o quella direzione, e nonostante il bel salasso economico alla fine tutte le preoccupazioni e i problemi collaterali vengono ripagati ogni volta dalla scoperta che la romantica della musica è ancora viva. Qui e ora. Il Frontiers Rock festival era pieno zeppo!

Dopo esserci sistemati in un alloggio privato lì vicino, noi quattro della squadra di Rockline ci siamo precipitati nel club, che può contenere più di mille persone ed era già bello pieno alle tre del pomeriggio. In generale, il pubblico che seguiva con fedeltà tutte le band (e non solo i nomi più altisonanti) già dal pomeriggio è stata una delle belle sorprese del festival in tutti e tre i giorni.

Quando siamo entrati in sala, sul palco si stavano già scaldando gli State of Salazar, giovane gruppo svedese che con l’EP »Lost My Way« (2012) è diventato subito una piccola attrazione underground tra gli appassionati di rock melodico. Gli State of Salazar puntano sul linguaggio AOR classico, con tante armonie vocali e un accompagnamento leggero di chitarre e tastiere, quindi il paragone con i classici Survivor o Toto ci sta più che bene – questi ultimi, tra l’altro, il cantante Marcus Nygren li ha citati in un discorso al pubblico come i suoi grandi idoli musicali. Come i Toto, gli State of Salazar non sono un gruppo da palco: a differenza della maggior parte delle giovani formazioni scandinave simili, preferiscono investire l’energia in un’esecuzione perfezionista del materiale anziché nelle acrobazie esplosive sul palco, e così tra un ritornello da manuale e l’altro ogni tanto è scappata pure la pelle d’oca! Già il primo act del festival ha regalato una bella sorpresa: non c’è che dire, trovare rifugio sotto il tetto dell’etichetta Frontiers è evidentemente già di per sé la prova che sulla qualità non c’è da preoccuparsi nemmeno con i nomi meno noti!

Sul palco sono saliti poi i Dalton, altri rappresentanti della scuola rock svedese, ma di tutt’altra pasta rispetto a chi li aveva preceduti. La storia del gruppo risale infatti a tre decenni fa, alla metà degli anni Ottanta, quando il batterista Mats Dahlberg lasciò i Treat e radunò intorno a sé una nuova squadra. Nascevano i Dalton! Nella seconda metà degli Ottanta pubblicarono due album oggi considerati dei classici, poi finirono nella discarica della storia e si sono riuniti solo di recente, quando dopo due decenni di inattività hanno suonato a Sandviken, in Svezia, come gruppo spalla degli Scorpions. Ora stanno preparando il loro terzo album, e un concerto davanti a un club bello pieno di fan del rock melodico in Italia è capitato a pennello, visto che parliamo di fare il pieno di motivazione durante il faticoso processo di realizzazione di un disco. I Dalton hanno proposto il loro materiale classico, senza far mancare il loro più grande successo You’re Not My Lover (But You Were Last Night), che alla band avevano regalato gli autori Jon Bon Jovi, Richie Sambora e Desmond Child. Si notava la lunga assenza dal palco, perché l’esecuzione non seguiva proprio le linee ideali, ma i veterani svedesi hanno comunque portato a casa il concerto in modo abbastanza compatto e sicuro da costringere senza fatica la sala a cantare e incitare spontaneamente. I concerti dei Dalton sono una vera rarità, quindi per la maggior parte dei presenti incontrarli equivaleva a incastrare un altro tassello mancante nel mosaico di gruppi già visti dell’eredità semidimenticata del rock melodico.

Gli appassionati di sport, sentendo il nome Three Lions, pensano subito alla nazionale inglese di calcio, che si porta addosso quel soprannome da decenni, ma questo nome se lo è dato anche un nuovo gruppo britannico formato da veterani della scena AOR. Il chitarrista Vinny Burns (Dare, Ten, Asia), il batterista Greg Morgan (Dare, Ten) e il novellino della grande scena, cantante e bassista Nigel Bailey, al festival hanno suonato il loro primo concerto in assoluto, per cui all’inizio avevano ancora le gambe che tremavano, ma grazie alla tanta esperienza hanno ripreso fiato in fretta. In quaranta minuti i Three Lions hanno passato in rassegna l’album d’esordio uscito due settimane prima del festival, in cui camminano sul filo sottile tra il suono del classico AOR britannico degli anni Ottanta (Ten, Airrace) e le leve chitarristiche classiche che escono dalle mani di Thin Lizzy o dei leggendari UFO. Nonostante l’approccio minimalista del trio di base, i Three Lions riempivano bene il quadro sonoro e anche nelle strofe cercavano di sfruttare al meglio le linee melodiche, soprattutto grazie alla voce vellutata di Nigel Bailey. Un concerto corretto, ma per un voto ancora più alto ai tre Leoni britannici è mancato un po’ più di cuore.

Gli Snakecharmer sono un gruppo che piace soprattutto agli amanti del suono classico dei Whitesnake, cioè della loro eredità fino all’album »Slide It In« (1984) incluso, quando il carrozzone di Coverdale non era ancora stato travolto dal vento delle chiome vaporose e della tradizione rock californiana degli anni Ottanta. Come potrebbe essere altrimenti, visto che il nucleo della band è formato da due eminenze della musica, l’ex chitarrista dei Whitesnake Micky Moody e il bassista Neil Murray (ex-Whitesnake, ex-Black Sabbath), mentre la formazione è completata dal tastierista Adam Wakeman (figlio di Rick Wakeman degli Yes), dal cantante Chris Ousey, dal chitarrista Laurie Wisefield e dal batterista Harry James. Gli Snakecharmer hanno pubblicato l’anno scorso il loro omonimo album d’esordio, e la sua presentazione è stata il filo conduttore del concerto. Gli Snakecharmer guadano il suono del rock classico, di cui sono responsabili soprattutto le dita del signor Wakeman che scivolano sulle tastiere hammond, mentre i vocalizzi puliti dell’ex frontman degli Heartland Ousey, che si spinge anche nei registri alti, sono ciò che definisce il gruppo come rappresentante del filone rock melodico. Negli Snakecharmer c’è quindi la fusione di due diverse scuole del rock, e il risultato è una buona dose di rock da borsa degli attrezzi, più che degno delle eminenze sul palco. Gli Snakecharmer hanno costruito gran parte del concerto sul materiale originale, senza far mancare i brani Guilty as Charged, il singolo travolgente Accident Prone e My Angel, ma siccome gli Snakecharmer non possono proprio sfuggire alla fama del passato, non potevano mancare nemmeno alcuni hit dei Whitesnake. Se Slow an’ Easy è stata una piacevole variazione, soprattutto perché David Coverdale e compagni non la suonano da anni in nessuno dei tour dei Whitesnake, la scelta del pop hit Here I Go Again era tutt’altra cosa. Ma così va: soddisfare gli appetiti del pubblico più ampio ha sempre avuto la precedenza sulla ricerca del gusto raffinato in quanto tale, e nonostante questa osservazione anche gli Snakecharmer quel pomeriggio hanno giustificato in modo del tutto credibile il loro nome eminente.

Uno dei nomi più interessanti del primo giorno di festival erano i W.E.T., una sorta di superband svedese di rock melodico, dato che il suo nucleo è formato da membri di Work of Art, Eclipse e Talisman (dalle sigle di queste band deriva anche il nome). I direttori creativi Robert Sall ed Eric Martensson hanno fondato il progetto con il desiderio di unire ciascuno la propria visione dell’AOR del XXI secolo, dopo che nel 2008 con gli album d’esordio delle rispettive band madri erano diventati entrambi due figure di spicco del revival melodico scandinavo, e nel nido hanno attirato anche il celebre cantante Jeff Scott Soto. I W.E.T. hanno sfruttato con successo la comoda collocazione nel tardo pomeriggio e hanno dimostrato che non gli era stata assegnata a caso! Gli svedesi coltivano un approccio sofisticato fatto di collaborazione costante tra chitarre e tastiere, e la voce solista si adatta alle linee complessive e quindi non vive in tutta la sua grandezza, per cui nemmeno Soto sul palco ha potuto calarsi nella sua nota figura di frontman energico e affamato di movimento. I W.E.T. sul palco funzionano quindi come una squadra di pari, che con arrangiamenti dinamici tiene il pubblico in scacco per tutta la durata del concerto, e per giunta questa giovane squadra di musicisti svedesi giura sul perfezionismo nell’esecuzione, per cui da ogni brano hanno tirato fuori il massimo con facilità. A metà concerto Soto, con uno striscione disteso, ha reso omaggio anche al ricordo del suo caro amico Marcel Jacob, scomparso troppo presto, fondatore dei Talisman. Un concerto piacevole e gradevole, anche se in seguito si è visto che sia Martensson (Eclipse) sia Soto tenevano ancora nascosti nella manica i loro assi migliori!

La storia degli Hardline è molto interessante. Dopo che della vecchia formazione era rimasta solo un’ombra sbiadita e nemmeno con il terzo album »Leaving The End Open« (2009) avevano soddisfatto gli appetiti esigenti, il gruppo era clinicamente morto, e a risvegliarlo dal sonno è stato il tastierista italiano e uno dei cavalli di battaglia dell’etichetta Frontiers, Alessandro Del Vecchio. Del Vecchio ha scritto alcuni brani e li ha fatti ascoltare a Johnny Gioeli, cantante e unico membro originale rimasto negli Hardline. Lui ne è rimasto entusiasta, è nato l’album »Danger Zone« e gli Hardline sono andati incontro a un nuovo capitolo della loro esistenza, anche se in molti si chiedono (a ragione) quanto sia credibile la band di oggi.

Nonostante Gioeli sia circondato da una squadra di musicisti esperti, che sul palco sanno esattamente cosa fanno, date le circostanze gli Hardline oggi sono più un progetto tenuto in vita dall’etichetta Frontiers che un insieme compatto in cui uno respira per l’altro. Questo non ha comunque impedito agli Hardline di mettere in scena uno dei concerti più energici di tutto il festival, retto soprattutto sulle spalle del frontman Johnny Gioeli. Se con Axel Rudi Pell, dove Gioeli lavora da più di quindici anni, la sua performance vocale e scenica resta sprecata, con gli Hardline la storia è completamente diversa! Gioeli ha messo in scena uno show ad alto numero di ottani e si è sottomesso completamente l’enorme palco: non c’è stato un attimo in cui abbia risparmiato energia, nemmeno nei pezzi vocalmente più impegnativi come il classico Everything o la conclusiva Rhythm from a Red Car. Gioeli ha lasciato molto spazio di manovra anche ai musicisti di accompagnamento: nei momenti solisti hanno mostrato il loro variegato sapere il tastierista Del Vecchio, il chitarrista di origini portoricane Josh Ramos e anche il batterista Francesco Jovino. Gli Hardline, lubrificati da tanta esperienza, con straordinaria scioltezza e a pieno slancio hanno percorso tutti e quattro gli album in studio, con le ovazioni più rumorose, comprensibilmente, per i pezzi del leggendario esordio »Double Eclipse«. Sul palco si respirava a pieni polmoni, sotto il palco i battiti dei cuori durante l’esecuzione dell’hit Hot Cherie sono saliti alle stelle: il fascino e l’essenza del gruppo, quindi, nonostante il retrogusto amaro sulla credibilità, ci sono ancora. Resta la domanda se sarà mai più possibile vedere gli Hardline dal vivo!

Il ruolo di headliner del primo giorno del festival è toccato agli americani Tesla, che sono piombati in Europa solo per il concerto al festival Frontiers! Il desiderio di fare un favore all’etichetta, a cui si deve il loro ritorno sulla mappa dell’hard rock, era quindi grande, così come, a giudicare da ciò che si vedeva, la gioia degli organizzatori, che ballavano all’estrema destra del palco, dove per tutto il tempo che la band è rimasta sul palco si sono scambiati con i musicisti gesti scherzosi e sorrisini. Per i miei gusti perfino un po’ troppo vistosi.

I Tesla hanno suonato in Italia poco prima dell’uscita del nuovo album tanto atteso »Simplicity«, e così, tra i vecchi successi sul suolo europeo, in versione live hanno preso vita per la prima volta in assoluto due brani completamente nuovi, MP3 (Too Much Technology) e Ricochet. Parliamo di un gruppo che non ha mai avuto paura delle nuove sfide! I Tesla non conoscono pause dai concerti, e suonare con regolarità (soprattutto in patria) li ha forgiati in una vera macchina da concerto, le cui raffiche arrivano da tutte le parti. In prima fila c’è il simpatico frontman Jeff Keith, con un timbro unico e una voce gutturale, che nel percepire i Tesla può essere la rottura più grossa di tutte. Se vi innamorate della performance vocale di Keith, il concerto dei Tesla diventa un unico grande piacere, perché il modo in cui la sua voce tiene testa ai potenti riff sul palco, rispetto agli originali in studio, non perde nemmeno un briciolo di mordente! Le acrobazie chitarristiche del primo violino della band Frank Hannon hanno dato ai brani dal vivo il riconoscibile spirito Tesla, i suoi numeri (compreso suonare la chitarra dietro la schiena) hanno raccolto ovazioni fortissime in sala. Anche se negli ultimi anni come solista flirta con il blues e il country, la sua vena hard rock pulsa ancora a pieno regime.

Dopo i classici iniziali Hang Tough e Heaven’s Trail (Now Way Out), gli americani hanno piazzato un brano dall’album »Bust a Nut« (1994), Mama’s Fool, e già il pezzo successivo, Into The Now, dal tipico ritornello contagioso, nonostante sia più recente, a giudicare dalle reazioni è da tempo entrato tra i beniamini del pubblico della band. Anche l’altro chitarrista Dave Rude, nel gruppo dal 2006, ha mostrato qualche spedizione solista e così, almeno per qualche istante, si è preso il primato sul palco, che per lo più poggiava sul gioco di scena velenoso di Jeff Keith. L’infinito chilometraggio dei Tesla permetteva ai cinque sul palco un’esibizione sicura di sé, che però, in confronto per esempio agli Stryper del giorno dopo, non conteneva discorsi vuoti o addirittura patetici, che spesso “adornano” i giganti del rock abituati a esibirsi con regolarità. La potente ballata Love Song ha annunciato che il concerto stava volgendo alla fase finale, in cui i Tesla hanno servito ancora due brani incisivi dell’esordio »Mechanical Resonanse« (1986), Modern Day Cowboy e Little Suzi. Il suono era pulito come appena uscito dalla scatola, le armonie di chitarra e voce ben distinguibili, il volume alzato fino a vette da spaccare i timpani, e così l’ultima esperienza live della serata mi ha scosso fin nell’ultimo osso del corpo. I minuti sono volati in un attimo, e i Tesla hanno chiuso il concerto con il bis obbligatorio, il pezzo Cumin’ Atcha Live.

Se mi concedete una nota personale: l’attesa di tanti anni è stata finalmente ripagata dal ritorno dei Tesla, anche se avrei voluto sentire almeno qualche pezzo in più dei “modesti” tredici. Tesla, Rockline è già in trepidante attesa del nuovo tour europeo nei club!

autore: Urban Bolta
foto: Aleš Podbrežnik


THREE LIONS:
1. Hold Me Down
2. Twisted Soul
3. Kathmandu
4. Don’t Let Me Fall
5. Hellfire Highway
6. Trouble In A Red Dress

SNAKECHARMER:
1. Guilty as Charged
2. A Little Rock & Roll
3. Accident Prone
4. Falling Leaves
5. Moody’s Blues
6. Slow an’ Easy (Whitesnake)
7. My Angel
8. Here I Go Again (Whitesnake)
9. Fool for Your Loving (Whitesnake)

W.E.T.:
1. Walk Away
2. Learn to Live Again
3. Invincible
4. Love Heals
5. Rise Up
6. Bad Boy
7. Still Unbroken
8. Broken Wings
9. If I Fall
10. Comes Down Like Rain
11. Brothers in Arms
12. One Love

HARDLINE:
1. Danger Zone
2. Takin’ Me Down
3. Everything
4. Fever Dreams
5. Dr. Love
6. In This Moment
7. Keyboard Solo
8. Voices
9. Drum Solo
10. Life’s a Bitch
11. In the Hands of Time
12. Guitar Solo
13. Hot Cherie
14. Rhythm from a Red Car

TESLA:
1. I Wanna Live
2. Hang Tough
3. Heaven’s Trail (No Way Out)
4. Mama’s Fool
5. Into the Now
6. MP3 (Too Much Technology)
7. Ricochet
8. What You Give
9. Love Song
10. Signs (Five Man Electrical Band)
11. Modern Day Cowboy
12. Little Suzi (Ph.D.)
—bis—
13. Cumin’ Atcha Live


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