Glenn Hughes fa risuonare Vienna a tutto volume (2017)

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2017
0 138

Location: Vienna / Simm City / Austria
Data: 16.02.2017


Il celebre Glenn Hughes è l’uomo a cui da un’eternità è rimasto appiccicato il lusinghiero titolo di «The Voice Of Rock». Dopo un bel po’ di tempo, e soprattutto dopo il periodo passato nei Black Country Communion e la breve parentesi con i California Breed, in meno di due anni torna già per il secondo tour da solista nel Vecchio Continente. L’ultima volta ci eravamo goduti Glenn un anno e mezzo fa, quando si era esibito al club Rockhouse, nel cuore di Salisburgo, in Austria. Stavolta il celebre compositore, cantante e bassista è tornato in Europa per un altro giro, per giunta con un disco nuovo di zecca, l’ottimo «Resonate», con cui è tornato in pieno alle radici rock.

Hughes è tornato sui palchi europei in compagnia di tre musicisti. Anche nel tour precedente si era presentato in trio: con lui c’erano Doug Aldrich, il chitarrista che oggi ogni band vorrebbe avere, e il batterista svedese Pontus Engborg. Stavolta voleva portarsi dietro l’esperto e stimato chitarrista danese Soren Andersen, che avevamo avuto occasione di vedere dal vivo con i The Dead Daisies il 21.11.2015 al KC Dražen Petrovič di Zagabria, quando aprirono la serata per i Whitesnake. In quell’occasione Soren sostituiva nei The Dead Daisies il capobanda David Lowy. Soren ha anche suonato le chitarre e prodotto l’album Resonate, ma in tour non ha potuto esserci. A prendere il suo posto è stato il suo connazionale, l’ottimo Anders Bo. Nel quartetto c’è ancora l’eccellente batterista Pontus Engborg, più l’organista Hammond Lachey Doley. Sì, Hughes ha riportato l’organo in squadra, una mossa quanto mai gradita, perché gli apre la strada a una ricapitolazione, anzi a una vera e propria rimessa a coltura, di quelle atmosfere sonore della storia del rock che scrisse tanto tempo fa come membro di Deep Purple e Trapeze.

Come overture di questa nuova serata con Glenn Hughes ci siamo beccati ben due band. La prima è stata una “sorpresa”, ma di quelle vere, tanto che non siamo riusciti ad acchiappare nemmeno il nome. Non era stata annunciata da nessuna parte. Così la scaletta è saltata, e il gruppo è salito sul palco già un quarto d’ora prima delle otto di sera. Alle otto avrebbero dovuto suonare gli Stone Broken, che accompagnano Hughes come ospiti speciali per tutto il nuovo tour, ma di conseguenza è slittato anche il loro set. Ha mandato nel pallone tutti, dai fan che arrivavano in ritardo al locale ai rappresentanti dei media. Quello che sono riuscito a captare è solo che il quintetto in questione arriva dalla Francia, che suona un hard rock melodico davvero piacevole e che lo fa con grande sicurezza e senza freni, voce compresa. Sorpresa o no, l’esibizione è stata un bel saluto rock d’apertura e un simpatico riscaldamento.

Alle nove e mezza di sera sono finalmente saliti sul palco i giovani furfanti dell’hard rock britannico, i pantaloncini corti più sfacciati in circolazione: gli Stone Broken. Il quartetto è giovane di carriera, attivo dal 2013, ma Hughes e il suo management sapevano benissimo a chi dare un’occasione in questo nuovo tour. Che il rock’n’roll sia ben lontano dall’essere morto, gli Stone Broken lo hanno dimostrato giocando. Hanno sfoderato un mix di muro di chitarre grasso e spumeggiante, riffing sicuro e attivo, la voce penetrante e infiammabile di Rich Moss, corse continue su e giù per il palco e pubblico sempre tenuto sotto pressione. Senza dimenticare il contributo della batterista Robyn Haycock, che col suo cuore ha portato nel suono della band la spinta di una locomotiva a vapore. Un incontro davvero convincente con una banda di giovani promettenti che in futuro farà sicuramente vedere molte cose buone e tirerà fuori un ottimo raccolto di musica originale. Anche se gli Stone Broken rimasticano riff già sentiti, li affrontano con una grande generosità, una combattività teatrale e un’incredibile grinta giovanile. Professionali.

Oggi Glenn Hughes resta uno dei musicisti meglio conservati di quella schiera di diamanti grezzi del rock pionieristico che negli anni Settanta rimisero il rock’n’roll in piedi e, con intuito musicale, visione e genialità, aprirono al rock e al metal un mucchio di orizzonti di sviluppo stilistico. Di Glenn posso dire che, anche a sessantacinque anni circa, quelli che gli si stanno per accumulare sulle spalle, resta un eterno ragazzino. Sia nell’aspetto sia sul palco.

La sua voce ti fa ancora cascare le braghe, quando vibra con quella risonanza fuori dal comune. Resta un risvegliatore d’anime appassionato e sensibile e un acrobata vocale che non ha rivali. Per espressività e potenza vocale, per l’incredibile camaleontismo, per il senso della morbidezza nell’improvvisazione, le etichette restano valide, e lo dico senza giri di parole: Hughes è un musicista nero intrappolato nel corpo di un bianco. Dal primo all’ultimo secondo il concerto è stato un’esperienza che ti lasciava di sasso e a bocca aperta. Hughes resta brillante nell’esecuzione, resta convincente anche in quanto intrattenitore nato, per cui il palco è la sua seconda casa, se non la prima. Tante storie divertenti e rivissute, raccontate nelle pause tra un pezzo e l’altro, quella sera non c’era proprio da aspettarsele. Una loquacità così, agli incontri con Glenn, non me la ricordo.

L’ampio palco del Simm City, che a occhio ospita un migliaio di persone, si è trasformato in un unico attore. Ovviamente l’eccezionale Hughes, che si spostava con anima ora a sinistra ora a destra, mantenendo sempre il contatto visivo con il pubblico, soprattutto con le signore nelle prime file. Più volte ha chiesto al fonico delle luci di puntare le luci bianche sul pubblico, per comunicare più facilmente con la gente e dire che il suo amore passa sempre dal palco alla sala. Il suo trio di accompagnamento faceva da semplice comparsa, ma i ragazzi, da professionisti rigorosi, hanno dato a Glenn un supporto eccezionale. Bo alternava una Fender Stratocaster color crema e una Gibson Les Paul dorata (un modello simile di chitarra elettrica lo usava nel tour precedente Doug Aldrich). È chiaro che con la Stratocaster eseguiva i classici dei Deep Purple, mentre la Gibson ruggiva sempre bella grassa quando si sfiorava la carriera solista di Hughes e / o le mosse di Joe Bonamassa (i pezzi dei Black Country Communion). Bo era piazzato nelle retrovie e durante il concerto non poteva avvicinarsi a Hughes sul bordo del palco. Questo ha dato un po’ fastidio, perché siamo abituati a un riff di chitarra, cuore dell’elementarità rock, sempre in evidenza e messo al centro dell’attenzione.

Come previsto, l’indiscusso guru e stregone del rock, in questa nuova visita alla capitale austriaca, si è presentato con i pezzi del nuovo album «Heavy». Fin dall’inizio è esplosa la tagliente Flow, seguita nella prima parte da Stumble And Go, e nel bis a completare il quadro Heavy, una delle migliori canzoni dell’album «Resonate». Hughes non ha saltato nemmeno la parte di carriera segnata dalla collaborazione con Pat Thrall. Così, come diversivo molto interessante della serata, nel locale è risuonata Muscle And Blood. Il maestro Hughes ha toccato di nuovo l’epoca dei Trapeze con la prevedibile Medusa, mentre dal repertorio è mancato, quasi in modo scioccante, il classico dei Deep Purple Mistreated, che tutta la sala aspettava in silenzio ma con impazienza per tutta la sera. In cambio Glenn ha dilatato il suo ottimo pezzo originale You Keep On Movin’, che aveva regalato all’album dei Deep Purple «Come Taste The Band», fino a quattordici minuti abbondanti. In apertura l’ha presentato come un brano scritto con David Coverdale ai tempi precedenti all’album «Burn», solo che spuntò qualcuno che non permise a quella canzone di finire in quel disco. Allo stesso modo quel «qualcuno» insistette perché la stessa canzone non finisse nemmeno in «Stormbringer». Poi però è riuscita ad arrivare su «Come Taste The Band». Con un ringraziamento a Tommy Bolin è stato chiaro che quel «qualcuno» non era altri che, naturalmente, Richie Blackmore. Abbiamo ascoltato ancora due ottimi pezzi originali, gli standard dal vivo di Hughes Can’t Stop The Flood (album «Building the Machine») e il fenomenale mix di funk e hard rock Soul Mover (album «Soul Mover», 2005). Glenn non si è dimenticato nemmeno dei tempi con i Black Country Communion. Così il quartetto ha suonato l’ottima One Last Soul e in chiusura la velenosa, affilatissima Black Country. Per il gran finale restava una sola domanda. Stormbringer o Burn? Ci è toccata la seconda, e il pubblico del Simm City è letteralmente esploso e impazzito un’ultima volta!

È stato uno di quei concerti che finiscono incredibilmente in fretta, quasi in un istante. Se un’ora e tre quarti vola così, la «colpa» può essere solo dello straordinario Glenn Hughes. Un predicatore rock unico nel suo genere, che alla soglia dei sessanta e passa irradia la potenza di uno stallone ventenne, senza un briciolo di cedimento in energia e vibrazioni. Perfezione esecutiva e acrobazie vocali a cui non ti avvicini nemmeno di un palmo. In più ha messo in scena un basso straordinario, pieno di figure difficilissime. Pochi arrivano al suo livello. Beh, qualcuno c’è ancora, qualcuno c’era, ma sono fatti diversamente. Per esempio il compianto John Wetton, Sting e Geddy Lee (Rush). Glenn Hughes resta un velenoso stregone del rock’n’roll che dopo i concerti lascia pubblico e fan della sua musica pienamente appagati e carichi di energia. E come ha detto lui, è venuto tra noi per poter condividere amore. Le vibrazioni positive sembravano non finire mai e ci hanno riempiti ancora a lungo dopo l’incontro con la famosa leggenda del rock. Speriamo di rivedere presto Glenn! Abbiamo vissuto un’altra esperienza indimenticabile e unica con una leggenda del rock!

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

GLENN HUGHES:
1. Intro
2. Flow
3. Muscle And Blood
4. Gettin’ Tighter
5. Stumble & Go
6. Medusa
7. Can’t Stop the Flood
8. One Last Soul
9. You Keep On Movin’
10. Might Just Take Your Life
11. Soul Mover
12. Black Country
—bis—
13. Heavy
14. Burn

STONE BROKEN:
1. Intro
2. Stay All Night
3. Better
4. Be There
5. Wait For You
6. Just A Memory
7. This Life
8. Not Your Eney


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie