Gli Iron Maiden portano la loro stregoneria sull’altare sacrificale anche a Spalato (2016)

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Location: Spalato / Spaladium Arena / Croazia
Data: mercoledì, 27.07.2016


Che volere di più? Dalmazia, estate, mare, gelato e, per chiudere la giornata, un concerto degli Iron Maiden. Sembra una favola, ma per fortuna certe favole diventano realtà.

Il conto alla rovescia di mesi e giorni prima di ogni tour che annunciano è sempre duro, almeno oggi possiamo dirlo a ragion veduta, visto che sono la più grande heavy metal band del pianeta ancora in attività. Gli Iron Maiden, ovviamente. Una band che col tour »The Book of Souls World Tour« avrebbe girato il mondo già prima, se la malattia del cantante Bruce Dickinson, e con lui di tutta la band, non avesse fatto saltare i piani. Bruce se l’è cavata, e con lui gli Iron Maiden, che così a settembre scorso sono finalmente riusciti a pubblicare il (tanto promesso) nuovo album in studio, intitolato »The Book of Souls«. Il nuovo megalomane tour, in cui gli Iron Maiden solcano il mondo con il loro Boeing 747-400 appositamente modificato, ha portato la band nell’angolo balcanico d’Europa solo proprio alla fine. Così gli Iron Maiden sono saliti sul palco di Spalato per il loro sessantanovesimo concerto, su un totale di settantadue previsti da questo tour. Appena il giorno prima la band si era fermata a Trieste, vicino alla Slovenia, dove la squadra di RockLine l’ha beccata e immortalata nel report live che segue.

Anche se il sedicesimo album in studio, dal punto di vista artistico, non aggiunge niente di particolare alla discografia della band, questo non ferma la marea di fan dallo spingersi ai concerti degli Iron Maiden. Gli splendidi anni Ottanta hanno infatti cementato il nome della band per sempre tra la manciata dei più grandi artisti della galassia. Anche l’arena di Spalato ha avuto un’affluenza eccezionale. I parcheggi erano completamente pieni già alle cinque del pomeriggio. Orde di spettatori arrivavano da ogni dove e si riversavano da tutte le direzioni verso la Spaladium Arena. Gente da Croazia, Bosnia ed Erzegovina, probabilmente non mancava nemmeno qualcuno dal Montenegro, e anche dalla Serbia, anche se questi ultimi per vedere gli Iron Maiden molto probabilmente hanno sfruttato la data annunciata tre giorni dopo a Bucarest, in Romania. Anche una bella fetta di spettatori con targa slovena si è messa in marcia verso Spalato, soprattutto chi (noi compresi) per un motivo o per l’altro aveva saltato il concerto di Trieste. Si preannunciava un’avventura fuori dal comune. Il crepitio di scintille di energia ribollente, nel bagliore dell’attesa del concerto, non si placava. Buon umore e atmosfera top, insomma, a ogni passo.

Alle sette e mezza di sera sono saliti sul palco i The Raven Age. Una band in cui suona la chitarra il figlio di Steve Harris (Iron Maiden). George Harris, appunto. I The Raven Age sono un quintetto e, a livello espressivo, una band irrilevante. Su scala globale, almeno. Cioè rispetto a tutte le invenzioni musicali che il metal ha servito e offerto fino a oggi. Suonano metal moderno, molto melodico, lavorano sulla cinetica del »groove«. Sono prevedibili. La voce è ovviamente melodica, ma più di piagnucolii ed emo-lagne non sa tirare fuori. Però è stata un’esibizione ben studiata e rifinita. I ragazzi si sono allenati un sacco per questo tour e hanno sfruttato il palco con abilità. Di conseguenza hanno rovesciato sulla Spaladium Arena parecchia più sicurezza e padronanza di quanto si potesse giustificare, o di quanto il pubblico avrebbe mai preteso da una band che ha in tasca un solo EP e che ha annunciato solo per quest’autunno il suo album d’esordio »Darkness Will Rise«. Allora? Dopo Lauren Harris (la figlia di Steve Harris), che aprì i concerti degli Iron Maiden tra il 2006 e il 2009, dopo i (già sciolti) Rise To Remain, il cui cantante era Austin Dickinson (figlio di Bruce Dickinson) e che aprirono per gli Iron Maiden nel 2011, ecco la terza prova lampante del nepotismo sfacciato coltivato dagli Iron Maiden. Si potrebbe anche chiudere un occhio, se si trattasse di band interessanti. Ma niente da fare. Anche con l’esibizione dei The Raven Age la conclusione resta la stessa. Un set dimenticabile, come la neve dell’anno scorso, senza carisma e senza provocazione artistica. Visti i prezzi dei biglietti, il pubblico si meritava di più. Soprattutto chi a Trieste ha sborsato quasi 100 € tondi tondi per il fan pit.

Poco prima delle nove di sera, però, è cominciato il vero spettacolo. Prima di tutto la celebre Doctor Doctor, brano dei leggendari UFO e al tempo stesso »modello« (»stampo originale«) di tante canzoni dei primi anni di carriera degli Iron Maiden, su cui la band ha costruito la sua reputazione nel mondo della musica. Questo pezzo viene sempre fatto partire prima che gli Iron Maiden salgano sul palco. La gente nell’Arena impazzisce. Il punto di ebollizione sta per essere raggiunto. E superato. La sala si oscura e al pubblico tocca pure guardarsi un divertente film d’animazione sul Boeing »Ed Force One« degli Iron Maiden, finito a terra in mezzo alla giungla, da cui li salva alla fine nessun altro che il loro immancabile alleato Eddie.

Gli Iron Maiden hanno costruito la scaletta in modo molto prevedibile. Era carica di ben sei pezzi del nuovo disco. In apertura ne hanno sparati due di fila, alla fine del primo terzo del concerto altri due e all’inizio dell’ultimo terzo gli ultimi due. La generosità in minutaggio dei nuovi brani ha fatto sì che in poco meno di due ore il concerto mettesse in fila solo quindici pezzi, rispetto ai solitamente undici… pardon, ai solitamente diciassette che si ricevono ai concerti degli Iron Maiden. La partenza con la coppia da »The Book of Souls«, If Eternity Should Fail e Speed Of Light, ha fatto alzare in piedi il pubblico di colpo, e il delirio che ha avvolto  tutta l’Arena,  non è mai più calato. Bruce, eccezionale comandante da concerto, ha »calmato« un po’ la febbre iniziale poco prima di Children of the Damned, un classico, dove si è messo a chiacchierare e di passaggio ha elogiato la nazionale croata di calcio, il che è bastato a far sì che il pubblico fosse tutto suo per due ore. Quella pausa, come anche la canzone stessa, ha offerto al cantante il primo momento per risparmiare energie, visto che è scritta in un registro che per Bruce non richiede sforzi vocali eccessivi. Dickinson ha cantato buona parte del concerto a un livello straordinario. Soprattutto per la sua età e considerando che si è lasciato il cancro alle spalle. Ha svolto il compito in modo eccellente. Qualche volta ha sì cercato il fiato, soprattutto durante The Trooper e nella seconda strofa di Hallowed Be Thy Name e, diciamo, nei primi due terzi della conclusiva Wasted Years, dove è volato dietro le quinte durante il passaggio »mid eight« a cercare »ossigeno«. Quando Bruce è tornato sul palco, ha chiuso l’ultimo ritornello e la strofa di Wasted Years a un livello energetico nettamente più alto e con un rendimento visibilmente maggiore della potenza vocale.  Di momenti così ce ne sono stati ancora un paio nel concerto. Però Dickinson (e ovviamente gli Iron Maiden con lui) in questo tour ha portato sul palco un carattere molto più »burlone« rispetto alle esperienze live passate degli Iron Maiden. Non solo si è messo addosso qualche maschera divertente e coperto la testa durante il concerto, ma ha tenuto per tutto il tempo un umore ottimo sul palco: per esempio durante l’intro del classico Hallowed Be Thy Name, piazzato su una pedana accanto alla batteria di Nicko McBrain, ha picchiato sul piatto »crash« con una corda da impiccato che gli pendeva al collo; poi, durante Number of the Beast, è piombato sul palco con un estintore e ha fatto il giro di tutti i membri »spruzzandoli«, senza dimenticare a fine pezzo nemmeno il pubblico. Poi è successo che all’inizio di Blood Brothers è volato sul palco un reggiseno »push up«, che Bruce ha raccolto e con cui ha bendato gli occhi a Janick Gers. Come è noto, il principale pagliaccio della band è Janick Gers, che soprattutto nell’ultima era è il suo motore propulsivo-creativo, e che suonava la linea di chitarra principale nell’intro di questo brano. Visto che Dickinson l’ha spiazzato con quella mossa, è successo che la sua chitarra è ammutolita per un attimo. Così gli altri due chitarristi (Smith o Murray), in attesa della mossa del compare, hanno perso l’orientamento e di conseguenza si sono concessi un simpatico scivolone di mezzo tono.

Anche se la maggior parte dell’attenzione la attira Dickinson, gli altri tre chitarristi e l’inconsolabile pantaloncino-da-calcio nonché immortale capo della band Steve Harris sono sembrati insolitamente intraprendenti e grintosi. Dal primo all’ultimo secondo. Come se volessero seguire Dickinson a ogni costo. Ha fatto la sua parte anche la sala stracolma, che ha partecipato fanaticamente con la band dal primo all’ultimo secondo del concerto.  Anche quando il concerto si è chiuso con Wasted Years, il pubblico, saltando in tutto il parterre, ha scatenato un fracasso che chiedeva un ultimo bis obbligato, che però, ovviamente, non è mai arrivato.

La band, come aveva annunciato prima dell’inizio del tour, ha portato a Spalato uno spettacolo di altissimo livello. Oltre a tutto quello già scritto, nella sala c’era un suono eccellente, tanto che si riusciva a seguire molto nitidamente anche le triple armonie a terzine in The Trooper. La band ha portato sul palco una dose abbondante di pirotecnica con cui ha condito l’apertura (If Eternity Should Fail) e, tra le altre cose, anche l’esecuzione della title track e, nel bis obbligato, di The Number of the Beast. L’aspetto di Eddie si è rivelato particolarmente riuscito. È arrivato a passi pesanti sul palco durante la title track. Con gambe così lunghe che Janick Gers ha potuto allenarsi per tutto il tempo negli sprint sulle brevi distanze tra le gambe di Eddie.  Durante Iron Maiden, da dietro la pedana di McBrain ha »fatto capolino« l’enorme testa di Eddie costruita sulla base della copertina del nuovo album. Gli effetti pirotecnici durante The Number of the Beast sono stati potenziati anche da due strutture a forma di diavolo, piazzate a sinistra e a destra del palco. Insomma. Uno spettacolo che vale ogni centesimo. Nonostante i prezzi dei biglietti salgano di anno in anno sempre più in alto.

Cosa dire in chiusura? Un concerto che è finito prima ancora di cominciare. Due ore che sembrano non essere mai esistite. Due ore di splendida compagnia con gli indimenticabili fabbri della Bibbia del metal, gli unici Iron Maiden, una delle band più influenti di tutti i tempi. A dispetto della maturità, gli Iron Maiden sul palco restano potenti, vorticosi, sprizzano una vivacità da ragazzini e nemmeno un filo di logorio o stanchezza. Un indimenticabile spettacolo live con gli Iron Maiden a Spalato, insomma. E l’attesa impaziente per il nuovo tour della band è cominciata subito.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta:
1. If Eternity Should Fail
2. Speed of Light
3. Children of the Damned
4. Tears of a Clown
5. The Red and the Black
6. The Trooper
7. Powerslave
8. Death Or Glory
9. The Book of Souls
10. Hallowed Be Thy Name
11. Fear of the Dark
12. Iron Maiden
— bis —
13. The Number of the Beast
14. Blood Brothers
15. Wasted Years


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