Gli Yes brillano più che mai in mezzo a Padova (2014)
Luogo: Padova / Gran Teatro Geox / Italia
Data: sabato, 17.05.2014
I nostri vicini a ovest possono vantarsi di ospitare ogni anno un sacco di giganti della musica progressive rock. Questi ricordano ancora benissimo lo straordinario calore dei fan italiani di quando i membri di queste band erano ancora giovani e creavano le opere chiave delle loro lunghe e variegate carriere, ed è il motivo principale per cui la maggior parte di loro suona ancora volentieri in varie città della penisola appenninica. Tra queste leggendarie band di musica sperimentale, che hanno firmato i loro lavori in studio più importanti negli anni Settanta del Novecento, rientrano anche i campioni del prog Yes, una delle band più importanti e più rispettate di tutto il movimento progressive rock.
Gli Yes, che dopo l'(ennesimo) addio del cantante originale Jon Anderson nel 2008 hanno attraversato una serie di cambiamenti turbolenti, per lo più non proprio piacevoli, nel 2011 hanno registrato l’album in studio «Fly From Here», che a ragione passa per uno dei loro risultati più controversi, un po’ come gli album «Tormato» (1978) e «Union» (1991). Il tour di «Fly From Here» con il cantante canadese Benoit David (ex-Mystery) al posto di Anderson non è stato un granché riuscito, e questo vale soprattutto per la loro serata a Trieste, il 25.11.2011, una delle più grandi delusioni live dell’ultimo decennio. Gli Yes erano allora solo una pallida ombra barcollante di se stessi e per un attimo sembrava già di assistere all’inizio della fine di una carriera magnifica, perché così proprio non potevano andare avanti.
Per fortuna se ne sono accorti presto anche i membri della band e, dopo l’addio di David, hanno contattato il cantante americano Jon Davison (Glass Hammer), che, a quanto pare, si è rivelato il loro salvatore, anche se per il verdetto finale bisognerà aspettare l’uscita del nuovo album in studio «Heaven & Earth» (2014). Davison non sarà Anderson, ma è il miglior sostituto vocale possibile, come ha confermato anche la serata degli Yes a Padova, che ha mostrato un volto completamente diverso di questa leggendaria band rispetto a quello di tre anni fa a Trieste, quando sembrava che gli Yes dovessero cambiare nome in No.
Per dimostrare di saper ancora suonare anche il materiale più impegnativo, ma soprattutto per farsi perdonare almeno un po’ dai fan fedeli tutta la figuraccia di «Fly From Here», gli Yes hanno annunciato un tour ambiziosissimo, in cui eseguono per intero tre album chiave della loro magnifica carriera: «The Yes Album» (1971), «Close To The Edge» (1972) e «Going For The One» (1977). Il che voleva dire che durante questo tour sarebbero finiti in scaletta anche parecchi standard degli Yes che non suonavano da un bel po’ di anni.
La trasformazione che gli Yes hanno vissuto in questo tour rispetto al 2011 è a dir poco sbalorditiva, se non totale, e ce ne siamo convinti durante il loro show al Gran Teatro Geox, sold out e pieno fino all’ultimo angolino. Nonostante gli Yes non fossero nella loro formazione classica, visto che al posto del ‘ometto’ Anderson c’era Davison, che con la sua camicia hippie e i pantaloni a zampa sembrava uscito dritto dal 1972 (contribuendo così all’atmosfera affascinante e nostalgica), mentre Geoff Downes (Asia), che nell’ultimo anno ha ‘messo su’ una bella quantità di chili, rimpiazzava ancora una volta l’amatissimo Rick Wakeman, sono riusciti a tirare fuori il loro suono inconfondibile e a ‘parlare’ con la ‘lingua verde’.
Gli Yes non hanno eseguito i loro tre capolavori in studio in ordine cronologico, come si aspettavano in molti, ma hanno aperto lo show con il materiale di «Close To The Edge», cioè con la title track, un superepico di oltre 20 minuti che a ragione è considerato uno dei vertici della loro carriera. Probabilmente dietro c’era una scelta del tutto razionale: i pezzi più difficili, soprattutto quelli che non suonavano da anni, vanno messi nella prima metà della serata, quando Davison e i quattro attempati signori sono ancora ‘abbastanza freschi’ per imprese così impegnative. Così l’opera più ardua, uno dei lavori chiave del progressive rock, è arrivata proprio all’inizio del loro repertorio live. La prima parte della suite «Close To The Edge», «The Solid Time Of Change», conteneva un’impeccabile sezione introduttiva improvvisata, dove al sitar elettrico ha brillato in particolare il ‘signor gufo’, il leggendario virtuoso della chitarra Steve Howe, mentre Chris Squire, unico membro originale rimasto e capo informale della band, ha fatto subito colpo con le sue linee turbolente sul basso Rickenbacker.
Ovviamente, quello che interessava di più a quasi tutta la sala era come se la sarebbe cavata Davison. Ha ripagato in pieno la fiducia ricevuta, soprattutto nella sezione epica e vocalmente impegnativa «I Get Up I Get Down», dove nel ritornello ha toccato un paio di acuti davvero stupefacenti. La sua somiglianza vocale con Anderson è davvero affascinante e dal punto di vista tecnico addirittura, al momento, supera il leggendario cantante, tenendo conto che è anche parecchio più giovane. Ma soprattutto Davison, con la sua energia giovanile e un approccio sul palco vivace e curato fin nei dettagli, ha ridato alla band quella genuina energia ‘alla Yes’ e, tra un pezzo e l’altro, ha saputo costruire un ponte solido con il pubblico, cosa che al suo predecessore David, poco carismatico, mancava cronicamente.
Molti fan degli Yes si dimenticano che Alan White, nonostante il peso degli anni, è ancora un ottimo batterista, che durante la suite «Close To The Edge» ha suonato senza problemi anche le sezioni di batteria e percussioni più difficili, quelle arrangiate in origine dal suo predecessore (purtroppo già ritirato) Bill Bruford. Era interessante osservare Downes, per il quale la suite «Close To The Edge» è stata sicuramente l’impresa più dura di tutta la serata. Anche se non è lontanamente un virtuoso come Rick Wakeman, se l’è cavata benissimo in un ruolo estremamente impegnativo e versatile e ha suonato in modo convincente il difficile assolo d’organo nella sezione finale «Seasons Of Man». Capita davvero di rado che il culmine della serata arrivi già all’inizio del concerto, e stavolta è successo proprio questo: durante la riuscitissima esecuzione dell’epico evergreen che dà il titolo all’album, molti fan hanno vissuto un vero e proprio nirvana e hanno premiato la band con un lungo applauso.
L’atmosfera intensa, che ci ha riportati all’era di «Close To The Edge», quando la band viveva il suo apice artistico (beh, il dibattito su quale sia il vertice della discografia degli Yes, se «Close To The Edge», «Tales From Topographic Oceans» o magari persino «Relayer», andrà avanti tra i fan probabilmente all’infinito), è continuata anche durante l’eterea «And You And I», dove il signor Howe per la prima volta stasera ha imbracciato il suo amato pedal steel, che probabilmente è il suo strumento preferito dopo la chitarra elettrica. Anche la scenografia con le proiezioni grafiche era adattata ai singoli brani e ha contribuito a un’atmosfera quasi autentica, quella dell’epoca in cui la band era ancora giovane.
Durante la ben più vivace e saltellante «Siberian Khatru», che ha regalato un altro piacevole contrasto ambientale, la band si è sciolta a dovere e per un po’ sono tornati tutti ragazzini, anche se, a guardare l’aspetto, gli anni non hanno fatto sconti a nessuno, soprattutto a Squire e Howe. Gli Yes non attireranno mai più ai loro concerti adolescenti col cuore in subbuglio (a dire il vero, nemmeno a metà anni Settanta ci andavano per lo più per via dei loro ragazzi), ma in compenso hanno dimostrato ancora una volta di essere ‘tipi tosti’ quando c’è da evocare un’atmosfera grandiosa che riempie sempre l’ascoltatore di energia positiva, e di una bravura virtuosistica che dopo tanti decenni non è meno affascinante di una volta.
Chiuso il primo dei tre capitoli importanti della carriera degli Yes, è toccato alla presentazione del periodo in cui, nella seconda metà dei Settanta, la band ha realizzato il suo ultimo album classico e ha conquistato una nuova generazione di fan, incarnato dall’esecuzione di «Going For The One» (1977). Il pezzo d’apertura, nonché title track, è stato annunciato dallo stesso Howe, che stavolta, contro la sua natura, ha tirato fuori persino un pizzico di umorismo presentando il riff rock’n’roll d’apertura. «Going For The One» non è tra i lavori più complessi della loro carriera, ma proprio per questo hanno potuto mettere in risalto il loro lato più rock, e qui si sono scatenati soprattutto Howe con i suoi passaggi melodici e bluesy e Squire con le sue linee di basso taglienti. Le proiezioni grafiche si sposavano bene con i testi dei singoli brani, e si è notato in particolare durante il classico vocalmente impegnativo «Turn Of The Century», dove Davison, con la sua prova vocale curata nei minimi dettagli, ha convinto anche gli ultimi ‘increduli San Tommaso’ di essere ‘della pasta giusta’ e di poter sostituire Anderson anche a lungo termine, a differenza di David e Trevor Horn. Al canto ha un’ottima spalla nelle armonie di accompagnamento, di cui si occupano da sempre Squire e il brontolante Howe, ancora (per lo più) ben affiatati vocalmente.
Durante «Parallels», un altro pezzo dell”era preistorica’ che gli Yes non suonavano da tempo immemorabile, si è distinto soprattutto Downes con le sue tastiere dal sapore sacrale, mentre gli altri compagni di merende Yes hanno contribuito a costruire l’ambient grandioso e da cattedrale che segna questo classico. È seguita una brillante esecuzione di uno degli evergreen più amati degli Yes e del loro singolo ancora oggi piazzato più in alto nelle classifiche britanniche, «Wonderous Stories» (curiosamente l’hanno suonato anche a Trieste, il 25.11. 2011), dove Davison durante il canto ha imbracciato la chitarra acustica. Come Anderson, anche Davison è un solido chitarrista acustico e durante i concerti ha a disposizione anche qualche percussione assortita. Il terreno era pronto per l’epica «Awaken», il secondo brano più ambizioso della serata, che alla band non ha dato grossi grattacapi: tutte le sezioni strumentali impegnative e anche il melodramma vocale, in un’atmosfera intensissima, sono venuti fuori come si deve. Eseguire per intero due classici in studio è stato comprensibilmente parecchio faticoso, soprattutto per i pezzi che gli Yes non suonavano da tempo, perciò la band si era meritata in pieno una pausa di 20 minuti.
Sono tornati con energia rinnovata e di ottimo umore, cosa niente affatto sorprendente, visto che era il turno del loro terzo lavoro in studio in ordine cronologico, «The Yes Album» (1971), con cui hanno ‘rotto il ghiaccio’, hanno fatto accorgere della loro esistenza anche il resto del mondo e si sono piazzati tra i giganti del progressive rock. I membri degli Yes hanno la maggior parte del materiale di «The Yes Album» ‘nel mignolo’, visto che i pezzi di questo album di culto finiscono spesso nei loro concerti. Durante i brani di «The Yes Album» si è divertito in modo particolare Downes, per il quale coprire gli arrangiamenti d’organo che in studio aveva suonato in origine Tony Kaye è stato un compito molto più facile rispetto ai pezzi dell’era Wakeman, quando doveva in qualche modo sostituire il ‘polpo’ delle tastiere.
Tutti gli Yes si sono goduti un mondo l’esecuzione del classico diretto e bombastico «Yours Is No Disgrace», che col suo messaggio pacifista è attuale in ogni epoca, anche se Davison, che ha fatto ancora una volta il suo con eccellenza, con il suo look dava l’impressione che fossimo tornati tutti insieme ai tempi della guerra del Vietnam. Steve Howe ha finalmente potuto sfoggiare i suoi passaggi battaglieri alla chitarra elettrica e per un po’ è diventato l’attrazione principale della serata. Ma ovviamente per lui non sarebbe bastato se non avesse avuto almeno un pezzo solista, che alla fine ha avuto con «The Clap», dove è stato al centro della scena, e se l’è pure meritato, perché una maestria e una raffinatezza solistiche così non le vedi a ogni occasione live.
Il culmine dell’esecuzione degli standard di «The Yes Album», con tutte e tre le sezioni, è stato come previsto il classico «Starship Trooper», che semplicemente non può mancare a nessun concerto degli Yes e dove le capacità d’improvvisazione dei singoli strumentisti, soprattutto nella sezione finale ‘glaciale’ «Würm», hanno brillato ancora una volta in tutto il loro splendore. «I’ve Seen All Good People», un altro evergreen, conosciuto anche da chi non è proprio un fan sfegatato degli Yes e dove il peso maggiore è sulle armonie vocali, soprattutto nel ritornello, ha confermato ancora una volta la bravura al canto di Davison e dei suoi ‘scudieri’ vocali di accompagnamento Howe e Squire, anche se questi due un paio di volte non erano proprio perfettamente a tempo. Un’avventura di tipo speciale è stata l’esecuzione dello standard più breve intitolato «A Venture», uno di quei ‘bonbon’ dimenticati degli Yes che dopo tutti questi decenni apprezzano solo i buongustai del prog rock, a cui non basta la raccolta dei più grandi successi di una band.
La serata dei tanti picchi si avviava lentamente alla fine e quando è arrivato il gran finale in forma di «Perpetual Change», anche questo che non si sentiva ‘dal vivo’ da un pezzo, il pubblico in sala era già da qualche parte nei ‘sette cieli degli Yes’. Un concerto degli Yes però non sarebbe completo senza il loro pezzo più famoso nel bis, cioè «Roundabout», che viene dall’album «Fragile» (1972), che la maggior parte del pubblico avrebbe voluto sentire pure per intero dal vivo, ma l’ingordigia non è proprio una bella virtù. I membri degli Yes ce l’avrebbero sicuramente fatta, se fossero stati, come Davison, più giovani di una ventina d’anni, anche se la stanchezza a fine show l’hanno nascosta piuttosto bene e il vecchio moschettiere Squire ha continuato fino alla fine con i suoi passetti da papera sul palco. Interessante di «Roundabout» è stato che l’hanno suonata allo stesso tempo della versione originale in studio, al contrario della prassi live in cui di solito la suonano accelerata. Con «Roundabout» il concerto ha raggiunto il grande climax ed è stato anche il momento della serata in cui tutta la sala si è ritrovata in piedi. Alla fine dello show il pubblico, in gran parte italiano (e qualche sloveno), ha premiato gli Yes con un applauso fragoroso che non si è spento tanto presto, anche quando i membri della band avevano ormai lasciato il palco.
In due ore e mezza di show gli Yes hanno incantato con esecuzioni quasi impeccabili di tre album chiave della loro sterminata carriera e con un impianto audio eccellente, il che significa che ci siamo fatti una bella scorpacciata di musica ‘da dei’, quella che sanno offrire solo i giganti del progressive rock, e gli Yes lo restano anche dopo più di 45 anni di attività. Questo è stato dunque un concerto degli Yes nel vero senso della parola: al massimo livello possibile e senza il minimo giochetto. Per riconquistare la credibilità presso la maggior parte dei fan avevano assolutamente bisogno di qualcosa di grande, di speciale, e con questo tour, in cui si è presentato con successo Jon Davison, ce l’hanno fatta, il che vuol dire che si sono riscattati per l’intera figuraccia di «Fly From Here». Speriamo che anche il tour di «Heaven & Earth» vada in modo altrettanto magnifico, e che l’assenza di Jon Anderson e Rick Wakeman la sentiremo solo in dosi modeste.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
The Firebird Suite (by Igor Stravinsky, taped intro)
1. Close to the Edge
2. And You and I
3. Siberian Khatru
4. Going for the One
5. Turn of the Century
6. Parallels
7. Wonderous Stories
8. Awaken
9. Yours Is No Disgrace
10. Clap
11. Starship Trooper
12. I’ve Seen All Good People
13. A Venture
14. Perpetual Change
—bis—
15. Roundabout







































