Graspop Metal Meeting 2012 (giorno 1)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta

Luogo: Dessel / Belgio
Data del concerto: 22.06.2012
Numero di spettatori: 80.000
Prezzo del biglietto: 155€ (abbonamento di tre giorni)

Il Graspop Metal Meeting è uno dei più grandi festival metal d’Europa, anche se dalle nostre parti non è neanche lontanamente famoso come, per dire, il chiacchieratissimo Wacken Open Air tedesco o l’Hellfest, sempre più affermato negli ultimi anni, nel nord della Francia. Il Graspop si tiene vicino alla cittadina di Dessel, in Belgio, in un idilliaco scenario di campagna con la tipica architettura fiamminga e gente del posto alla mano.

La storia del festival risale al 1996 e negli anni l’evento è cresciuto, fino a diventare, con una capienza odierna di diverse decine di migliaia di persone, uno dei più grandi festival musicali dell’intera regione. Il numero effettivo di presenze cambia a seconda delle fonti, ma secondo me quest’anno al festival sono arrivate quasi 100mila anime votate all’heavy rock. Dalla Slovenia Dessel dista circa 1150 chilometri, cioè più o meno 13 ore di viaggio sul cavallo d’acciaio, ma ovviamente c’è anche la soluzione più elegante: il volo dalla vicina Treviso verso il Belgio. All’arrivo il festival offre pure il trasporto gratuito con le ferrovie belghe, quindi in quel caso per la tratta dall’aeroporto di Charleroi a Dessel non c’è da preoccuparsi per il portafoglio.

L’evento di tre giorni offre musica su quattro palchi. Il main stage del festival, di dimensioni gigantesche, ha ospitato i nomi più forti a livello commerciale, mentre tutti gli altri si sono divisi tra tre palchi più piccoli, tutti sotto tendoni che accolgono nel loro grembo solo un numero limitato di persone. Di sera, quando i tendoni ospitavano nomi relativamente grossi tipo Lamb Of God, Dimmu Borgir o Children Of Bodom, la ressa era insopportabile e le gocce di sudore, strofinati corpo contro corpo, pesanti il giusto.

Dopo un viaggio notturno fino al festival, la nostra squadretta di cinque coraggiosi viaggiatori si è presa la mattina per un robusto riposo, quindi ci siamo persi un po’ di band d’apertura: il mio primo vero contatto col festival è arrivato solo pochi minuti prima delle tre del pomeriggio, quando sul palco del Metal Dome sono saliti i POSSESSED. Si tratta di leggendari metallari americani che nella prima metà degli anni Ottanta, sotto l’influenza di Venom e Motörhead, nel creare un suono brutale hanno fatto un passo in più e sono diventati pionieri del genere death metal. Della formazione di allora è rimasto solo il cantante paralizzato Jeff Becerra, che alla fine degli anni Ottanta un codardo rapinatore di banche ha colpito a più riprese con un’arma da fuoco, inchiodandolo per sempre a una sedia a rotelle. Ma la voglia di metal mica la puoi far fuori a colpi di pistola! Oggi Becerra porta avanti con una squadra di nuovi musicisti la storia dei Possessed, che alla fine è diventata parte anche del Graspop! Il tuffo a metà anni Ottanta nei due album cult »Seven Churches« e »Beyond The Gates« è stato dignitoso: i riff di impostazione thrash offrivano un rifugio sicuro alla riconoscibile voce gutturale di Becerra, anche se la reazione relativamente fredda del pubblico diceva che la maggior parte era venuta all’esibizione  solo per togliersi la curiosità di sentire come suona il death metal originale venticinque anni dopo. Nonostante l’esecuzione impegnativa Becerra non ha deluso a livello vocale, e uno dei momenti clou del concerto è arrivato quando il frontman, sulla sua sedia, si è spinto fino ai due lati del palco salutando da vicino le prime file.

Dopo qualche pezzo la voglia di rivedere i BLACK LABEL SOCIETY mi ha portato dall’altra parte dell’area, davanti al main stage. Gli heavy metaller americani, con la loro riconoscibile infarinatura di southern rock, hanno raccolto sull’enorme prato una folla enorme, cosa del resto prevedibile per una band con una base di fan fedelissima e uno status ormai quasi di culto. Il frontman Zakk Wylde ruggisce di nuovo come un leone! Dopo che negli anni scorsi ha avuto parecchi problemi per dei coaguli di sangue, tanto da essere ricoverato, ora la salute lo assiste evidentemente meglio. Wylde, un vero armadio a livello di costituzione fisica, come colonna portante della band, anche grazie al copricapo di piume indiano, si è caricato sulle spalle la maggior parte degli sguardi da sotto il palco. Ha puntato sul suo carisma barbuto e, senza troppe chiacchiere per prendere contatto col pubblico, si è affidato esclusivamente alla parte musicale. In un’esibizione di poco meno di un’ora i Black Label Society hanno attraversato la loro carriera lunga un decennio e mezzo, e i pesanti riff heavy e stoner metal hanno toccato il culmine con l’esecuzione di Fire It Up e della conclusiva Stillborn.

Poi un salto sotto il secondo palco più grande del festival, sotto il tetto del tendone Maquee I, dove lo striscione sullo sfondo del palco, già prima dell’inizio, annunciava che i successivi 50 minuti sarebbero stati roba da matti, con il nome SACRED REICH! I thrasher americani si sono riuniti qualche anno fa nella formazione classica e alla fine sono sbarcati anche nel Vecchio Continente (purtroppo da nessuna parte vicino alla Slovenia). Oggi uomini dai capelli corti, nella seconda metà degli anni Ottanta hanno pubblicato dei dischi eccellenti, ma purtroppo, nonostante il supporto della Metal Blade, oggi sono una gemma mezza dimenticata della scena thrash anni Ottanta. Da quello che ho visto, nei Sacred Reich c’è un’enorme voglia di dimostrare qualcosa: la lunga inattività è esplosa sul palco del Graspop come un incendio di cinetica indomabile, e ha spedito nel mosh pit vivi e morti fino alla postazione del mixer in mezzo al tendone. A differenza della maggior parte delle band affini, il tipico suono dei Sacred Reich ha un effetto positivo sull’umore, soprattutto grazie al simpatico frontman Phil Rind e al suo cantato, che a tratti si trasforma in un vero e proprio parlato. Rind nel dare voce ai versi ha quasi sputato i polmoni, e il racconto musicale, sincero, l’ha scritto con un’esibizione sentita anche il resto del trio. Tra classici come The American Way o Ignorance i Sacred Reich hanno infilato la cover dei Black Sabbath War Pigs, e il surf nell’eredità musicale del materiale originale è finito con la hit Surf Nicaragua. Senza dubbio una delle esibizioni della giornata!

Intanto sotto il palco già si dirigeva una folla in maglietta dei Guns N’ Roses, non per loro, ma per SLASH, che si è esibito come solista sul main stage. Quest’anno il musicista ha pubblicato il suo secondo album solista »Apocalyptic Love«, e proprio la sua presentazione è stata il tema centrale dell’esibizione al Graspop. Ma Slash ha la sfortuna che il suo nome è una vera calamita mediatica e tutti lo conoscono solo come chitarrista degli ex giganti dell’hard rock, mentre pochi si addentrano nella sua carriera solista. Così la sua esibizione si potrebbe dividere in due parti. Mentre i classici dei G n’ R Nightrain, Mr. Brownstone e Sweet Child O’ Mine hanno agganciato la folla come l’amo più allettante, i pezzi solisti, che nella scaletta erano la maggioranza, sono stati accolti in modo quasi apatico. A Slash ha giocato un brutto scherzo anche il suono: nel quadro sonoro complessivo la sua chitarra era sovrastata dalla sezione ritmica, quindi per mancanza di estasi sonora a tratti ci siamo dovuti accontentare di guardargli le dita. Il frontman della band che lo accompagna è Myles Kennedy (Alter Bridge), quindi, come previsto, abbiamo avuto il loro pezzo insieme Back From Cali, dall’omonimo esordio di Slash, e il viaggio tra vecchie e nuove baggianate hard rock si è concluso (come previsto) con Paradise City. L’esibizione mi ha lasciato freddo, ma non dubito che dopo un eventuale concerto tutto suo sarebbe stato tutt’altra storia. Mettere in repertorio, puntare sui pezzi dei G n’ R era infatti piuttosto buffo, considerando ovviamente che due giorni dopo sullo stesso palco ci sarebbe stata proprio quella band…

Dopo avevo intenzione di vedere i gotici britannici Paradise Lost, ma per sbaglio sono finito nel tendone sbagliato, dove nello stesso momento bruciavano tutto i Devil Driver. Sono degli estremisti californiani di straordinaria potenza d’urto e di colpi di energia grezza, ma nonostante tutta l’aggressività, tra un assolo di chitarra e l’altro sanno infilare anche un po’ di melodia. Il tendone pieno zeppo testimoniava che i Devil Driver tra i giovani riscuotono un enorme successo, ma siccome personalmente non sono un grande fan di questa interpretazione del metal e del vocalist »growl«, la strada mi ha portato, in cerca di un ristoro, verso il tendone per una o due lattine di bevanda al luppolo.

Intanto il main stage lo facevano tremare gli svedesi power metaller Sabaton con la nuova epopea storica »Carolus Rex«, e dopo di loro,  poco dopo le otto e mezza di sera, sul palco sono saliti i giganti del thrash metal SLAYER. Il quartetto americano si era già esibito solo due settimane prima nella vicina Zagabria, ma stavolta gli Slayer hanno cambiato il palco della minuscola Močvara con il main stage del Graspop, dove avevano suonato l’ultima volta due anni fa. Nella formazione suona ancora Gary Holt, che da un anno e mezzo sostituisce il chitarrista originale Jeff Hanneman. Anche se già da tempo si diceva che il biondo »spiderman«, dopo una grave infezione causata dal morso di un ragno, potesse tornare, per ora del suo ritorno non c’è traccia.

La sua assenza, come detto, la sfrutta con abilità il chitarrista principale degli Exodus, che nel frattempo ha »fatto amicizia« con la prima chitarra degli Slayer Kerry King a tal punto che i due musicisti  collaborano spontaneamente sul palco; Holt si è preso sulle spalle anche qualche inserto solista, e chi vedeva gli Slayer per la prima volta avrebbe potuto giurare che Gary Holt fosse un membro fisso della band da sempre. Tom Araya, frontman di origini cilene, viene visibilmente logorato da una faticosa vita live lunga una vita: non gli si può rimproverare l’impegno vocale più passivo, che si sentiva soprattutto in War Ensemble, né i chili presi negli ultimi anni, tantomeno i capelli sempre più grigi. È semplicemente un uomo che, a cinquant’anni compiuti l’anno scorso, non riesce più a calarsi nello show sul palco con l’intensità di quando ne aveva venticinque. Se Araya negli ultimi anni raccoglie con i suoi sorrisi perenni le simpatie del gentil sesso, questo non vale affatto per Kerry King, un armadio tatuato e spaventoso che tirava fuori dalla manica riff mortali e apriva classici come Chemical Warfare e la sorpresa del tour, Jesus Saves (“Reign In Blood”, 1986). Dietro la batteria, nascosto dietro gli occhiali da sole, regnava Dave Lombardo, uno dei migliori batteristi metal, che ha sfoggiato il suo ricco bagaglio con un martellare dinamico, come lo richiedono le composizioni stratificate degli Slayer. La scaletta di un’ora e un quarto non ammetteva bis, così gli americani hanno chiuso il concerto senza prendere fiato con le immancabili South of Heaven e Raining Blood. Anche se gli Slayer non sono più incazzati come una volta, incontrarli è ancora una goduria! A giudicare dai cori »Slaaaayeeeer«, ormai diventati popolari tra i metallari, con cui l’orda ubriaca ha tenuto sveglio il campeggio per tutta la notte, posso concludere tranquillamente che l’esibizione di routine ha raggiunto la missione prefissata della perfetta estasi metallara.

Poi l’attesa per il capitolo conclusivo della giornata, mentre i pensieri nella testa giocavano con il desiderio finora irrealizzato di aspettare i Black Sabbath al posto di Ozzy e amici. Alla fine dell’anno scorso, infatti, i Black Sabbath hanno ufficialmente ricompattato le fila e a giugno sarebbero partiti per un tour europeo (il primo in sette anni), se la grave malattia di Tony Iommi non avesse mandato all’aria i piani. Le date già prenotate le ha occupate OZZY OSBOURNE con una squadra di musicisti stellari al seguito, offrendo così a tutti gli estimatori dei Black Sabbath, come premio di consolazione, nientemeno che sé stesso.

Quest’anno ricorrono i trent’anni dalla morte del primo chitarrista di Ozzy, Randy Rhoads, e così, dopo il pezzo d’apertura Bark at the Moon, Ozzy ha ricordato il compianto chitarrista dei Quiet Riot con un tris: Mr. Crowley / Suicide Solution / I Don’t Know. I riff di chitarra, in coppia con lo sfondo atmosferico del tastierista Blasko, li metteva giù Gus G.. Il chitarrista dei Firwind è tecnicamente ben preparato, ma ha davanti ancora molti anni da passare a dimostrare, prima di poterlo paragonare ai suoi predecessori con Ozzy. Ozzy Osbourne, nonostante il fisico all’apparenza fragile, ha retto bene le capriole sul palco. Il vecchietto, grazie al suo carisma, manovrava il pubblico con facilità e lo nutriva con il solito urlo »I can’t hear you«, e la routine da palcoscenico a tratti lasciava il posto a una scintilla adolescenziale e giocosa. Sì, tutto questo si nasconde in Ozzy Osbourne!

Il »Principe delle Tenebre« resta un intrattenitore di prima categoria! Se l’anno scorso allo Sweden Rock aveva preso di mira con un cannone d’acqua e schiuma i cameraman ufficiali del festival, stavolta se l’è presa con gli addetti alla sicurezza sotto il palco. Le risate a valanga non sono mancate, e nemmeno i momenti memorabili, quando sul palco con Ozzy sono saliti il bassista dei Sabbath Geezer Butler e la star della chitarra Slash. La parte centrale del concerto è toccata ai classici dei Sabbath del periodo iniziale, cioè alle lente salve doom di un’atmosfera ad alta quota. Slash, in uno stile chitarristico lento che non gli è proprio, se l’è cavata con mestiere con i riff cult di Iron Man / War Pigs e N.I.B., quando per il resto del concerto è stato sostituito da Zakk Wylde (BLS). Prima del bis, insieme a una visualizzazione ingegnosa, è partita Crazy Train, e il macchinista Ozzy nel finale ha invitato sul palco tutti i suoi ospiti a un headbanging collettivo con Paranoid. Un’ora e mezza di ricreazione musicale retrospettiva, che per fortuna non è stata rovinata da nessun pezzo del disastroso ultimo album »Scream« (2010), ha rispettato le aspettative e mi ha toccato anche personalmente, perché Ozzy anche nell’autunno della sua vita non ha ancora rinunciato alla tradizione rock’n’roll più sua. Il giorno d’apertura era alle spalle, e con l’arrivo della notte la movimentata vita del festival era appena cominciata…

Scaletta

BLACK LABEL SOCIETY:
1. Crazy Horse
2. Funeral Bell
3. Overlord
4. Parade of the Dead
5. Fire it Up
6. Godspeed Hell Bound
7. Concrete Jungle
8. Stillborn

SACRED REICH:
1. The American Way
2. Administrative Decisions
3. Love…Hate
4. Ignorance
5. Crimes Against Humanity
6. Who’s to Blame
7. Independent
8. War Pigs
9. Death Squad
10. Surf Nicaragua

SLASH:
1. One Last Thrill
2. Nightrain
3. Back From Cali
4. Shots Fired
5. Mr. Brownstone
6. Halo
7. Anastasia
8. Sweet Child O’ Mine
9. You’re a Lie
10. Slither
11. Paradise City

SLAYER:
1. World Painted Blood
2. Psychopathy Red
3. War Ensemble
4. Die by the Sword
5. Chemical Warfare
6. Hate Worldwide
7. Mandatory Suicide
8. Altar of Sacrifice
9. Jesus Saves
10. Seasons in the Abyss
11. Hell Awaits
12. Dead Skin Mask
13. Snuff
14. Angel of Death
15. South of Heaven
16. Raining Blood

OZZY OSBOURNE & FRIENDS:
1. Bark at the Moon
2. Mr. Crowley
3. Suicide Solution
4. I Don’t Know
5. Shot in the Dark
6. Rat Salad
7. Iron Man
8. War Pigs
9. N.I.B
10. Fairies Wear Boots
11. I Don’t Want to Change the World
12. Crazy Train
13. Mama, I’m Coming Home
——————
14. Paranoid

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