Gravitas
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Asia
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2014
Durata: 47:40
Voto: 3.5/5
»Gravitas« è il primo album degli Asia con il chitarrista Sam Coulson in formazione, dopo che nel 2013 quest’ultimo ha preso il posto del leggendario, spesso geniale ma al tempo stesso lunatico e inflessibile ‘Mister Gufo’, Steve Howe (Yes). L’addio (previsto) di Howe ha segnato ancora una volta la fine della formazione classica degli Asia, ma stavolta praticamente nessun fan della band si è strappato i capelli, visto che gli ultimi tre album in studio erano afflitti dagli stessi problemi cronici, legati anche alla filosofia compositiva tutta particolare del suddetto chitarrista. Howe era tutt’altro che l’unico a frenare il tentativo degli Asia di scrollarsi finalmente di dosso, almeno un po’, il passato e i tentativi di far rivivere l’antica magia creativa e atmosferica di quando negli anni Ottanta dominavano le vette delle classifiche: anche gli altri tre ‘vecchi gatti’, cioè il cantante/bassista John Wetton (ex-King Crimson, Uriah Heep, UK), il batterista Carl Palmer (ex-ELP, Atomic Rooster) e il tastierista Geoff Downes (Yes, ex-The Buggles), ognuno a modo suo si aggrappavano a idee compositive piuttosto generiche.
Coulson è finito così in mezzo a tre vecchie glorie del prog rock/AOR, che l’hanno accolto subito sotto la loro ala come membro a tutti gli effetti: per un giovane chitarrista di talento, un riconoscimento fuori dal comune ma meritato. Il suo stile, ovviamente, sul piano tecnico non può competere con quello del celebre predecessore, che aveva anche un suo approccio specifico nel forgiare le linee di chitarra, ma in compenso è molto più flessibile dal punto di vista del genere e non si vergogna di inventare ogni tanto qualche frase più hard.
Il risultato di questi Asia vaccinati con una dose di energia giovanile è l’album »Gravitas«, che torna a sfoggiare la tradizionale copertina del leggendario Roger Dean e anche una produzione sorprendentemente curata e vivace del duo Wetton-Downes, un bel passo avanti rispetto al disco precedente, quel »XXX« (2012) celebrativo ma fin troppo presto noioso. »Gravitas«, che in origine avrebbe dovuto intitolarsi »Valkyrie«, come la traccia d’apertura, anche sul piano compositivo segna una svolta in meglio, e farà felice chi dopo »XXX« aveva perso la speranza che la band, a trent’anni dagli esordi, potesse regalare una bella sorpresa. Tra parentesi: con Gravitas gli antichi Romani, per lo più sotto forma di dee allegoriche, indicavano una delle quattro virtù (insieme a Pietas, Dignitas e Virtus).
Stavolta agli Asia con »Valkyrie« è riuscito di creare un’apertura davvero notevole, come si addice alla loro affascinante eredità e come un tempo sapevano fare ai massimi livelli, anche se con l’età l’ispirazione ha cominciato a calare parecchio. Le armonie vocali melodiche regalano un’intro magica e nostalgica, mentre l’arrangiamento orchestrale sfocia presto in una melodia possente con un semplice ma robusto riff di chitarra. La voce inconfondibile di Wetton ha subito l’occasione di respirare a pieni polmoni e di vivere una rivelazione nell’epico ritornello. Il risultato finale è un’atmosfera grandiosa, che su un album degli Asia non si sentiva da un pezzo; in più Coulson, con un assolo breve ma splendido, aggiunge un altro elemento decisamente rinfrescante.
Anche la title track, che dura quasi otto minuti, è tra i vertici del disco. L’apertura orchestrale maestosa, in cui si sente bene il mellotron, è un ottimo omaggio alle radici sinfonico-progressive dei tre membri originali degli Asia e un’altra mossa graditissima che farà felici tutti i fan di lunga data. Segue un astuto cambio di tempo al pianoforte, su cui Downes spinge ancora più in là il proprio genio tastieristico, soprattutto quando sotto le sue dita finisce anche l’organo Hammond. In mezzo a tutta questa magnificenza sinfonica, la voce di Wetton non suonava così bene da qualche anno, e del resto regge benissimo per tutto l’album. Palmer è come sempre insuperabile nel suo modo disciplinato ma dinamico di dominare la batteria, e conferma ancora una volta di essere uno dei migliori batteristi rock di tutti i tempi. Il ‘ragazzino’ Coulson, intanto, con un assolo di chitarra supersonico sigilla il suo status di ottimo sostituto del leggendario ma, ahimè, con l’età fin troppo irrigidito (in senso figurato e letterale) Steve Howe.
»The Closer I Get To You« è la prima power ballad dell’album e al tempo stesso il primo brano di »Gravitas« che, anche con il ritmo rallentato, smorza un po’ l’eccezionale parte iniziale, per certi versi così fresca. Il pre-ritornello, anche per via del testo, per un attimo ricorderà a qualcuno l’evergreen »Drive« dei The Cars, il che vuol dire che non evita certi elementi sonori già sentiti e un po’ generici, anche se il classico ritornello AOR entusiasmerà tutti i fedelissimi.
Molto più interessante risulta »Nyctophobia«, un pezzo piuttosto insolito che per titolo e testo prende spunto dalla fobia del buio. Buffo, ma chissà che qualche vecchio leone originale degli Asia non sia davvero diventato, con l’età, un tipo che ha paura a dormire in una stanza buia. A giudicare dai testi sentimentali di Wetton sulle donne che dominano la seconda metà dell’album, comunque, a tormentarli è senz’altro la terza adolescenza. L’arrangiamento d’apertura strizza un po’ l’occhio al hit dei Supertramp »The Logical Song«, ma per fortuna è anche l’unica parentela, perché il pezzo assume presto un battito e un’atmosfera tutti suoi, che raggiungono il culmine in un ritornello epico a più voci. Quest’ultimo piacerà di nuovo a chi dai nuovi Asia vorrebbe sentire una fusione riuscita tra trucchi d’arrangiamento ‘vecchi/classici’ e, più o meno, ‘nuovi’.
Anche »Russian Dolls«, probabilmente ispirata al viaggio di Wetton in Russia e che sa di turismo sessuale, se non proprio di incontro ravvicinato con le ragazze delle Pussy Riot, non è certo un brutto pezzo. I regali arrangiamenti sinfonici costruiscono bene l’atmosfera malinconica generale, mentre l’approccio contemplativo di Wetton al canto resta esattamente sulla linea giusta per non risultare sdolcinato. »Heaven Help Me Now« è già un po’ più generica, ma resta un risultato solido, che con un’introduzione orchestrale pomposa, in cui brilla soprattutto Downes, mette in scena un bel dramma d’apertura. Grazie ai riff più affilati di Coulson e ai passaggi massicci di Palmer, più di qualcuno si ricorderà di certi pezzi dell’album »Astra« (1985). Brani così incisivi ma pur sempre marcatamente melodico-rockeggianti non li si sarebbe mai potuti permettere con Howe in formazione, ed è bello che stavolta si siano concessi un po’ di respiro.
»I Would Die For You«, che con il riff di chitarra iniziale ricorda l’evergreen degli Iron Butterfly »In-A-Gadda-Da-Vida«, è la classica power ballad degli Asia, di quelle che negli ultimi anni ne hanno sfornate un bel po’. A parte un fraseggio di chitarra piuttosto diverso dal solito degli ultimi anni, non offre niente di particolarmente fresco. »Joe DiMaggio’s Glove« è evidentemente ispirata al guantone del celebre giocatore di baseball americano, che oltre a una valanga di record sul campo era noto, a suo tempo, anche come secondo marito di Marilyn Monroe. Questa power ballad sentimentale è il momento in cui gli Asia si abbandonano troppo a quegli elementi generici a cui, a quanto pare, proprio non riescono più a sfuggire, anche se stavolta si meritano un applauso per il ritornello nostalgico e l’affascinante arrangiamento sinfonico. Per il finale dell’album, a quanto pare, sono mancate un po’ l’energia giusta e le idee compositive fresche, perché »Till We Meet Again« è il pezzo peggiore di »Gravitas«. L’arrangiamento portante d’organo e le armonie vocali suonano stavolta fin troppo forzati, per non dire un po’ fastidiosi, mentre il testo d’amore generico è un bel cliché perfino per gli standard lirici abituali di Wetton. Per fortuna Coulson, nel finale del brano, insaporisce il tutto con un assolo breve ma divertente, dal sapore blues.
Il primo album degli Asia con Sam Coulson è il loro migliore dal ritorno della formazione classica nel 2007: l’arrivo del nuovo chitarrista ha portato una ventata d’aria fresca nelle vele ormai piuttosto logore della leggendaria band, che però anche su »Gravitas« non è riuscita a evitare qualche momento fin troppo generico. Gli Asia avevano un bisogno disperato di un cambiamento e di una rinfrescata sonora. Con »Gravitas« ci sono riusciti finalmente, almeno in parte, tanto che per qualità si sono addirittura avvicinati a certi album classici degli anni Ottanta e Novanta. Peccato che, soprattutto nella seconda metà del disco, alla fine abbiano un po’ perso il fiato, così che »Gravitas« non è diventato la rinascita completa dei ‘vecchi gatti’ né la miracolosa scoperta della fonte della giovinezza.
Formazione
John Wetton – voce, basso
Sam Coulson – chitarra
Geoff Downes – tastiere
Carl Palmer – batteria
Produzione
John Wetton e Geoff Downes
Tracklist
1. Valkyrie (5:25)
2. Gravitas (i. Lento ii. Gravitas) (7:59)
3. The Closer I Get to You (6:38)
4. Nyctophobia (5:11)
5. Russian Dolls (5:05)
6. Heaven Help Me Now (i. Wings of Angels ii. Prelude iii.Heaven Help Me Now) (5:38)
7. I Would Die For You (3:11)
8. Joe DiMaggio’s Glove (4:30)
9. Till We Meet Again (4:03)