Green Day con 99 Revolutions a Trieste (2013)
Location: Trieste / Piazza Unita d’Italia / Italia
Data: sabato, 25.05.2013
Esiste davvero qualcosa come l’eternità, una presenza duratura in cima al trio infernale sesso, droga e rock’n’roll? Troppe sono state le storie di bruciati, naufragi e dissoluzione definitiva anche di quel poco di ispirazione per cui qualcuno poteva sembrare predestinato, scelto dagli dèi o dai demoni, a farcela con un brano o con un album, e pochi sono quelli che mantengono la sostanza e sfidano il dente del tempo. Ok, non ho intenzione di tirare in ballo leggende del calibro di Lemmy o dei Ramones e simili come esempio di longevità e testardaggine, ma soprattutto di sgobbo e anche di un pizzico di fortunate coincidenze: possiamo prendere anche i ragazzi dell’East Bay, il trio californiano Green Day. Le febbrili superstar del rock, che qualcuno definisce «la cosa più importante del punk rock al mondo», sono tornate a quattro anni da quando avevano conquistato la penisola appenninica. I principali «colpevoli» della rinascita del punk rock, dopo il ritorno e la disintossicazione della prima voce della band, Billy Joe Armstrong, si sono messi a realizzare la loro megalomane conquista del mondo con qualcosa di nuovo e mai sentito.
A dirla tutta, quando nomino questa band mi assalgono sempre sentimenti contrastanti: nello stesso calderone si mescolano la nostalgia e il ricordo della prima giovinezza, in cui dopo il fenomenale Dookie è arrivata una serie di piccoli passi falsi dopo i quali ho smesso di seguire la band da vicino, e una grossa dose di materiale sconosciuto ma comunque maledettamente simile e ben truccato, che mantiene una linea di ingenuità proprio per vendere ancora meglio. Anche i Green Day sono maestri delle vendite: dopo otto album ben accolti hanno iniziato con successo anche la conquista di Broadway con l’adattamento del disco American Idiot, e come gesto da incoronazione l’anno scorso è uscito non un doppio, ma un triplo album, una trilogia a sé, İUno! İDos! İTre!Un bel mucchietto di brani, ma solo pochi mi hanno spinto ad ascoltarli, penso tra me e me. Con l’annuncio della conquista dell’Europa con il tour 99 Revolutions però la curiosità e la domanda senza risposta: «Hanno ancora energia, i ragazzi? Sanno ancora farlo, ce la fanno?» hanno imposto anche la presenza obbligatoria al concerto nell’entroterra triestino.
La strada fin lì ci ha portati per le viuzze strette della periferia di una città un tempo slovena, e i quasi-contatti mozzafiato con i maestri italiani dello slalom stradale, di umore veemente, sono finiti bene: la cavalleria di Rockline ha parcheggiato la sua carrozza d’acciaio direttamente in riva al mare e, dopo aver pagato un parcheggio piuttosto salato, si è avviata verso i cancelli per tastare il primo clima tra i fan impazienti dell’evento nella piazza centrale di Trieste, Piazza Unita d’Italia. Le nuvole grigie e pesanti come piombo sopra il centro storico non promettevano niente di buono, eppure davanti all’ingresso principale della piazza già brulicava la folla che voleva godersi lo spettacolo delle leggende americane dalle prime linee del fronte. Non li hanno scoraggiati nemmeno le fitte gocce di pioggia che in quel freddo pomeriggio di maggio scivolavano sui corpi e inzuppavano persino gli ultimi pezzi dell’immancabile guardaroba da concerto, decorato con i nomi dell’amato trio. Dopo le sei i cancelli si sono aperti e la folla di migliaia di teste, un misto di bambini, ragazzini e vecchi ragazzi invecchiati, tutti di buon umore, ha iniziato a premere sul servizio di sicurezza, ben organizzato e sorprendentemente calmo e gentile. Dopo una battaglia relativamente breve per sopravvivere e per entrare il prima possibile sul suolo sacro del concerto, siamo entrati in piazza anche noi. L’imponente architettura liberty e i palazzi maestosi delimitavano un generoso spazio in cui avrebbero potuto stiparsi comodamente diecimila persone. Sullo sfondo il mare Adriatico batteva contro la riva e dalle nuvole pesanti scendeva una polvere d’acqua gelida. La vista dell’imponente struttura d’acciaio del palco centrale ha fatto capire che, nonostante il maltempo, il concerto ci sarebbe stato, perché altrimenti la folla congelata avrebbe avuto tutti gli argomenti per rivoltarsi e distruggere il vecchio centro triestino.
Sul gruppo spalla, che non è stato nemmeno annunciato in modo preciso, e il cui suono catastrofico non prometteva granché, meglio spendere solo una menzione. Un misto di musica dal sapore stagionato, che si sarebbe potuta attribuire a dei Buldogi o dei Pankrti, è stato un antipasto freddo per una folla affamata di spettacolo, e poco prima delle nove si parte! Prima con l’acrobazia da palco di un addetto alle luci che sale su una scala d’acciaio fin sotto il soffitto del palco per sistemare gli ultimi riflettori, poi con il coro intonato sul sempreverde suono dei Queen e la loro geniale creazione Bohemian Rapsody, e poi la festa può cominciare: con l’arrivo sul palco di un gigantesco coniglio rosa la folla si risveglia definitivamente e canta, più o meno a tempo, lo standard dei Ramones Blitzkrieg Bop. «Hey Ho! Let’s go!» rimbomba imponente dalle gole di una folla di cinquemila teste, e il grande coniglio vuole spingere la gente all’estasi totale anche con un enorme fucile per strani proiettili, che però si inceppa proprio al momento giusto. Dopo l’intro le luci si abbassano e l’attenzione di tutti viene rubata dall’arrivo della soldataglia da palco dei Green Day. Dietro la batteria si siede l’esplosivo mini-distruttore Tre Cool, a sinistra sale il nuovo sangue della band, collaudato in concerto ma stavolta anche ufficialmente: il chitarrista Jason White, accompagnato da un applauso fragoroso della folla insieme al Gulliver nel paese dei Lillipuziani armato di basso, l’imponente Mike Dirnt. Dalle casse rimbombano già il ritmo e gli accordi del brano 99 Revolutions, e per ultimo, prima dell’inizio della prima strofa, sul palco si precipita la primadonna principale della serata, l’eccezionale showman Billie Joe Armstrong. Il dito medio alzato a tutti i porci e le porche delle corporation che hanno distrutto il settore finanziario è stavolta mascherato da saltellante standard pop punk. »There’s a trouble in the air / A rumble in the streets / A going out of business sale / And a race to bankruptcy / It’s not one to 99, it’s 99 to one / A common cause and a call to arms / For the health of our daughters and our sons / It’s 99 revolutions tonight / 99 revolutions tonight / 99 revolutions tonight / 99 revolutions tonight!« canta il signor Armstrong, e con l’abile conquista dei cuori delle masse in un colpo solo inizia anche il gioco, studiato con cura, di coprire i suoni della città. Il pubblico, all’inizio un po’ trattenuto, riesce a malapena a strizzare fuori il suo «Hey Ho!» al diktat di Billy, ma da una massa di gente congelata e impaziente non sarebbe stato giusto pretendere di più. I Green Day mettono quindi la marcia superiore. È ora di conoscere i nemici: Know Your Enemy. Il brano dal notevole penultimo album 21st Century Breakdown ha evidentemente abbastanza sostegno perché la danza del concerto parta a tutto vapore. La chimica sul palco tra membri nuovi e vecchi è perfetta! Tre Cool domina sulla pedana dietro la sua batteria, e Mike, di ottimo umore, flirta con la folla con la sua tipica grinta. Il magnete centrale delle masse resta comunque Billy, alto appena un metro e mezzo scarso, che l’auditorium del vecchio centro triestino ha preso subito per sé: l’oratore della critica diretta alle ingiustizie sociali e della rivolta si abbandona con energia al ritmo del brano e dietro il microfono cerca di ammaliare completamente tutti i presenti. Critica istantanea, dose istantanea di dolcezza e di rumore, successo istantaneo? Quasi, ma servirà qualcosa di più delle novità dalla parte della discografia, sì coraggiosa ma di certo non la più solida, come gli ultimi tre dischetti. Chissà, magari stavolta la svendita riesce, quando con il brano Stay The Night la parte del leone dell’auditorium multinazionale ondeggia docile, e sulle note dei singalong, dalla stessa parte del fronte, si ritrovano tanto i ragazzini con il latte ancora ai denti quanto i veterani e i decani del concerto, ben alticci e temprati. L’inserto tattico dell’imperativo moderno con il brano Stop When The Red Lights Flash si rivela sensato, e la macchina da concerto a quattro teste, di spettacolo e di intesa, canta convincente: «I’ll make you surender!» come se sul successo non ci fossero dubbi. Personalmente il nuovo mucchietto di ritmi e liriche non mi convince granché, penso, ma i Green Day, nonostante i possibili dubbi degli amanti del vecchio sound, proseguono per la loro strada. È la strada del divertimento e della spensieratezza. È la strada di un blend di pop, rock e punk apparentemente ingenuo, ma comunque incisivo.
Il primo passo un po’ più serio in direzione dei pezzi da hit è stata l’escursione sul disco tempestato di diamanti American Idiot, che molti apprezzano ancora più del preistorico Dookie. Billy si toglie la giacca decorata con il teschio e, solo con la maglia a righe da marinaio, sfida il freddo. Il sudore fuma, e i Green Day servono un altro destro in faccia a scettici e critici che avrebbero osato definirli un capitolo musicale di poco fiato e poca energia! L’unica cosa di cui in questo mare di fotocamere e telefoni alzati si sentirebbe davvero il bisogno è uno schermo gigante, perché nella calca delle ultime file, credo, non si vedeva assolutamente niente di concreto. Il ritmo però la band non lo molla. Le battute iniziali del brano Oh Love, dal disco Uno! dell’anno scorso, si rivelano la mossa giusta. Il pubblico si scatena, un pezzo un po’ rallentato, con piani multistrato di pomposità melodica e chitarre sospese, coronato dal primo assolo più concreto, e Billy strizza ben bene la sua Les Paul tempestata di brillantini, ma ancora meglio tuona poi Holiday. La protesta a gran voce contro le guerre insensate in nome del capitale e della prosperità di una manciata di despoti autoproclamati del mondo ha senso dall’inizio alla fine. »Zieg Heil to the president Gasman / Bombs away is your punishment / Pulverize the Eiffel towers / Who criticize your government / Bang, bang goes the broken glass and / Kill all the fags that don’t agree / Trials by fire, setting fire / It’s not a way that’s meant for me / Just cause, just cause, because we’re outlaws, yeah / I beg to dream and differ from the hollow lies / This is the dawning of the rest of our lives / I beg to dream and differ from the hollow lies / This is the dawning of the rest of our lives / This is our lives on holiday!« è un intreccio di parole che i Green Day servono dolce e ancora attuale. Le chitarre si fermano e restano scoperti solo batteria e basso, dalla folla sale sul palco il primo aspirante aviatore che canta un paio di versi con Billy, poi si lancia con brutale sicurezza dal palco verso le prime linee del fronte. Il primo atterraggio è fatto, quindi il concerto, nonostante la notevole distanza del palco dalle prime file dei fan, ci regalerà addirittura acrobazie suicide di stage diving?
Un po’ di doccia fredda, come se le gocce di pioggia non bastassero, la offre l’interessante proiettile pop all’antica del brano Stray Heart, che nella maniera di un incrocio tra Lust For Life con una glassa più zuccherosa e la generazione MTV serve un po’ troppo zucchero sul tema: »Everything that I want, I want from you / But I just can’t have you / Everything that I need, I need from you / But I just can’t have you …«, e Billy anche da arance marce stracolme di dolcezza spreme il succo della grinta e scaccia tutti i pensieri cattivi con la sua giocosità, la sua apparente spensieratezza e la sua schiettezza incisiva. Il resto del quartetto sul palco non resta indietro di un millimetro, e la quinta componente della formazione diventa anche stavolta la folla, completamente conquistata, che si aggancia con sicurezza ai brani con le sue voci raffreddate. Catartico, penso, ma comunque manca qualcosa … Non lo scaccia nemmeno l’eccezionalmente rifinito Boulevard Of Broken Dreams, che ha tutti gli assi di una rock-ballad di qualità e, dopo il successo dominante sulle onde radio, ha piantato un seme potente sia sul lato italiano che su quello sloveno del confine, né il Nuclear Family che parla dell’alienazione di tutti i vecchi valori. Il cuore salta solo quando Billy si toglie la scintillante Les Paul, imbraccia la buona vecchia Stratocaster e chiede se tra noi c’è qualche amante dei vecchi dischi che hanno segnato gli anni Novanta. Hell yeah! È arrivato il momento di un battito accelerato e di qualcosa a cui può unirsi anche un vecchio rudere del mio calibro! Il primo proiettile del buon vecchio sound è nel segno del primo vero successo, il disco Dookie. Burnout si insinua in questa fredda serata come qualcosa di indispensabile, come una dose di adrenalina nel cuore che rende più pieno il rilascio delle anfetamine della felicità. L’eccezionale intesa tra chitarre solide, basso e batteria e l’esplosiva presenza sul palco fanno proseguire il treno del piacere con sicurezza. Lo zuccherino alla Nimrod Hitchin’ A Ride dice che i Green Day, anche nei tempi di grigiore e di crisi passeggera, avevano abbastanza grinta per conquistare e penetrare nei cuori e nelle menti di un pubblico ben disposto, e Kerplunk non sarebbe un ricordo così bello della prima giovinezza se non si fosse sentito per intero il brano sull’amore non corrisposto 2000 Light Years Away. Penso a qualcosa di ancora più incisivo e nell’insieme si insinua il primo inserto scatenato, che i Green Day si prendono in prestito dai re del boogie rock, gli AC/DC. Highway To Hell non suona nemmeno un po’ forzata o stantia, e subito dopo arriva il momento della dose di cervello bruciato e di insonnia. Brain Stew! Alla super sospensione di chitarre e basso segue l’apertura graduale di tutte le valvole, e i Green Day con mestiere portano l’intera scaletta nella direzione che vogliono loro. E in questo intreccio c’è spazio per piccoli stonacci, ma soprattutto per abbondanti dosi di singalong, per i cori di »Ole! Ole! Ole!«, e si trova perfino il tempo di giocare con gli oggetti di scena, con cui i protagonisti si sfogano. Tra le altre cose sparano sulla folla diversi rotoli di carta igienica, spruzzano le prime file con getti d’acqua e le ricoprono di regali dal palco, e con proiettili di un tiro a tre strati finiscono perfino gli abitanti delle case affacciate sulla piazza principale! È permesso tutto! I divieti non esistono!
Dopo St. Jimmy è il momento di salire gradualmente e dei veri culmini della serata! Longview fa uscire allo scoperto il secondo aviatore, che corre sul palco, bacia Billy sulla bocca e canta con sicurezza un paio di versi, poi, dopo un po’ di esitazione, vola tra la gente. I Green Day sanno portarti se non in paradiso almeno in purgatorio, quello della soddisfazione da concerto, e Basket Case dimostra che ognuno dei presenti ha non solo il tempo, ma anche un’enorme voglia di sfoghi nostalgici di mal di vivere e di cinismo umoristico. Cosa può coronare e completare ancora tutto questo?
Forse l’antichissima She? Proprio lei si insinua come un fantasma del passato e dà all’insieme un valore ancora più alto, e i Green Day ricorrono a una nuova misura di costumistica quando sul palco arriva anche Jason Freese con il sassofono a tracolla, insieme al coniglio pasquale della parte iniziale del concerto, e il pubblico si becca un brano ska dall’album Nimrod. King For A Day ha portato un momento di addio decisamente divertente fino alla fase in cui nelle maniche restavano ben pochi assi nascosti, e dopo una nuova dose di cover e momenti di omaggio ai giganti del passato, Rolling Stones e Beatles con i brani (I Can’t Get No) Satisfaction e Hey Jude, si scopre che i Green Day, dopo più di due ore, riescono a spremere da sé ancora più succo e fertilità. Il più recente X Kid è dedicato a tutti gli eterni adolescenti testardi, e con i versi »Hey, little kid / did you wake up late one day? / You’re not so young, but you’re still dumb / and you’re numb to your old glory, / but now it’s gone. / I fell in love, / but it didn’t catch your fall. / Then I crashed to a wall / and I fell to pieces on the floor. / Now you’re sick to death. / Bombs away! / Here goes nothing, the shining’s over. / Hey X-Kid, bombs away! / Here goes nothing, the shining’s over and out, / over and out again!« possono identificarsi un sacco di quarantenni con il cuore da ventenne. Se c’è qualcuno che lo sa meglio di tutti, sono proprio Billy e la sua soldataglia di combattenti da palco! Dopo Minority arriva il momento del congedo, ma nonostante la pioggia e il freddo la folla pretende un dolce bis, a cui, tra cori e grida di «Ole! Ole! Ole!», si uniscono anche i ragazzi della band di ottimo umore, quella che ha fatto rinascere Trieste e ha unito giovanotti e ragazze e chi è giovane nel cuore in un unico grande insieme. American Idiot riceve un upgrade con il brano Jesus Of Suburbia, che non dovrebbe mai mancare in scaletta, e dopo il fragile brano d’addio Brutal Love il saluto ai beniamini del pubblico è, stavolta, definitivo.
Faccio fatica a credere che a fine maggio, nonostante il tempo da calvario, la serata si sia potuta trasformare in qualcosa di magico e irripetibile. Con le ossa congelate ma il cuore appagato mi sono messo al volante con più leggerezza e ho deciso di rientrare piano piano per le strade strette, dominate da poliziotti e da carovane di spettatori felici di questo concerto davvero speciale, verso il lato sloveno del confine. Nessuna delusione. I Green Day hanno dimostrato il loro primato di macchina da concerto ben rodata, capace di conquistare tanto sui dischi e sui piccoli schermi, ma quello che sanno fare meglio è sgobbare sul palco, e in questo decathlon musicale entusiasmano sempre, ogni volta di nuovo! Dal concerto di Lubiana sono passati più di 18 anni, penso. In questo tempo sono invecchiato e ho iniziato a ingrigire, eppure ho conservato una parte del cuore riservata a qualcosa di buono, dolce e ingenuo. Una parte del cuore è rimasta giovane nonostante tutte le preoccupazioni, e dopo la visita all’entroterra triestino il sangue si è fatto più caldo, i pensieri più leggeri e il cuore più giovane di almeno dieci anni, se non di più. Stavolta il merito va tutto a una band che, oltre alle pettinature variopinte e al guardaroba stereotipato, sa mostrare al mondo qualcosa che non sa fare chiunque: la genialità di quei tre accordi messi nel modo giusto e testi succosi che, oltre alla dolcezza e all’apparente leggerezza, nascondono qualcosa di più, e per questo valore aggiunto, miei cari, vale la pena tornare, nonostante gli anni!
autore: Sandi Sadar Šoba
foto: Nina Ferkolj
Scaletta:
1. Intro (Blitzkrieg Bop – Ramones)
2. 99 Revolutions
3. Know Your Enemy
4. Stay The Night
5. Stop When The Red Lights Flash
6. Letterbomb
7. Oh Love
8. Holiday
9. Stray Heart
10. Boulevard Of Broken Dreams
11. Nuclear Family
12. Burnout
13. Hitchin’ a Ride
14. 2000 Light Years Away
15. Brain Stew
16. St. Jimmy
17. Longview
18. Basket Case
19. She
20. King For A Day
21. (I Can’t Get No) Satisfaction / Hey Jude
22. X-Kid
23. Minority
—bis—
24. American Idiot
25. Jesus Of Suburbia
26. Brutal Love












































