Gryphon
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Gryphon
Etichetta: Transatlantic Records
Uscita: year
Durata: 36:43
Voto: 3.5/5
I Gryphon sono leggendari alfieri del folk prog rock, che si sono guadagnati uno status di culto tra i palati fini del prog grazie soprattutto al loro uso unico e fuori dal comune di strumenti di ogni tipo e alla creazione di suoni complessi. Si sono fatti riconoscere soprattutto per aver mescolato il folk rock con arrangiamenti tradizionali, medievali e rinascimentali, vari e sfaccettati, suonati in una maniera da trovatori quasi autentica.
La loro incarnazione originale, riunita sotto la guida del polistrumentista Richard Harvey e del fiatista Brian Gulland, giurava soprattutto sulla chitarra acustica e sull’uso di alcuni strumenti a fiato storici, con in testa una versione rinascimentale del corno. La chitarra elettrica è entrata nel loro sound solo più tardi, perché all’inizio incantavano con melodie puramente pastorali, per catturare al meglio il romanticismo medievale dei loro antenati trovatori. All’inizio dei Settanta, nonostante l’abbondanza di ottime band folk-prog rock, sarebbe stato difficile trovarne di capaci come i Gryphon di fondere così bene l’eredità dei loro avi anglosassoni con approcci folk più moderni.
Il loro omonimo esordio si regge sull’intreccio armonico tra arrangiamenti tradizionali medievali-rinascimentali e acustica, un’idea senz’altro pionieristica per l’epoca, quando il progressive rock era ancora spalancato a ogni forma di sperimentazione sonora. L’uso dei fiati storici è eccellente e fondamentale per far sì che i singoli brani trasportino l’ascoltatore, con la mente, indietro di cinquecento anni circa, quando il gaudente re Enrico VIII governava il regno d’Inghilterra col pugno di ferro e ogni tanto si liberava di una delle sue tante mogli, mentre tra le concubine aveva già scelto la prossima vittima.
Oltre alle decadenti stanze reali, alcuni pezzi ci portano anche tra gli scorci più terra terra, per non dire fangosi, dell’Inghilterra dei Tudor, dove, in mezzo a birrerie lerce, non è difficile immaginare sbirri dai denti gialli, boia, mercanti, artigiani, furfanti, gobbi e porcari che si sgolano a urlarsi addosso davanti a galloni di birra. Da qualche parte lì vicino ci sono anche Black Adder, Percy e Baldrick, che affilano allegramente i loro coltelli.
Le composizioni pastorali e romantiche come l’iniziale “Kemp’s Jig”, dove l’ascoltatore si ritrova in mezzo a una danza di pastori, sono segnate soprattutto da arrangiamenti rinascimentali tradizionali affidati ai fiati (fagotto e corno rinascimentale) e al mandolino. “Sir Gavin Grimbold”, un brevissimo pezzo comico su un cavaliere coraggioso, poggia anch’esso su un arrangiamento medievale tradizionale. Le percussioni creano ritmi pomposi che quasi evocano un torneo cavalleresco, mentre la voce è volutamente un po’ stonata, come si conviene a un “araldo del re”.
Il breve strumentale “Touch And Go”, caratterizzato da una delicata melodia pastorale di chitarra acustica, è il primo brano completamente originale dei Gryphon nel disco, il che vuol dire che non contiene nessun arrangiamento tradizionale. “Three Jolly Butchers” è un altro pezzo quasi interamente tradizionale, da bevute, con tanti arrangiamenti rinascimentali, dove le voci sono cantate apposta con lo stile di tre macellai ubriachi. I cimbali sullo sfondo accentuano ancora di più la comicità, ma anche la simpatia dell’atmosfera. Il successivo strumentale “Pastime With Good Company” si basa sul classico madrigale del già citato zoticone dalla barba rossa Enrico VIII. La popolarità di questo leggendario madrigale è tornata a salire negli ultimi anni, e il merito va al capobanda dei Jethro Tull Ian Anderson, che di recente ne ha realizzato un’ottima versione di questo capolavoro rinascimentale.
“The Unquiet Grave”, il pezzo più lungo del disco, è il primo a mostrare anche il lato malinconico della band. Nella prima parte l’arrangiamento romantico di chitarra acustica accompagna un canto mesto, poi nella seconda metà il brano cambia all’improvviso del tutto e il ritmo quasi si ferma, prima che tornino a plasmare il motivo centrale, romantico e celtico. In “Estampie”, con i fiati scatenati, tornano ad acque da matti. Il ritmo che accelera di secondo in secondo e il mandolino fanno salire l’atmosfera da ballo. Si dice che l’arrangiamento originale sia opera di un autore ignoto.
L’arrangiamento acustico di “Crossing the Stiles” è stato scritto dal chitarrista e tastierista Graeme Taylor, quindi il pezzo è costruito soprattutto sui suoi accordi pastorali di chitarra acustica. “The Astrologer” si distingue per un arrangiamento anglosassone tradizionale, tenuto insieme da un canto dal tono sarcastico e da una melodia di chitarra acustica semplicissima. Del resto, nessun disco dalle atmosfere e dai testi medievali può permettersi di non avere un astrologo tra i personaggi principali. Con “Tea Wrecks”, un altro breve strumentale, i Gryphon si inchinano alla loro ortodossia inglese, che comprende, tra le altre cose, la tazza di tè di mezzogiorno.
“Juniper Suite”, uno dei pochi pezzi completamente originali del disco, è l’unico di cui si possa già dire che offre uno sguardo sul sound successivo della band, molto più complesso, perché al suo interno si trovano nettamente più andamenti ritmici e motivi distinti che negli altri brani. Naturalmente il ruolo di collante lo gioca ancora una volta la combinazione di fiati barocchi, mandolino e percussioni. La burlesca conclusiva “The Devil and the Farmer’s Wife” ce la vedremmo benissimo anche con Rowan Atkinson alla voce solista, mentre sullo sfondo qualcuno si lascia scappare un disperato dialetto cockney. Se non altro il testo offre un bell’esempio di umorismo nero inglese, mentre le polifonie sacre di chiusura sono un sigillo breve ma bello per finire il disco.
Nonostante qui i Gryphon non abbiano ancora mostrato tutto il loro potenziale sperimentale, il loro esordio offre già il ritratto di una formazione pionieristica, capace di infilare in modo innovativo e spiritoso arrangiamenti medievali-rinascimentali nelle distese pastorali del folk rock. Per la sua natura completamente acustica e per l’affidarsi quasi totale ad arrangiamenti tradizionali, il disco è lontano dai capolavori successivi come “Midnight Mushrumps” e “Red Queen To Gryphon Tree” (entrambi del 1974), ma ancora oggi resta un lavoro quasi unico, in cui passato e presente musicale anglosassone si danno la mano con successo grazie all’uso di alcuni strumenti tradizionali. “Gryphon” ha traghettato con successo nella seconda metà del XX secolo alcune opere antichissime e tradizionali, rimodellandole in qualcosa che non invecchierà mai e che, ogni volta, regala un sacco di buon divertimento a tutti gli appassionati di folk rock di qualità e di musica tradizionale delle terre anglosassoni.
Formazione
Richard Harvey – corno rinascimentale, tastiere, chitarra, flauto dolce, mandolino
Brian Gulland – fagotto, corno rinascimentale, flauto dolce, tastiere, voce
Dave Oberlé – batteria, percussioni, voce
Graeme Taylor – chitarra, tastiere, flauto dolce, voce
Produzione
Lawrence Aston e Adam Skeaping
Tracklist
1. Kemp’s Jig (3:07)
2. Sir Gavin Grimbold (2:45)
3. Touch and Go (1:29)
4. Three Jolly Butchers (3:54)
5. Pastime with Good Company (1:31)
6. The Unquiet Grave (5:40)
7. Estampie (4:53)
8. Crossing the Stiles (2:22)
9. The Astrologer (3:12)
10. Tea Wrecks (1:06)
11. Juniper Suite (4:49)
12. The Devil and the Farmer’s Wife (1:55)