H To He, Who Am The Only One

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1970
Durata: 46:32
Voto: 5/5

Con il loro terzo album, “H To He, Who Am The Only One”, i Van Der Graaf Generator si sono scritti una volta per tutte, e per l’eternità, tra i più grandi innovatori della storia del progressive rock britannico, firmando uno dei lavori migliori di una carriera a dir poco tumultuosa. Che tu ci creda o no, il loro splendido secondo album, “The Least We Can Do Is Wave To Each Other” (1970), con cui avevano scosso il mondo del prog grazie a un mix incredibile di brutalità sfrenata e bellezza epica, tra visioni poetiche di un futuro cupo e apocalittico, era soltanto un riscaldamento in vista dei loro più grandi trionfi creativi. Il primo di questi è sicuramente questo disco rivoluzionario, un vero capolavoro di progressive rock dalle tinte fosche, nato appena pochi mesi dopo l’uscita dell’ottimo predecessore: la prova di una dedizione al lavoro, di un’energia e di una ricchezza di idee musicali fuori dal comune da parte dei signori Hammill, Banton, Jackson ed Evans. Questi strani musicisti visionari, maestri unici ognuno nel proprio campo, con questo album hanno seriamente minacciato il primato dei King Crimson come gruppo prog più eccitante, sperimentale e oscuro di quell’anno (e, curiosamente, proprio i King Crimson nello stesso anno ne pubblicarono due, di album fenomenali, a poca distanza l’uno dall’altro). Li nomineremo ancora più volte in questa recensione, perché al disco non manca affatto un legame con quello spirito apocalittico “crimsoniano”.

“H” è l’album in cui si è definitivamente formata la loro classica formazione a quattro, che tra l’altro lasciava fuori il basso, ormai diventato quasi del tutto superfluo per i loro esperimenti apocalittici. Il bassista di allora, Nic Potter, ha prestato i suoi servigi solo su tre brani; dopo la sua uscita, a sostituirlo ci ha pensato direttamente il tastierista Hugh Banton con la pedaliera del basso, nascosta sotto le sue tastiere. Anche questa assenza del basso è diventata una delle caratteristiche distintive e protettive del sound dei Van Der Graaf, insieme alla consueta assenza della chitarra elettrica, che di solito veniva rimpiazzata con efficacia dal sassofono di David Jackson. Quest’ultimo si metteva spesso in bocca due sassofoni insieme (alto e tenore), il che lo ha piazzato di diritto tra i più grandi eccentrici dei fiati di quel periodo. Guy Evans, senza dubbio uno dei migliori batteristi jazz/rock del prog, in questo disco brilla davvero a piena luce, mostrando alcuni dei momenti più infuocati e al tempo stesso più complessi della sua carriera, e dà il meglio di sé soprattutto sui timpani. Alla chitarra acustica (finché non ha imparato, più o meno, a suonare anche l’elettrica) ogni tanto si dà da fare il cantante Peter Hammill, indiscusso genio e anima della band, nonché uno dei migliori e più unici cantanti e poeti della storia del progressive rock. Hammill, cosa piuttosto interessante, per il brano “The Emperor In His War-Room” ha invitato a dargli una mano anche un amico, nientemeno che il “padre” del progressive rock, Robert Fripp (King Crimson), che alla chitarra elettrica ha sfoderato un assolo riconoscibile da un chilometro.

Il miscuglio di elementi VDGG e King Crimson è senza dubbio un patto siglato in cielo (o, meglio ancora, all’inferno), un’apocalisse strumentale perfetta e la realizzazione del sogno di ogni fanatico del prog (e quello era solo l’inizio della collaborazione tra Fripp e la band, che toccherà il culmine con l’album successivo). Eppure questo è ancora lontano dal momento migliore del disco. “H” è stipato di così tante delizie diverse e di una tale ricchezza espressiva, strumentale e vocale, che il cuore mi si ferma ogni volta che sento con quanta efficacia la band costruisca ponti ramificati tra il paradiso musicale e l’inferno. Il canto poetico di Hammill, riconoscibile da lontano, qui è secondo me tra i migliori della sua carriera, almeno per come alterna in modo armonico registri bassi e brutali a registri alti e puliti. Con questi trasmette in modo efficacissimo i suoi testi, perlopiù apocalittici e di critica sociale (di solito prendono di mira le istituzioni e altre conquiste dannose della civiltà occidentale). Banton in quel periodo deve aver bussato davvero alle porte dell’inferno, per tirare fuori un suono d’organo così demoniaco, mentre Jackson è diventato un vero Van Gogh del suo mestiere tra sassofoni e flauto. La combinazione tra Banton e Jackson è secondo me la chiave principale di quell’essenza malvagia che avvolge la maggior parte dei brani, anche se non mancano momenti bellissimi e capaci di sollevare lo spirito. Alla domanda su come faccia Evans a creare tanta varietà ritmica e un tale apporto di percussioni così vivido, farei fatica a trovare una risposta. “H” potrei descriverlo a grandi linee come un miscuglio apocalittico di epopee complesse, perlopiù sinfoniche, con numerose improvvisazioni jazz e una drammaticità vocale unica, in cui l’atmosfera cambia di continuo dal maestoso al malvagio, il tutto condito dai testi apocalittici e anche parecchio fantascientifici di Hammill, che mi hanno sempre appassionato, visto che col tempo alcuni di loro si sono rivelati addirittura profetici. A parte una ballata, ci sono solo pezzi epici e molto complessi, che spiazzano in un attimo l’ascoltatore impreparato con la loro energia pazzesca e in cui a ogni ascolto si può scoprire qualcosa di nuovo.

L’opener “Killer”, con il suo tema principale assassino e da inno (che sostituisce più che bene il riff di chitarra), ci trascina subito nell’apocalisse. È incredibile sentire con che gusto si intreccino in questo tema il sassofono di Jackson e lo strato infernale degli organi di Banton. Quando entra anche la voce brutale e sarcastica di Hammill, che qui suona non solo beffarda ma quasi malvagia, si crea davvero l’atmosfera di essere finiti in mezzo a una fossa dell’inferno. È interessante come ogni tanto l’inserto di pianoforte e chitarra acustica smorzi un po’ il clima elettrico e maligno del brano. Nonostante i passaggi infernali di organo si alternino a una velocità sbalorditiva, la band mantiene sempre la presenza del tema melodico principale. Il ritornello brutale, con Hammill che urla come se lo stesse inseguendo davvero un assassino, ti gela il sangue nelle vene senza fatica. A un certo punto arriva un passaggio interessantissimo, con una folle improvvisazione jazz, dove assistiamo a un vero cataclisma strumentale tra batteria, basso, pianoforte e sassofono. I passaggi di Jackson, e soprattutto le sue improvvisazioni al sassofono, insieme al canto minaccioso di Hammill, sono quelli che portano nel pezzo un tocco di follia e paranoia totali. Riescono a mantenere sempre bene il tema melodico principale e a riportarlo in primo piano al momento giusto, anche se alla fine, ovviamente, arriva l’immancabile manicomio di pianoforte e organo.

Dopo l’apocalisse arriva un momento di totale rilascio della tensione, rappresentato dalla bellissima ballata sinfonica “House With No Door”, poggiata sugli arrangiamenti di buon gusto del pianoforte di Banton e sull’ottimo contributo del flauto di Jackson. La voce di Peter stavolta è quasi insolitamente melodica e pulita. Curiosamente, quando Hammill canta pulito, nei registri più alti e senza i suoi “attacchi d’ira”, la sua voce ricorda addirittura un po’ David Bowie (alcuni registri vocali del ritornello qui sono forse perfino i più alti di tutta la sua carriera). Il ritornello è splendido e malinconico. La voce di Peter esprime una nostalgia incredibile e conquista l’ascoltatore senza sforzo con la sua straordinaria forza espressiva. Una vera leccornia sinfonica sono poi gli arrangiamenti finali, estremamente melodici, di pianoforte e flauto di Jackson, che rientrano tra i momenti più incantevoli nella storia della band. Con questa ballata meravigliosa i VDGG dimostrano con quanta rapidità e incredibile efficacia, cambiando atmosfera, siano capaci di spedire l’ascoltatore dall’inferno al paradiso e viceversa.

“The Emperor in His War Room” è uno dei migliori esperimenti poetici di fantascienza e critica sociale di Hammill, e allo stesso tempo uno dei momenti sinfonici più maestosi del disco. È diviso in due sezioni, “The Emperor” e “The Room”. Nella seconda si unisce alla band anche il già citato ospite speciale Fripp (se mi concedi una battuta: un vero dittatore della musica, ideale per un pezzo che parla di un dittatore) alla chitarra elettrica. Il tema d’apertura, gelido e dalle tinte orientali, affidato a flauto, organo, timpani e chitarra acustica, scuote l’ascoltatore all’istante con la sua atmosfera raggelante. Nel mezzo iniziano ad alternarsi passaggi energici di organo e batteria, a cui ogni tanto si aggiunge l’espressività vocale furiosa di Hammill (che cerca di calarsi nel ruolo di un sovrano tirannico immaginario), e il tutto raggiunge l’apice in un ritornello epico con armonie vocali e un ottimo arrangiamento sinfonico. Il motivo centrale di flauto e pianoforte dipinge davvero l’immagine di un tiranno solitario. Secondo me l’ascoltatore può immaginarsi senza difficoltà un imperatore futuristico. Io di solito penso a quello di Guerre stellari, che se ne sta seduto a ridacchiare sul suo trono mentre dal vetro della sua stazione spaziale sceglie quale pianeta distruggere. Forse c’entra anche l’associazione che suscita il cognome Hammill, boh. Nella seconda parte, “The Room”, arriva un passaggio incredibilmente agitato, innescato da un’ottima interazione strumentale e da un ritornello sinfonico con armonie vocali che ogni volta fa rizzare tutti i peli. Hammill ancora una volta “si taglia le vene” con la sua performance vocale; una tale espressività la sanno raggiungere davvero solo i più grandi del mestiere, e Peter ne fa senza dubbio parte. Poi si apre una sezione strumentale di gran gusto, una delle più grandi delizie dell’album. Qui entra con la chitarra elettrica anche Fripp, con il suo assolo riconoscibile da lontano (che ricorda un po’ quello del famoso strumentale dei King Crimson “Sailor’s Tale”). Il suo assolo si sovrappone alla perfezione a una mitragliata di batteria e organi. Poi ritorna quel tema gelido, spaziale e orientaleggiante, mentre Hammill ha il suo definitivo “crollo nervoso” e annuncia la rovina delle civiltà decadenti sotto il pugno dell’imperatore. Il finale, ironia della sorte, è splendido e sereno.

“Lost”, anch’essa divisa in due sezioni, “The Dance in Sand and Sea” e “The Dance in Frost” (i due estremi di un’epopea unitaria e coesa), è un altro dei vertici epici dell’album, con ritornelli ottimi. Si apre con un tema di sassofono, per non dire “malato”, a cui subentra un ritmo saltellante di batteria. Le follie di Jackson al sassofono sono, insieme alla voce di Hammill, di nuovo fenomenale e in primo piano anche stavolta, perlopiù orientata verso registri alti ed epici anche se la rabbia non gli manca mai, la principale attrazione di questo pezzo. La sezione ritmica è di nuovo di natura estremamente schizoide e si fonde con grande efficacia con il suono infernale degli organi. Dopo i ritornelli maestosi seguono spesso esplosioni strumentali assassine e infernali di batteria, sassofono, organo e basso (Potter qui, prima di salutare, ha mostrato uno dei suoi momenti migliori). Il brano resta sempre in bilico su quel sottile confine tra genialità e follia, che poi è più o meno una costante del loro sound. Alla follia strumentale segue una parte semi-calma e relativamente epica, dove Hammill si presenta con una voce malinconica e canta quasi un lamento funebre. A questo si aggiunge una bella improvvisazione di sassofono e un ritmo marziale. Segue una sezione strumentale dalle tinte jazz, basata sulla calma interazione tra sassofono e organo. Ma a questa quiete segue di nuovo un vero e proprio cataclisma strumentale, che annuncia la seconda sezione del brano. Qui rientrano il tema brutale e il ritornello epico con la voce che “taglia le vene”. “Lost” a volte suona davvero come una fossa gelida in cui ballano i demoni sul fondo dell’inferno di Dante. Su due piedi faccio fatica a ricordare un altro loro pezzo che suoni più sinistro di certe improvvisazioni di questa grande epopea.

Secondo me “Pioneers Over C.” rappresenta il vertice della poesia fantascientifica di Hammill. Il testo parla dei primi astronauti che hanno sperimentato la velocità della luce, ma il loro viaggio non è finito bene: a causa delle leggi della fisica (secondo Hammill) si sono disgregati nello spazio e nel tempo, diventando una specie di spiriti incorporei, a metà tra la vita e la morte e completamente soli nelle profondità dello spazio. Oltre a essere l’opera più complessa dell’album, secondo me è anche la migliore, perché qui la band mostra praticamente fino in fondo tutto il suo potenziale sperimentale sui singoli strumenti. Il pezzo si apre con uno strano effetto, poi arriva una crescita ritmica sulla pedaliera del basso di Banton e la voce misteriosa e vigile di Hammill. All’improvviso l’atmosfera cupa si dissolve, entrano organi maestosi, e poi arriva una voce trionfante di Hammill, che di nuovo suona molto poetica e racconta in modo drammaticissimo la storia dei sventurati astronauti. Nella composizione non mancano succulente delizie strumentali. Ai ritornelli maestosi ed epici seguono spesso passaggi jazz alternati a interessanti inserti acustici (un uso molto solido della chitarra acustica). Va sottolineato in particolare un motivo interessantissimo, che si ripete più volte e suona come una marcia apocalittica, poggiata su sassofono, organi e sulla voce di Hammill, ormai quasi paranoica. Interessanti anche la parte psichedelica all’organo e certe improvvisazioni di sassofono che suonano quasi beffarde. Nella seconda metà l’atmosfera si calma parecchio, arriva una specie di bonaccia e una bellissima parte di chitarra acustica, a cui si unisce il timbro pulito e delicato della voce di Hammill. Non dura molto e subito dopo parte un’improvvisazione di Jackson al sassofono completamente fuori di testa, che sembra quasi gli stia entrando l’acqua nell’imbuto. A questa segue di nuovo un manicomio strumentale di pianoforte, caricato a molla fino al limite, tanti suoni psichedelici e burrascosi passaggi di batteria. La voce di Hammill torna misteriosa e paranoica. Il finale è ottimo perché si ripete ancora una volta quel tema centrale da parata, chiuso da un avanguardismo vocale volutamente acuto. Per il gran finale arriva poi l’immancabile improvvisazione jazz di sassofono in stile Zappa, che si chiude con il ronzio di un effetto elettronico delle tastiere.

“H To He, Who Am The Only One” è secondo me uno dei gioielli più luminosi nella storia del progressive rock e sicuramente tra i quattro, se non tre, migliori risultati della storia della band, che fino ad allora con ogni album aveva mostrato progressi incredibili rispetto al precedente. All’uscita il disco è stato una vera leccornia per tutti quelli che cercavano rivali all’altezza dei “re” di allora del progressive rock altamente eclettico, i King Crimson (i Genesis si stavano appena scaldando, gli Yes erano a un passo dal cambio di sound, gli ELP erano appena comparsi, i Jethro Tull suonavano ancora hard rock, i Gentle Giant pure e i Pink Floyd erano ancora parecchio psichedelici, prima di inventarsi un suono riconoscibile). “H” è stato anche una grande fonte di ispirazione per alcune band prog meno note, soprattutto in Italia, dove l’opera dei VDGG è stata apprezzata più che altrove. Ancora oggi l’album suona incredibilmente fresco ed è un obbligo per tutti gli amanti del progressive rock classico dalle sfumature più cupe e per gli appassionati di sperimentalismo sfrenato (anche con qualche deriva più avanguardistica). Allo stesso tempo devo precisare che si tratta di un capolavoro sicuramente non adatto a ogni ascoltatore, in particolare a certe animucce delicate che, invece di ragionare con la propria testa, preferiscono farsi prendere per mano da questa o quella moda. Ovvero esattamente ciò contro cui il “dottore dalla lingua tagliente” Hammill e la sua band hanno sempre agitato il dito con durezza. Dopo l’uscita di “H” i VDGG non si adageranno affatto sugli allori, anzi, con l’album successivo faranno qualcosa di sbalorditivo – non solo faranno un altro passo creativo in avanti, ma creeranno il loro più grande capolavoro, che sarà al tempo stesso il culmine della loro opera e uno dei trionfi più maestosi nella storia del progressive rock.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra acustica, pianoforte (3)
Hugh Banton – organo, oscillatore, pianoforte, pedaliera del basso (2,5), cori
Guy Evans – batteria, timpani, percussioni
David Jackson – sassofono, flauto, cori

MUSICISTI OSPITI:
Nic Potter – basso (1,3,4)
Robert Fripp (King Crimson) – chitarra elettrica (3)

Produzione

John Anthony

Tracklist

1. Killer (8:07)
2. House With No Door (6:03)
3. The Emperor In His War-Room (9:04)
a) The Emperor
b) The Room
4. Lost (11:13)
a) The Dance In Sand And Sea
b) The Dance In The Frost
5. Pioneers Over C. (12:05)

Bonus track della riedizione (2005):
6. Squid 1 / Squid 2 / Octopus (15:24)
7. The Emperor in his War-Room (first version) (8:50)

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