Helloween: Helloween

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Etichetta: Nuclear Blast Records
Data di uscita: 18/06/2021
Produzione: Charlie Bauerfiend & Dennis Ward
Durata dell’album: 65.05 min
Genere: Power Metal
Voto: 9.5/10


I colossi tedeschi del power metal Helloween sono tornati con il loro sedicesimo album in studio, che ha un titolo semplicissimo: «Helloween». Era anche il nome del loro primo EP, uscito nel lontano 1985, quindi probabilmente creerà un po’ di confusione tra gli amanti della buona musica che giurano su app musicali con analisi statistiche come last.fm. Un titolo così simboleggia un nuovo inizio e una rinascita per questa band longeva, che al momento può contare su una formazione da sogno, con tre chitarristi e tre cantanti. Ognuno di questi tre cantanti, che si alternano in modo intelligente e si dividono le linee vocali principali, ha segnato a modo suo un periodo ben preciso della storia degli Helloween.

Per l’icona del power metal e chitarrista Kai Hansen, che si è costruito una carriera di successo anche come leader dei Gamma Ray, questo è il primo lavoro in studio con gli Helloween dal 1988, mentre nel 1993 sembrava che Michael Kiske, che poi come solista non ha esattamente fatto faville, non avrebbe mai più messo piede in studio con gli altri membri degli indistruttibili adoratori di zucche antropomorfe, chiavi miracolose e anelli magici. Sia Hansen che Kiske hanno segnato in modo decisivo entrambi i capitoli della saga «Keeper of The Seven Keys», che ancora oggi sono considerati i due lavori fondamentali degli Helloween. I loro addii, e i cambi di stile che ne sono seguiti, sono stati difficili da digerire per tanti fan.

Dopo l’addio di Kiske, con Andi Deris al microfono principale e sotto la guida (non ufficiale) del chitarrista e mente della band Michael Weikath, a metà degli anni Novanta gli Helloween sono entrati in uno dei loro periodi più fortunati, che più o meno si è chiuso intorno al 2000 con l’album «The Dark Ride». Da allora in poi gli Helloween hanno pubblicato dischi altalenanti, di qualità più o meno dubbia, con qualche sprazzo della brillantezza di un tempo. Tra i momenti più luminosi degli ultimi vent’anni c’è senz’altro l’arrivo del chitarrista Sascha Gerstner e del batterista Daniel Löble, che hanno portato una ventata d’aria fresca nelle vele di una band ormai a corto di ispirazione.

Dopo l’uscita del tutt’altro che ispirato «My God-Given Right» (2015), che per molti fan è addirittura il loro peggiore, sembrava che la fine della storia degli Helloween fosse dietro l’angolo. Ma Hansen e Kiske, che qualche anno prima avevano unito di nuovo le forze come membri degli Unisonic, hanno seppellito ogni vecchio rancore e nel 2016 sono tornati dai vecchi compagni. Sono seguiti tour di grande successo, un doppio album dal vivo e l’annuncio dell’attesissimo nuovo album in studio, uscito finalmente il 18 giugno 2021.

Va detto subito: è senza dubbio il miglior album degli Helloween degli ultimi vent’anni, quindi le (fin troppo) alte aspettative dei fan di lunga data saranno per lo più soddisfatte. Basta guardare la copertina di «Helloween», che non è il solito pasticcio fatto al computer come quelle degli ultimi vent’anni, ma un’opera d’arte a olio, e il ritorno del logo con la classica zucca stilizzata, per capire che dopo tanto tempo il contenuto musicale sarà di nuovo, per la maggior parte, a livelli eccellenti. La produzione a quattro mani di Charlie Bauerfeind e dell’attuale bassista dei Magnum Dennis Ward si è rivelata perfetta.

I tre cantanti si sono spartiti le singole linee vocali in modo per lo più ottimo e intelligente, quando non cantano insieme le armonie vocali, che sono senza dubbio il punto di forza e la particolarità di questo album. La superiorità tecnica e l’impostazione operistica di Kiske vengono fuori soprattutto nelle sezioni più epiche, il camaleontismo versatile di Deris è fondamentale nelle parti più varie dal punto di vista dell’atmosfera, mentre Hansen, con le sue prodezze urlate, ha la meglio nei passaggi più incisivi e cupi. Un dettaglio che farà felici e sorprenderà piacevolmente parecchi è che su «Helloween» non ci sono ballate, cosa che probabilmente nessuno si aspettava. Allo stesso tempo, i membri della band non hanno cercato di creare un altro ‘keeper’, anche se certi brani, com’era prevedibile, qua e là richiamano i giorni di gloria, ed è un merito. Hanno preferito mettere insieme le migliori idee compositive di tutti gli autori chiave dei campioni teutonici del metal. Questo significa che alla creazione dei singoli pezzi hanno contribuito tutti i membri del gruppo, tranne il batterista Löble e Kiske, che non è mai stato un compositore da invidiare e ora probabilmente è il primo a essere consapevole dei suoi limiti in questo campo.

L’opener «Out For the Glory» è un possente epico power metal con cori da battaglia e armonie di chitarra melodiche, che subito regala un’alternanza perfetta di tutti e tre i cantanti, anche se, vista l’atmosfera epica che domina, qui in primo piano c’è la voce incredibilmente ben conservata di Kiske. È un classico Helloween purosangue e un grande inizio d’album, con un ritornello che ha qualche lontana parentela con l’evergreen «Eagle Fly Free» da «Keeper of The Seven Keys – Part II» (1988). «Fear of the Fallen», uscito anche come singolo, parte con un’intro acustica, ma con grande sollievo di molti non diventa una ballata romantica: si trasforma in un vero catalizzatore di energia power metal, con tanti cambi di tempo, un ritornello a più voci e un Deris sempre camaleontico in primo piano.

«Best Time» è una ‘bomba’ breve ma epica e ritmicamente carica, con un ritornello contagiosissimo, che per atmosfera e refrain si può affiancare senza troppa fatica al classico «I Want Out», anche se come struttura sono due pezzi piuttosto diversi. Gli Helloween non azzeccavano da tempo un brano così bello sotto i quattro minuti. «Mass Pollution», critico verso la società e attento all’ambiente, con un Deris infuriato alla voce principale, si apre con linee di basso melodiche firmate Markus Grosskopf e poi si trasforma in un’esperienza divertentissima ed epica. Come stile è più vicino agli Helloween dell’inizio dell’era Deris che a quelli classici degli anni Ottanta.

«Angels», che contiene anche qualche timido arrangiamento sinfonico, rimette in primo piano la grandezza vocale di Kiske, operistica e rimasta intatta nel tempo. Dimostra di nuovo perché per oltre vent’anni sia stato il cantante che tanti fan degli Helloween, nonostante la bravura di Deris, hanno continuato a rimpiangere. Il sempre carismatico Deris ha di nuovo l’occasione di brillare come voce principale nell’ottima «Rise Without Chains», che ha tutti gli ingredienti di un futuro classico degli Helloween, ritornello trascinante compreso. «Indestructible», che probabilmente rientra tra i brani con un testo autobiografico, è uno dei momenti più incisivi di «Helloween», il che però non impedisce ai maestri dell’epicità power metal di sfornare un altro ritornello imponente, che si pianterà subito nel cuore della maggior parte dei fan.

«Robot King», un altro bell’esempio di come si possano fondere gli approcci compositivi classici e quelli più recenti degli Helloween, con Deris di nuovo in prima linea alla voce e un ritornello epico a più voci come punto più alto, è un pezzo ritmicamente carico, il cui testo riflette sia la critica sociale sia la passione comune della maggior parte dei membri per tutto ciò che sa di fantascienza. Con il solo Deris alla voce sarebbe stato un brano molto solido e uno dei migliori degli ultimi vent’anni, ma i contributi vocali di Kiske e Hansen gli danno un valore aggiunto.

«Cyanide», breve ma riuscitissima, è un catalizzatore di energia diretto, su cui ‘sbocciano’ possenti armonie di chitarra e melodie epiche, con il canto battagliero di Deris in primo piano. In «Down in the Dumps», un altro dei vertici di «Helloween», dove tutti e tre i cantanti brillano alla pari, si sentono anche alcuni elementi prog metal, grazie a una maggiore complessità ritmica e a effetti sonori di sottofondo relativamente timidi.

Lo strumentale di un minuto «Orbit» fa da introduzione al successivo (super)epico «Skyfall», uscito anche come singolo. Gli Helloween non sarebbero gli Helloween se per chiudere l’album non avessero creato un epico di oltre 12 minuti. Contiene il tipico testo satirico su un alieno che dopo un guasto alla navicella atterra sulla Terra e riesce a malapena a sfuggire agli scienziati terrestri, agli uomini in nero e all’esercito. Anche se questo ambizioso epico non regge il confronto con i capolavori di durata simile come «Halloween» e «Keeper of the Seven Keys», resta comunque un’avventura power metal interessantissima e divertente che, a differenza della maggior parte degli epici più recenti degli Iron Maiden, non risulta tirata per le lunghe. Qui tutti e tre i cantanti, Hansen compreso, hanno uno spazio invidiabile per costruire un’atmosfera tesa e drammatica. Kai prende l’iniziativa nel mezzo di una sezione melodrammatica che ricorda tantissimo i Gamma Ray, la sua altra band, che soprattutto negli anni Novanta ha scritto la storia del power metal. Il ritornello epico è fatto su misura per i desideri di tutti i fan di lunga data. Magari qualche inserto più sottile in più non avrebbe guastato, ma per il resto a «Skyfall» c’è poco da rimproverare, perché è una delle migliori imprese compositive degli Helloween degli ultimi due decenni.

L’edizione speciale dell’album contiene due bonus track, che non sono per niente materiale di scarto e per qualità reggono il confronto con la parte ‘regolare’ del disco. «Golden Times» ha un testo autobiografico e la voce di Kiske in primo piano. È un classico standard Helloween con un ritornello ‘festaiolo’ tipico, che ha parecchi punti in comune con gli ‘anni d’oro’ (gli Ottanta) della band. «Save My Hide», con Deris in primo piano, è un altro esempio di brano breve ma di qualità, come negli ultimi anni gli Helloween non ne hanno sfornati proprio a bizzeffe. L’edizione giapponese contiene altri due pezzi dal taglio autobiografico: la allegra «We Are Real», con Kai alla voce principale, e l’inno risvegliante «Pumpkins United», con tutti e tre i cantanti sullo stesso piano. Quest’ultimo è stato il primo lavoro in studio dell’attuale versione della band dopo il ritorno di Hansen e Kiske nel 2016.

L’esperimento di creare la versione definitiva degli Helloween è riuscito alla grande anche in studio, e lo si sente in ogni singolo brano di «Helloween». Dopo vent’anni si può trarre una conclusione davvero felice: gli Helloween hanno finalmente creato un degno erede della loro possente eredità degli anni Ottanta, che non si sforza nemmeno di suonare come il seguito di quel periodo celebre, ma riflette la nuova maturità compositiva di questa band power metal di culto. Di solito questi esperimenti da ‘superband’, che avrebbe benedetto anche un Dr. Stein (i fan degli Helloween capiranno subito il riferimento), falliscono spesso, basta ricordare cosa successe agli Yes all’inizio degli anni Novanta, ma gli Helloween hanno regalato una bellissima sorpresa e interrotto questa tradizione negativa nella musica rock. Gli Iron Maiden hanno tre chitarristi dal 1999, ma gli Helloween sono andati un passo oltre e, oltre ai tre chitarristi, in studio hanno usato con grande successo anche tutti e tre i cantanti: un esperimento in studio senza precedenti nella storia del power metal.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik


Tracklist:
1. Out For The Glory
2. Fear Of The Fallen      
3. Best Time
4. Mass Pollution
5. Angels
6. Rise Without Chains          
7. Indestructible           
8. Robot King          
9. Cyanide             
10. Down In The Dumps         
11. Orbit        
12. Skyfall

Formazione:
Andi Deris – voce
Michael Kiske – voce
Kai Hansen – voce, chitarra
Michael Weikath – chitarra
Sascha Gerstner – chitarra
Markus Grosskopf – basso
Dani Löble – batteria

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