Home In The Zone

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Aphra Tesla
Etichetta: Celinka
Uscita: 2013
Durata: 43:14
Voto: 4.9/5

L’ho vista per la prima volta alla serata degli chansons magici al Cankarjev dom e mi si è stampata, bruciata a fuoco nella memoria come qualcosa di fatale, profondo, mistico, misterioso, inafferrabile e di un avvicinarsi che non è di questo mondo, perché raggiungerla davvero del tutto non ci riesce nessuno. Si chiama Aphra Tesla ed è una delle artiste slovene più prolifiche della nostra epoca: nonostante la giovane età può vantare un opus musicale davvero eccezionale, collaborazioni splendide e, tra poesia sottile, approcci multimediali ed elettro-teatro, riconcettualizza la mantra shakespeariana secondo cui il mondo intero è un palcoscenico su cui recitiamo il nostro teatro. Resto ancora scosso dal fatto che una persona possa toccarti, scuoterti e riempirti fino all’orlo e oltre con una qualità così alta, solo con la voce e una presenza imponente. Tutto questo, e anche di più, lo offre lo straordinario disco della nuova formazione, la nuova incarnazione di Aphra Tesla Operating System, l’album Home In The Zone, che definisco senza esitazioni uno dei migliori dischi di quest’anno, se non il migliore. Che non ci siano equivoci: parlo di uno dei migliori album in assoluto, non solo di quelli del menù musicale di casa nostra. Mi ha travolto l’atmosfera, poi la chimica pazzesca fra tutti gli elementi musicali, o forse sarebbe meglio dire l’alchimia, per cui gli 11 incantesimi dell’album sono qualcosa che non versavo da un pezzo nell’anima e nelle orecchie.

Come ha raccontato Aphra in un’intervista, per questo disco si è trattato di un meraviglioso intreccio di circostanze, di coincidenze magiche che hanno insaporito la musica con ottime collaborazioni. Lei, da parte sua, ha raccolto per due anni le bacche delle consapevolezze, le storie con cui la raccolta potesse diventare un’unità, un tutto. Quello che ne è uscito è un collage erotico perfetto di emozioni, lampi splendidi e metafore, grazie al quale la meditazione personale è diventata una via d’uscita terapeutica per tutti i membri della comunità d’ascolto. Il mondo è impregnato di paura, ansia e negatività, e la piccola musica notturna, la musica, stavolta serve a far dimenticare il male di vivere e l’amarezza. Servono sogni, passione e fiamme della vita per attraversare il rubicone che separa l’oggi dal domani, e il presente diventa più leggero, meno plumbeo e angosciante. Aphra Tesla Operating System è quindi un santuario curativo di vibrazioni positive e, con la frequenza giusta, ti entra da tutti i pori fin dal primo istante. Raven ti porta in un bosco oscuro, dove prima bisogna perdersi per liberarsi di tutte le catene terrene del dolore. A questo contribuisce la voce risonante di Aphra, vellutata e colorata in un modo che da bambino avevo sentito in un’altra artista straordinaria, altrettanto eccentrica e di altissimo calibro, Josipa Lisac. Aphra è autoctona e riconoscibile a modo suo, e non ammette imitazioni né dedizioni a metà ai soli toni giusti. Preferisce lasciarsi impregnare dalle sensazioni, socchiudere gli occhi e, avvolta nel mantello delle emozioni sopravvissute, lanciarsi in una danza intima di minimalismo con due ospiti scelti, co-costruttori di una struttura compositiva eccezionale. Il talentuoso pianista di formazione accademica Marko Črnčec alias Churnchetz ha un orecchio perfetto sintonizzato sul jazz, e la danza sensuale delle sue dita sui tasti bianchi e neri regala una miscela, una fusione perfetta di jazz, blues, base da chanson e pop di ispirazione artistica. L’insieme poi lo completano benissimo, con ritmiche etniche e un meraviglioso senso del ritmo, il batterista e percussionista Nino Mureškič, che qualcuno ricorderà forse per il lavoro nei Lačni Franz e che oggi opera soprattutto come mente creativa e motore degli Afir Bafir.

Raven ricorda una combinazione di Tori Amos, o addirittura la fragilità spezzata delle interpretazioni di Trent Reznor in Fragile, mentre la perfezione della produzione è opera del mago del suono premiato con il Grammy Dave Darlington. La consolazione va cercata con fatica, ma nonostante tutti gli incantesimi e la caccia alle ombre del buio e dell’ansia, l’insieme è ottimista. Segue il ritorno al riparo soleggiato di una casa sicura, al salotto, proprio al centro, dove magari è più facile essere felici. Solitudine e silenzio, una quiete senza il rumore disturbante di battiti di cuore superflui, nel brano Home In The Zone lasciano intuire i contorni della vicinanza di Aphra, delle sue sensazioni, delle sue delusioni, che, pur offerte in modo diretto, restano comunque avvolte nei veli delle metafore. Jazz e giocosità da chanson funzionano come un cerotto curativo sull’anima ferita. La linea di confine più flamenco con i ritmi iberici del brano Pojke Indiana si trasforma poi in un’intensa atmosfera da lounge, un club in penombra, un’anima sprofondata nel silenzio che brilla di passione e di prese salde, a dimostrazione che la chimica spontanea di tutti i coinvolti, musicisti infilati nel telaio della musica, ha seguito il diktat di un demiurgo personale, di un creatore, di un dio. Aphra si dedica con costanza ai mille volti delle persone come guaritrice, sacerdotessa sciamanica che, con deformazioni e ritagliando il proprio mondo e la propria vita attraverso la sana distanza delle metafore, dona e distribuisce onde di amore, compassione e musica piena, che ha superato la fugacità chimica delle jam session. Aphra, in sintonia con quell’istinto da cacciatrice spiccato che la contraddistingue (e di cui una volta si è parlato), è riuscita a fissare cornici qualitative in cui la forma è definita ma non soffoca le eruzioni musicali e la generosità del cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=20_swmKixcQ

Palace Of Sin è così, con facilità, dispettoso in chiave jazz, peccaminoso, totalmente dissoluto e seducente; mi immagino senza fatica un club jazz degli anni Venti del secolo scorso e, nonostante la frammentarietà e le differenze di frequenze e sfumature di colore, tutto sta esattamente dove deve stare. Sail Away ti porta verso l’ignoto, lontano dal luogo del dolore e della delusione, con l’aiuto di quell’ultima sigaretta verde e di un calice di vino ghiacciato al punto giusto. Niente è obbligatorio, possiamo essere tutti liberi e lasciarci andare al richiamo vibrante che invita a liberarsi dalle catene, ci comunica e sussurra Aphra con dolcezza. L’atto sensuale e la perfetta alchimia proseguono con la bellezza jazz del brano Little Star, direttamente erotico, sensuale, sessuale: Aphra, con un baritono quasi maschile e un’ammaliante molteplicità da caleidoscopio, tinge di scarlatto le nuvole e i cattivi pensieri di un’amante offesa o di un amante ferito, stende lenzuola di seta e invita nel centro dorato dove tutto si perdona e dove il bacio è la moneta principale per saldare tutti i debiti terreni. La passione è il filo rosso di fondo, ma non minacciosa, in agguato, vorace e rapace. Echo Of Desire riflette il lato più mistico della passionalità, mentre l’intreccio jazz-etnico di grida sciamaniche, poesia e non detti riporta gli echi di un mondo bramoso nel tepore protettivo di una bolla sicura di felicità e sicurezza, nella zona di cui Aphra canta con chiarezza e coerenza. Il pianoforte di Marko passa da una forma rigorosa a un bellissimo assolo improvvisato che richiama alla memoria Pat Metheny e ancora di più Thelonious Monk, e con l’immersione nel mare sonico dei suoni blues di Moon Sings The Blues la metrica cambia completamente. Le levitazioni si susseguono, multiple, qualcosa di assolutamente naturale, e a ogni strato che si getta via il corpo e l’anima si aprono più facilmente all’infinito. Afferrare è un’illusione, la caducità della saggezza e della felicità è un invito a godersi ogni singolo istante. Aphra è un’artista di fughe interpretative verso l’ignoto e, in modo giustamente misterioso, flirta con il buio, con il dolore, ma anche con la scarlatta morbidezza del cuore, con un ottimismo solare che ombreggia con il giusto pizzico di asprezza della vita, la quale però, lo ripeto, non è mai disfattista. Black Dawn Song, con la ritmica più marcata della batteria di Nino, tesse nella stanza un messaggio più coerente. Quello che adesso è brutto può trasformarsi facilmente in qualcosa di bello e prezioso, a cui vale la pena tornare. Hai attraversato l’alba nera e dopo tutto questo è possibile che presto ti accarezzino i raggi della felicità e del sole. Aphra canta una fiaba jazz di cambiamento, di metamorfosi, di cui è parte ogni atomo del disco e ogni vibrato tremante, il dolce suono delle percussioni sulle corde del pianoforte, il tocco dell’opera: tutto indica che la volta dell’universo di Aphra è più alta di quella delle persone comuni. Con la visita al rifugio in cui si libera chi soffre, Frida (sarà un omaggio all’incredibile Frida Kahlo, mi chiedo?), l’ultimo atto può essere il contatto con quella parte felice dell’anima che da bambini davamo per scontata. Watch The Children Play è la mantra conclusiva con cui, dopo la sambra di Frida, ci abbandoniamo all’ultimo atto dell’addio e lasciamo emergere il nostro bambino sognatore, che un tempo sapeva anelare e sentire, guardare il mondo in modo diverso da oggi, ora che ha rinunciato a tutti gli istinti ed è diventato un adulto conformista, pilastro responsabile della società. Un brano ritmico su arcobaleni in fiamme e incubi scacciati mette il punto sulla i del godimento, a cui può seguire un nuovo ciclo di ascolto e approfondimento, perché i contenuti, nonostante il minimalismo sonico, sono tanti che un solo ascolto non basta per poter dire di aver capito tutto e che tutto sia davvero chiaro.

Home In The Zone è così un disco sonicamente pieno che, se non guardassi la copertina, non penserei mai che appartenga al nostro spazio spesso fin troppo angusto. Proprio per questo temo che verrà trascurato dalla maggior parte di chi ne trarrebbe un così bel beneficio terapeutico. Il mondo può essere un luogo di minacce, di sogni rubati e spenti, ma può anche essere un paravento per la liberazione. Aphra Tesla Operating System offre un nuovo programma di riconcettualizzazione della matrice dell’esistenza e, mostrando i mille volti della propria intimità, Aphra tende uno specchio al mondo. Proprio la franchezza e la sincerità contribuiscono facilmente a far sì che ogni nota e l’intera musica scivolino al centro del cuore e ti guariscano, ti tocchino, ti risveglino, anche se il concept complessivo non lo afferrerai e non lo seguirai ciecamente. Le strade per capire sono mille, e Aphra, con una dizione inglese universale, disintossica il mondo di tutti i confini e oltrepassa anche la pelle limitata dell’essere umano stesso. Stavolta sono superati tutti i limiti culturali, le regole del buon comportamento, tutti i comandi che possono renderti infelice. Quello che resta è la perfetta erotica dell’esistere e del sentire e, con la fusione dell’universo e della felicità cosmica in uno con te, puoi diventare felice e pieno anche tu, nonostante l’apparente vuoto e svuotamento. Home In The Zone è solo uno strumento altruistico che può aiutare in questo, se darai ascolto all’insieme in modo sgombro e senza etichette. Tutto il resto è soltanto zavorra e peso, che con la musica nel vero senso della parola non ha proprio niente a che fare.

Formazione

Aphra Tesla – voce

Marko Črnčec – pianoforte

Nino Mureškič – percussioni

Produzione

Dave Darington

Tracklist

1. Raven

2. Home In The Zone

3. Pojke Indiana

4. Palace Of Sin

5. Sail Away

6. Little Star

7. Echo Of Desire

8. Moon Sings The Blues

9. Black Dawn Song

10. Frida

11. Watch The Children Play

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