Hypocrisy e l’allucinazione di massa alla Cvetličarna (2026)
Hypocrisy / Vomitory / Vreid / (Abbath non hanno suonato)
venerdì 17. 04. 2026
Lubiana / Cvetličarna / Slovenia
Gli Hypocrisy, leggende svedesi del death metal, a inizio aprile si sono messi in marcia per un nuovo tour europeo, battezzato “Mass Hallucination Tour”. Dalla fondazione nel 1991 la band è guidata da una delle figure più importanti della scena estrema mondiale: il cantante, chitarrista e motore del gruppo Peter Tägtgren. Negli ultimi anni il tipo si è concentrato soprattutto sull’altra sua creatura, i Pain, diventata a livello globale commercialmente più redditizia, eppure… Le radici sono radici. E non solo Peter, ma anche le masse di fedelissimi delle sfere heavy più brutali sanno benissimo da dove arriva il celebre musicista e produttore e qual è il suo primo amore: gli Hypocrisy.
Per rendere il tour il più invitante possibile, gli Hypocrisy hanno chiamato con sé tre gruppi a dir poco eccitanti. I maestri norvegesi del mestiere black’n’roll Vreid, che la scena club slovena, ma anche quella dei festival, ha ospitato più volte dalla nascita del gruppo nel 2003, anche se dall’ultimo concerto della band in Slovenia sono passati 11 anni; poi i leggendari bastardi del death metal svedese Vomitory, che da noi si sono visti di rado; e infine l’act che avrebbe dovuto portare ai concerti del tour una razione extra di curiosi, i norvegesi Abbath, guidati dall’ex membro degli Immortal, all’anagrafe Olve Eikemo, da cui il gruppo ha preso anche il nome. Hjamm,…. Il salto mortale di Abbath al festival Metaldays il 26. 7. 2017 resta indimenticabile. Forse gli si avvicina solo quello di Jelinčič in televisione nel 2022. Insomma, un pacchetto di scandalo blasfemo estremamente cattivo, che con la sua odissea concertistica è approdato anche a Lubiana!
E il locale era pienissimo. La Cvetličarna scoppiava. Già quando alle 18.40 sono piombati sul palco i Vreid (per molti addirittura il picco della serata, visto che coltivano un sound tutto loro, che attira gente dai gusti ben precisi), si sentiva che la Cvetličarna sarebbe presto diventata la vera e propria casa del diavolo. I Vreid non avevano molto tempo a disposizione. Una buona mezz’ora. Quindi niente chiacchiere, solo suonare a tutta. Il quartetto ha portato a Lubiana anche l’ultimo album in studio “The Skies Turn Black”, che dopo una breve intro ha presentato subito in apertura con il singolo Kraken, più o meno a metà è arrivata la title track e verso la fine ancora un nuovo pezzo, From These Woods. Il quartetto è in forma smagliante, dal 2010 suona con la stessa formazione, con ben tre membri originali, e tra loro non ci sono giochi di prestigio. Il ‘drive ritmico motörheadizzato e dritto in faccia’, sopra cui si staglia una retorica black metal gelida come il ghiaccio, funzionava alla grande. In poco tempo la band ha costruito un’atmosfera ipnotica tutta sua e ha conquistato il pubblico con una compattezza da manuale. Tra i pezzi davvero vecchi, già nella prima parte dello show si sono buttati su Pitch Black, tratta dal secondo album “Pitch Black Brigade” (2006), mentre il resto della scaletta l’hanno riempito Into the Mountains (album “Wild North West”, 2021) e la conclusiva title track dell’album “Lifehunger” (2018). Peccato che non ci fosse tempo per di più.
Il palco è passato ai veterani del death metal old school svedese Vomitory. La band, nata ancora negli anni Ottanta, ha pubblicato proprio durante questo tour il nuovo album in studio “In Death Throes”. Quando sono arrivati a Lubiana, il disco aveva appena compiuto una settimana di vita. I Vomitory sono un quartetto in cui oggi, dei membri originali, ci sono i fratelli Urban (batteria) e Tobias Gustafsson (chitarra), mentre la formazione è completata dal bassista e cantante Erik Rundqvist, che resta in squadra dal secondo album “Redemption”, e dal nuovo arrivato Christian Fredriksson, che nel 2025 si è preso sulle spalle l’onere della chitarra solista. In questo show i Vomitory hanno dimostrato di essere ancora una macchina death metal old school senza fronzoli, di brutale distruzione implacabile, che si aggrappa saldamente anche ai diktat del gore. Sono un tritacarne in eruzione. Il formato dal vivo del quartetto resta quello di un’orda spietata, affilata e senza pietà. La band ha aperto il concerto con un pezzo di una fase precedente della carriera, la title track dell’album “Revelation Nausea”, ha presentato anche due brani dell’ultimo album “In Death Throes” (For Gore And Country e Wrath Unbound) e ha demolito tutto con l’accordatura bassa, un semitono sotto, e le sue cannonate di riff a valanga attraverso una serie di scempi death metal della vecchia scuola, in cui si sono succeduti anche Terrorize Brutalize Sodomize, Rage Of Honour, All Heads Are Gona Roll (tratta dal precedente album omonimo), Regorge In The Morgue e la conclusiva Chaos Fury. Il pubblico, intanto, partecipava con il gruppo in un’estasi da capogiro. La dose di devastazione gore satanica era semplicemente da sogno.
Gli Abbath avrebbero dovuto salire sul palco alle 20:20. Erano le otto e mezza. Degli Abbath ancora nessuna traccia. I veterani più cattivelli della scena metal estrema avevano già iniziato a lamentarsi: “Il truccato degli Immortal fa di nuovo la primadonna”. Poi, all’improvviso, sono le 20:40 e sul palco compaiono i membri della band di Abbath che, a testa bassa e spalle incassate, annunciano al pubblico che il concerto di stasera salta perché il capo è stato portato al pronto soccorso. Anche oggi non è chiaro quale sia stata la causa, ma gli Abbath il giorno dopo hanno suonato regolarmente a Geiselwind, in Germania. Molto probabilmente il tipo ha guardato un po’ troppo a fondo nel bicchiere ed è crollato. L’importante è che, mentre scriviamo queste righe di recensione, con Abbath sia tutto a posto. Che qualcosa non andasse lo lasciava intuire già il colpo d’occhio sul palco, che si era ‘allargato a dismisura’, cioè aspettava il protagonista, e lo lasciavano intuire anche i plettri degli Hypocrisy infilati nell’asta del microfono di Tägtgtren. Insomma, Abbath a Lubiana? Beh, sarà per un’altra volta.
Gli Hypocrisy sono quindi saliti sul palco già dieci minuti prima delle nove di sera. Nelle prime file si ribolliva. Intere legioni di ragazze e ragazzi, pressati, diciamo pure conciati in modo bello duro. In agguato! Quando il quartetto ha preso posizione, la reazione del pubblico è stata semplicemente furiosa. Subito dopo il primo pezzo, They Will Arrive, Tägtgren ha alzato le braccia al cielo e ha salutato la folla: “Ljubljanaaa!!!”, scatenando nel locale ancora più adrenalina. Scenografie sul fondo legate ai videoclip usciti e ai contenuti degli album, nebbia ovunque a tonnellate, tanta luce rossa sul fondo, che si incrociava soprattutto con il verde e il bianco. In faccia niente espressioni. Fracasso e tiro! Il siluramento della doppia cassa, unito alla devastazione ringhiante del fraseggio e a linee di basso ruvide e dritte in faccia, ha investito la Cvetličarna come se il locale fosse inghiottito in fretta da lingue di fuoco. Tägtgren col growl si difende bene. Si è difeso bene anche verso la fine dello show. Forse a tratti era un po’ troppo basso nel mix, e anche certi assoli ogni tanto suonavano ‘corti’.
Comunque sia, la band ha consegnato una scaletta che era una specie di sezione trasversale della carriera e, per la prima volta in questo tour, ha suonato la vecchissima Left To Rot dal debutto in studio “Penetralia” (1992). Al centro del repertorio c’era anche il quarto album Abducted (1996) con i brani Carved Up, Killing Art e la conclusiva Roswell 47, ma anche altri classici da album! “Into The Abyss” era rappresentato da due classici demolitori: già all’inizio con Fire In The Sky (subito dopo la band ha buttato altro olio sul fuoco con il classico Inferior Devoties dal secondo album “Osculum Obscenum”) e nella seconda metà del concerto con Deathrow (No Regrets). Quando la band ha piazzato Adjusting The Sun da “The Final Chapter”, seguita dalla schegga furiosa di “Hypocrisy” Fractured Millenium, era chiaro che ci stavamo avvicinando al punto di ebollizione del concerto. Anche l’album “Virus” non è stato trascurato, con Warpath verso il finale, e la band ha avvolto la Cvetličarna nella distruzione finale con il classico The Final Chapter e, subito dopo, con la già citata delizia da Abducted Rosewell 47.
Insomma, la band ha consegnato esattamente quello per cui il pubblico era venuto. Con un’ottima scaletta, un’esecuzione compatta, uno show concentrato e suonato con precisione maniacale, in cui Tägtgren e compagni hanno fatto ballare per bene le vertebre del collo, mentre il colpo d’occhio sul pubblico, soprattutto nelle prime file, sembrava quello di un caos di guerra totale. Un’ora e venti! Fine. Tiro e proiettile di una dose primordiale di scuola death metal svedese, accompagnata da un’affluenza davvero ottima, un’energia infernale e una splendida chimica tra pubblico e gruppo.
Autori: Edita Klemen & Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Hypocrisy – setlist:
1. They Will Arrive
2. Fire in the Sky
3. Inferior Devoties
4. Chemical Whore
5. Left to Rot
6. Carved Up
7. Children of the Gray
8. End of Disclosure
9. Killing Art
10. Eraser
11. Deathrow (No Regrets)
12. Adjusting the Sun
13. Fractured Millennium
14. Warpath
15. The Final Chapter
16. Roswell 47



















































