I Foo senza rivali e senza freni (2012)

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Villa Manin, Codroipo, Italia
Data del concerto: 13.08.2012
Spettatori: 12.000 – 15.000
Prezzo del biglietto: 56 €

Dalle ceneri della vecchia gloria risorgono solo i più forti. Dave Grohl  è un maestro della sopravvivenza e, più che dietro ai tamburi, si trova evidentemente a suo agio nella sua nuova pelle da chitarrista. Da ben 17 anni, dalla morte di Kurt in poi, il faro principale dei riflettori puntato sulla sacra trinità del grunge illumina più forte di tutti proprio il talentuoso quarantatreenne, che ha sostituito con successo le bacchette con sei corde e un microfono e si muove meglio in primo piano, in prima linea, che tra pelli e piatti. La prova che di vecchia gloria non si può campare in eterno non va cercata lontano dal barbuto carismatico con le palle d’acciaio – il suo collega delle trincee dei Nirvana, il bassista Chris Novoselich, è nel frattempo evaporato in modo quasi incredibile dalla memoria e dagli occhi del pubblico, mentre Dave si fa il mazzo e infila successo su successo, hit su hit, album su album. Per assurdo il settimo disco di fila, Wasting Light, è ancora più potente e straordinario dei lavori precedenti, ma fino a poco tempo fa restava senza risposta una domanda: i ragazzi funzionano bene dal vivo, su un palco, come funzionano sui dischi?

In tanti hanno sfornato prodotti da studio di grande forza, ma quando hanno dovuto difendere i colori dello studio davanti a una folla di giovani e giovanissime abituati solo al meglio, a parecchi è mancato il fiato. Grohl ha già dimostrato il suo valore con i Nirvana, poi con il supergruppo Them Crooked Vultures, con la collaborazione con Queens Of The Stone Age e Nine Inch Nails, e dietro ai tamburi ha tenuto testa anche a mostri come Lemmy e, vabbè, al più morbido Tom Petty; anche Slash, Julliet Lewis e i Prodigy hanno chiesto il suo aiuto, quindi Dave non avrebbe nulla da dimostrare, eppure è sempre pronto a tutto: sfide, sfoghi musicali, di tutto. Verificare l’empiria sul campo fa sempre bene, e ci è cascato a fagiolo l’annuncio che i Foo Fighters avevano deciso di far a pezzi i pregiudizi degli scettici e di difendere dal vivo la loro potenza e la loro qualità proprio nella cornice della residenza del Doge, non lontano da Udine.

 Dopo una giornata di lavoro estenuante e l’afa soffocante dell’estate, la carovana degli assetati di musica ha visto finalmente arrivare il D-Day dell’apertura dei chakra del cuore e dei canali auricolari: il 13 agosto è piombato addosso, inatteso e fragoroso come un tifone, ma al posto della forza distruttiva della natura sulla cittadina italiana di Codroipo è calata una coltre di grandi aspettative, che con il suo abbraccio di lamiera ha fermato il battito della sonnacchiosa, idilliaca cittadina alle soglie della maestosa Pianura Padana. Di quella sterminata carovana faceva parte anche la cavalleria della nostra squadra. Nella corsa contro il tempo e nella ricerca di un posto adatto dove parcheggiare il destriero d’acciaio, il tempo ha girato così in fretta che, tra le crepe del continuum spazio-temporale, sono riusciti a sgusciare via i momenti con i gruppi spalla, gli apprezzati e proverbialmente bravi punk rocker Gaslight Anthem del New Jersey e la leggenda di Sugar e Hüsker Dü Bob Mould, e le lancette hanno segnato troppo presto le 21:00.

Come una bomba a orologeria, a quell’ora sono saliti sul palco gli alfieri americani del melos alternativo pop, i Foo Fighters, e il palco ha tremato sotto l’attacco violento del primo singolo dell’ultimo disco, i decibel di White Limo. Il centro della scena l’ha occupato con sicurezza Dave, affiancato dal leggendario chitarrista Pat Smear, tornato di recente tra le fila dei Foo, dal chitarrista aggiuntivo Chris Schifflett, mentre a dettare la potenza ritmica sono partiti l’infallibile Nate Mendel al basso e il simpatico batterista Taylor Hawkins. L’apertura in stile QOTSA ha scaldato a dovere le prime file, e il battito della folla da dodicimila teste è salito ancora con l’immediato tuffo nello stampede, tutt’altro che dolce, di All My Life. One By One forse non è il lavoro più forte dei soldati di Seattle, ma il momento, al centro, proprio nell’ombelico dell’universo musicale, quel lunedì era sintonizzato in modo tale che le parole si sono fatte carne e la carne ha saziato l’insaziabile belva dei pagani europeizzati che assediavamo il palco. Grohl affronta la folla da vero uomo e i versi scivolano nelle orecchie meglio del nettare: »All my life I’ve been searching for something / Something never comes never leads to nothing / Nothing satisfies but I’m getting close / Closer to the prize at the end of the rope / All night long I dream of the day / When it comes around then it’s taken away / Leaves me with the feeling that I feel the most / The feeling comes to life when I see your ghost« Una parola o due in italiano, poi Grohl passa finalmente ai toni anglosassoni più familiari e ammette candidamente che, a parte la pasta, dalla sua bocca di rado esce qualcosa di italiano. Annuncia di essere venuto per suonare e non per chiacchierare, promette al pubblico un concerto maratona, e quello, con un tremito epilettico, canta tutto ciò che cuoce la mano esperta nelle manipolazioni di Grohl. Amo i dominatori: nonostante tra Grohl e la mia postazione strategica non ci fosse una folla, ma un oceano sterminato di gente, ero convinto che i Foo cantassero per ciascuno dei presenti – anche per me. Rope è la prova che il neonato figlio musicale della band è fatto per conquistare e per giocare con il pubblico, e non serve sottolineare che davanti alla struttura d’acciaio del gigantesco palco si è scatenata una preghiera di massa, tra isteria e ipnosi totale, che Grohl e compagni hanno attizzato ancora con passeggiate studiate fino al cuore dell’azione, ovviamente lungo la passerella, sollevata e ben protetta. Grohl poi chiede in musica: »What if I say I’m not like the others? / What if I say I’m not just another one of your plays? / You’re the pretender / What if I say I will never surrender?« e nella testa risuona una sola risposta: »Thank God for small mirracles!«, perché di finzione, nel mondo di oggi, ce n’è fin troppa, mentre nel rock’n’roll non dovrebbe esserci posto per tattiche, panchine e pose – almeno non nella serie A, e i Foo Fighters fanno senza dubbio parte di quell’élite. Sì, hanno un sacco di hit e sì, sanno accarezzare l’anima con la dolcezza, ma invece del retrogusto stantio in bocca, le eccezionali My Hero, ancor più la geniale brillantezza di Generator e la ormai fin troppo sentita Learn To Fly dimostrano che la penna creativa tra i combattenti del mainstream alternativo è affilata, efficace e ispirata, come se la caricassero le batterie dei Beatles – beh, quasi … New Way Home evoca i colori e i contorni del disco The Colour And The Shape, e la suspense dopo il freno tirato ai cavalli infernali viene completata da un crescendo di melodia di tutte e tre le chitarre, dal piede solido e d’acciaio di Hawkins e dalla batteria, mentre, come il cacio sui maccheroni, ci sta anche la malinconia di un brano più recente, anzi recentissimo, Walk. Di solito non amo l’atmosfera brit pop che a tratti evoca l’approccio un po’ poco convenzionale di questo brano, comunque tutt’altro che sbagliato, ma il ritmo da ballo si trasferisce piano piano anche nelle giunture arrugginite, e Cold Day On The Sun è un colpo in più per gli impreparati. Ancora più sound americana, pop alla Tom Petty e fantasmi dei Counting Crows, solo con un po’ più di palle. Rami Jaffee si intreccia con le tastiere in modo così sottile che nulla disturba, solo che la band sul palco non è più arrabbiata e carica di adrenalina come al solito. E allora? I Grohl si scrivono le note sulle quali ballano da soli, e va riconosciuto che, oltre a tutta la loro musicalità, hanno anche altri talenti – soprattutto senso dell’umorismo e sarcasmo cinico. La potente Arlandria prosegue in modo sensuale con un avvertimento nascosto che fa pensare i vigili, mentre agli ascoltatori superficiali sembra solo una canzoncina molto simpatica: »One of these days your eyes will close and pain will disappear / One of these days you will forget to hope and learn to fear«. Grohl è il ritrattista moderno dell’angoscia urbana, che però ha cambiato la solita tavolozza di grigi, di cui tutti si sono rimpinzati, con sfumature più iridate, luminose e rosso scarlatto. L’eco dell’auditorium e il gioco con il suono hanno raggiunto un climax tutto loro con la delicata Aurora e versi che si insinuano nel subconscio lentamente, con dolcezza e sentimento. »You believe there’s something else / To relieve your emptiness / And you dream about yourself / And you bleed and breathe the air / And it’s on and on / I just kinda died for you / You just kinda stared at me / We will always have the chance / We can do this one more time« e le luci incandescenti sciolgono il senso del tempo. Un’occhiata all’orologio rivela che i Foo Fighters sono sul palco senza sosta da quasi due ore, eppure non ne abbiamo mai abbastanza. Dopo Monkey Wrench e la suspense acustica di Hey, Johnny Park!, che forse non è proprio il loro pezzo migliore, Grohl annuncia con una certa pomposità l’esecuzione del brano che fu il primo da loro scritto, ma che per molto tempo non hanno suonato – It’s A Call, e dopo i momenti di debutto della propria storia si mettono a giocare, in stile Monthy Python’s Flying Circus, con la conoscenza della (pre)istoria musicale, che a molti spettatori dal latte ancora sui denti è vicina quanto la ruota a un australopiteco. I Pink Floyd, alla fine degli anni Settanta, hanno eretto un epitaffio all’epoca dell’ebetismo umano e lo hanno intitolato The Wall, e di quel disco faceva parte anche il pezzo tosto, cupo e mordace In The Flesh, che i Foo hanno adottato per bene e adattato al proprio suono, alla propria presenza scenica e alle scarpe in cui si infilano con successo, nonostante tutti gli scrupoli dei puristi. Al posto di Waters, nel microfono sbraita Grohl: »So ya Thought ya Might like to Go to the show / To feel that warm thrill of confusion, That space cadet glow. / I’ve got some bad news for you sunshine, / Pink isn’t well, he stayed back at the hotel / And they sent us along as a surrogate band / We’re gonna find out where you folks really stand. / Are there any queers in the theater tonight? / Get them up against the wall! / There’s one in the spotlight, he don’t look right to me, Get him up against the wall! / That one looks Jewish! / And that one’s a coon! / Who let all of this riff-raff into the room? / There’s one smoking a joint, / And another with spots! / If I had my way, I’d have all of you shot!« e il riff potente del pezzo ci sta a pennello, mentre si intuisce l’incontro ravvicinato con la fine del viaggio concertistico. Nonostante tutto, per finire ci sta qualcosa di meglio. Il meglio, per essere precisi. Best Of You esplode pieno e potente e a tutto questo non si aggiungerebbe niente. Difficile, almeno nella prima parte, quella ufficiale, del concerto. La band lascia il palco, ma il buio e le luci piazzate strategicamente fanno capire che la cannonata non è ancora finita. Dopo una pausa breve per ricaricare le forze, due sorsi d’acqua o di birra e un intervallo di pochi minuti ben calibrato, arriva il momento della ciliegina sulla torta, anche se non c’è eroe che potrebbe rimproverare loro di aver risparmiato energie o di aver fatto un’esibizione di riserva e senz’anima. Dave sale sul palco con l’acustica e, in stile eroico solitario, canta una versione un po’ consumata di Times Like These, che però, una volta completati tutti gli anelli di congiunzione del corpo organico della band, si completa in uno splendido mosaico di bellezza alternativa, poi ai giovanotti sul palco si unisce con la sua presenza l’ormai anziano patriarca dei bei tempi punkeggianti, il ruvido Bob Mould. Dear Rosemary è un momento da studio condiviso che funziona alla perfezione e senza sbavature anche dal vivo, mentre la vera sorpresa arriva subito dopo. Ho già nominato Tom Petty oggi? Sì? E il fatto che Breakdown sia scritta proprio dalle sue dita? E proprio questo hit già un po’ sfiorito della fine degli anni Ottanta lo decidono di suonare insieme Mould e i Grohl, senza riserve. La SAZAS si starebbe già fregando le mani, mentre i Foo, di tutto ciò, se ne fregano alla grande e proseguono il loro stampede come un reparto corazzato. Il cerchio, chiuso con precisione chirurgica, può essere completato solo da un’ultima mossa – il brano Everlong, che, diciamocelo, è qualcosa di meglio di tutto ciò che hanno sentito le mie orecchie sempre affamate di alternative.

Alcuni avrebbero incoronato il finale eccezionale con il brano Wheels, ma io penso che sarebbe stato difficile aggiungere altro senza che il tutto si sfaldasse, si annacquasse o diventasse, dopo quasi tre ore di maratona, un fattore capace di far venire la noia. I Foo Fighters sono venuti, hanno visto e hanno vinto – su tutta la linea. Sono stati contenti tutti, solo il suono poteva essere migliore. È vero anche che stavolta dalle ultime file del palco si vedeva ben poco. I Foo erano piccoli come formichine, ma rumorosi e potenti come una mandria di elefanti. Qualche megaschermo e qualche proiezione sul telone non sarebbero stati di troppo, ma è proprio quello che certi glamster sfioriti darebbero per scontato. Grohl e i suoi complici dei piaceri alternativi, alla maniera pop e centrata, puntano su qualcos’altro e di più importante – sulla buona musica, sull’energia, su idee splendide e sul fatto che non esiste rock’n’roll senza ettolitri di sudore. Proprio per questo andrò di nuovo ad ammirarli la prossima volta, e su questo cavallo, miei cari, si può puntare sempre senza rischi!

Scaletta

  1. White Limo 
  2. All My Life 
  3. Rope 
  4. The Pretender 
  5. My Hero 
  6. Generator 
  7. Learn to Fly 
  8. New Way Home 
  9. Walk 
  10. Cold Day in the Sun 
  11. Arlandria 
  12. These Days 
  13. Aurora 
  14. Monkey Wrench 
  15. Hey, Johnny Park! 
  16. This is a Call 
  17. In the Flesh? (cover dei Pink Floyd )
  18. Best of You 

Bis:

19. Times Like These (Dave solo)

20. Dear Rosemary (con Bob Mould)

21. Breakdown (cover di Tom Petty and The Heartbreakers ) (con Bob Mould)

22. Everlong 

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