I Grave Digger scuotono per bene le ossa metal congelate (2004)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Cvetličarna (VPK Mediapark) / Slovenia
Data del concerto: 19.01.2004
Numero di spettatori: 700
Prezzo del biglietto: 4.500,00SIT
Dai, basta con ‘sti lamenti! Riempiamoci le vene con la vera energia infernale del metal più crudo e incazzato e dei ringhi dei Grave Digger!
Sul palco sono saliti per primi gli Undercode. I croati ci avevano fatto visita la prima volta a novembre, credo nel 2002, come spalla di Paul Di’Anno & Killers. Era la sera in cui, per la prima e ultima volta in vita mia, a un concerto mi è venuto un mal di testa da impazzire. E non per colpa loro, ma per l’energy flow della sala a Metelkova e per quei pilastri maledetti. Gli Undercode sono partiti a tutto vapore. Spiccava il batterista: quel diavoletto sbuffava come una locomotiva e si è fatto notare soprattutto nel penultimo pezzo, con i ritmi di una marcia militare (purtroppo non so il titolo), dove ha tirato fuori un vero fantastikus sul doppio pedale e intanto frustava le pelli dei tamburi in modo che rimbombassero come in una marcia di guerra indiana. I ragazzi erano la scelta giusta per aprire. Agli elementi del classico heavy metal aggiungevano un pizzico di thrash moderno. Atteggiamento audace, senza compromessi, tutto botta; i ragazzi stanno sviluppando un proprio stile riconoscibile. Il caldo temperamento croato. Senza freni, senza peli sulla lingua. Solo power usred čela blesavog! Il suono era ottimo. I ragazzi si sono presentati in modo corretto e professionale. Affiatati, rilassati e totalmente scatenati. Ovviamente la gente ha cominciato a saltare davvero per la prima volta sulle note di Grinder, classico dei Judas Priest. La band ha chiuso l’esibizione con una cover dei Manowar, Gods Made Heavy Metal, che ha svegliato per bene la sala e fatto dondolare le zucche metal, anche se personalmente avrei preferito sentire dal vivo ancora più pezzi del loro repertorio originale. Esibizione ottima, carica di energia, sentita e spontanea.
I Magus Noctum hanno annullato l’esibizione per la malattia del batterista.
Dopo gli Undercode sono quindi saliti sul palco i Requiem. Pare che festeggiassero i dieci anni di attività. Hard rock incandescente. Ovviamente, di gran lunga il più convincente sul palco era il cantante Sergej. Non tanto per come si muoveva, quanto per le acrobazie vocali di cui è capace, che portano nella musica dei Requiem una dinamica, una succosità e un contrasto di gusto fuori dal comune. Le parti alte erano cantate pulite e a tutta forza. Non conosco i titoli dei pezzi, né la discografia dei Requiem, ma quel che ho sentito ricorda parecchio i Rainbow. Un pezzo in particolare aveva linee simili a Stargazer, un altro addirittura ai Black Sabbath dell’era successiva (quella tra i dischi “Headless Cross” 1989 e “Cross Purposes” 1994), con un riff semplice ma bruciante, condito da voce melodica e dall’inserimento contrastante delle tastiere. Mi vergogno, ma te lo devo confessare: la scena slovena non la seguo praticamente per niente. Il suono era fantastico, e anche l’atmosfera. Vedendo i gemelli che un tempo suonavano nei Lene Kosti, e il cantante e motore dei Lene Kosti, Milan Krušič, che seguiva dal pubblico i suoi ex compagni, mi è balenata l’idea di un’altra reunion di quella leggendaria band metal che manca così tanto a tutti noi. Quella sera è stata davvero speciale. Ho incontrato un sacco di gente che non vedevo da un’eternità. Eravamo tutti di ottimo umore. Un concerto in Slovenia è tutta un’altra storia rispetto a Vienna, Monaco di Baviera o Graz. Terreno di casa, rilassatezza, gentilezza… Vabbè, l’organizzatore nella sala non aveva proprio piazzato la stufa di campagna, gli žganci e i crauti, ma per gli spazi bui circolavano soprattutto buone vibrazioni.
E poi i Grave Digger. Per il visitatore e fan medio, che quella sera si è ritrovato nella sala del VPK solo con un biglietto e il timbro sul polso, erano senza dubbio un sogno metal. Tra i suoni dell’intro registrato è comparso sul palco H.P. Katzenburg, vestito e truccato da ultimo dispensatore di giustizia – la morte, la mascotte dei Grave Digger. Ha preso posto dietro le tastiere, a destra della batteria. La nebbia si è infittita per bene sul palco, altre quattro sagome si sono unite a noi nella sala. La gente è esplosa e i Grave Digger hanno attaccato con Rheingold. Subito affiatati, suono perfetto. I Grave Digger sono la band che ha trovato la formula giusta dell’armonia, in cui tutti i membri si esprimono alla pari nella musica. Tastiere escluse, ovviamente, che servono per lo più da decorazione. La combinazione tra il basso spesso e carichissimo di Jens Becker, il torpedinare filigranato ma devastante sul doppio pedale di Stefan Arnold, la massiccia potenza dei riff di Manni Schmidt, mitragliatore della chitarra (pare che il suo modello sia Michael Schenker) e l’insostituibile voce cruda e furiosa di Chris Boltendhal, unica, riconoscibile a un miglio di distanza, funzionava in modo impulsivo, magicamente rodato, perfetto. Hanno offerto un suono fantastico per tutto il concerto. La gente è impazzita ancora di più perché i Grave Digger sono proseguiti con la famigerata The Dark Of The Sun e, passando per Son Of Evil, sono arrivati a uno dei picchi della serata, la sorpresa The Battle Of Bannockburn.
La scaletta era ottima, bilanciata, con i pezzi mescolati a contrasto, così anche per questo la dinamica ondeggiava di continuo per tutto il concerto. Ballad niente. Circa il 40% di tutto il repertorio era materiale dell’ultimo disco “Rheingold” (2003) – 6 pezzi, poi tre pezzi ciascuno da “The Grave Digger” (2001), “Excalibur” (1999) e “Knights Of The Cross” (1998), due da “Tunes Of War” (1996) e uno ciascuno da “The Reaper” (1993), “Heart Of Darkness” (1995) e “Heavy Metal Breakdown” (1984). Sulla scaletta, tra l’altro, c’era scritta anche Yesterday dal debutto “Heavy Metal Breakdown”, che però non hanno suonato. Personalmente ho goduto con i loro pezzi di orrore, terrore e morte, come The Grave Dancer con l’ottimo riff principale in “tre quarti”, la mid-tempo The House dall’atmosfera altissima, e i demolitori Son Of Evil e The Grave Digger. Mi hanno steso in particolare con la fantastica epica, canzone perduta da “Tunes Of War”, che lega concettualmente i due album “Knights Of The Cross” e “Tunes Of War”, intitolata The Battle Of Banockburn, che racconta la vittoria del re scozzese Robert Bruce sul nemico inglese numericamente molto superiore. Riffing incandescente e una botta piena di palle. Mi sono goduto la vista di Manni che si faceva il bagno nel suo stesso sudore. Incredibile quanto spazio sonoro copra la sua chitarra, anche negli assoli. Non si nota affatto quando il ragazzo smette di fare riff, il suono della band resta d’acciaio e indemoniato anche attraverso i suoi assoli. Il pubblico ha partecipato a gran voce per tutto il tempo e sprigionava un’energia pazzesca. L’intesa tra band e pubblico era fantastica. Circa 600 persone (il VPK ne contiene in tutto 1000, teste umane) saltavano compatte, facevano capriole e si abbandonavano ai piaceri dei suoni metal della leggendaria band tedesca. Inoltre si dedicavano senza pensieri ai piaceri della birra versata, così i buttafuori hanno avuto parecchio da fare, perché hanno portato fuori dalla sala un bel po’ di metallari sfasciati e ubriachi marci, che non erano più in grado di reggere il peso dei derivati alcolici. Già solo per questo, assistere a un concerto metal in Slovenia è un’esperienza a parte. La percentuale di persone barcollanti, alle prese con difficoltà sempre maggiori nel domare la ribellione degli stabilizzatori statici e dinamici dei loro organi meccanocettori, nella sala cresceva di minuto in minuto.
Chris e compagnia non finivano di stupirsi della devozione dei fan sloveni e di come conoscessero a memoria i testi del repertorio della band. Ogni volta che Chris chiedeva una risposta dal pubblico, un boato ciclopico investiva la sala, facendola tremare per bene. Alcuni versi Chris li ha lasciati apposta al pubblico, ad esempio il ritornello di Lionheart, il verso finale “Murder, murder!” in Knights Of The Cross o, più tardi nel bis, i versi della grandiosa hit Rebellion (The Clans Are Marching). Non c’è stato un momento in cui la band abbia ceduto anche solo per un attimo sul palco, perché quella sera cavalcavano sulle ali di una folla devota, davvero affamata di eventi così, qui da noi. La band ha restituito l’energia alla folla. Sono saliti sul palco a tutta forza e con il preciso intento di mettere in scena una vera devastazione metal e di sollevare il tetto del VPK. Chris sul palco sembrava il diavolo in persona, ringhiava e sapeva guardare da sotto la fronte in modo davvero cattivo, come un peccatore rodato, quando serviva. La sua prova è stata ottima. L’indiano Manni Schmidt lavorava come una bestia e, come portatore della maggior parte delle melodie, aveva un appoggio fantastico nella sezione ritmica Becker/Arnold. Ancora più instancabile, il batterista Stefan tra un pezzo e l’altro faceva roteare con maestria le bacchette tra le mani; mi è piaciuto in particolare il suo ottimo inserimento del doppio pedale nei passaggi, tra i quali mi si drizza sempre il pelo su quello subito prima dell’attacco del ritornello di Excalibur. Jens Becker è stato senza dubbio la sorpresa della serata tra i quattro. Il solito artista timido, ripiegato su sé stesso, che sul palco se ne sta modestamente sullo sfondo e tiene a bada le emozioni, stavolta si è lasciato andare all’energia. Si è abbandonato spontaneamente alla magia del concerto, si spostava di continuo da un capo all’altro del palco, incitava il pubblico e i compagni di battaglia sul palco, e ha regalato qualche sorriso alla gente, il che per lui è una vera rarità. La prima volta è finito al centro dell’attenzione all’uscita da The Battle Of Bannockburn, con l’ottimo motivo che ha scritto per quel pezzo, la seconda ovviamente nel grandioso finale della parte regolare del concerto, nell’epico poema Twilight Of The Gods, quando con Manni ha messo in scena uno straordinario fade out. Che Jens sia un maestro del riff l’aveva già dimostrato con i Running Wild. Ricordati i suoi ottimi strumentali dall’atmosfera altissima Over The Rainbow (“Blazon Stone”, 1991) e Highland Glory (“Death Or Glory”, 1989). I Grave Digger hanno assaltato il palco con ogni mezzo, soprattutto in Under My Flag, The Grave Digger, Knights Of The Cross, Morgane Le Fay, Maidens Of War e The Grave Dancer, che una dopo l’altra staccavano teste. L’intensità non è calata in nessun punto e tu che sei sopravvissuto a questo attacco atomico: se stavolta non ti sei preso la botta diretta in vena, allora non te la prenderai mai.
Dopo la chiusura regolare è arrivato il primo bis. Hit Rebellion (The Clans Are Marching). La gente è impazzita dall’entusiasmo, la sala si è animata cantando ogni singolo verso. Nuova esplosione e le zucche metal hanno ripreso a girare. Il secondo bis è iniziato con l’annuncio di Chris che avrebbero suonato un pezzo che hanno particolarmente a cuore e che a tutti piace tantissimo suonare, The Roundtable. Il mid-tempo dal riff assassino è stato per me senza dubbio uno dei picchi del concerto, ma il vero picco assoluto è stato proprio il finale. Heavy Metal Breakdown, follia e corsa a rotta di collo, la gente partecipa ai versi in sincrono con la band per tutto il tempo, Chris nella pausa pretende energia, e la ottiene con un tifo fragoroso e scatenato del pubblico, i Grave Digger sferrano l’ultimo giro del motivo principale del pezzo, ma al tempo stesso il più sfacciato e devastante. La serata volge al termine, i ragazzi mettono in scena un fade out finale entusiasta e magistrale che rimbomba per la sala, inondata da un’ondata di entusiasmo della folla. I Grave Digger ringraziano la folla; ho avuto la sensazione che noi sloveni li avessimo convinti di quanto siamo un pubblico folle e fedele, e i ragazzi non hanno nascosto la loro soddisfazione. Per un bel po’ mi sono ritrovato di nuovo con collo e corde vocali gonfi.
Setlist
1. The Ring (intro)
2. Rheingold
3. The Dark Of The Sun
4. Son Of Evil
5. The Battle Of Bannockburn
6. Valhalla
7. Under My Flag
8. The Grave Dancer
9. Maidens Of War
10. The House
11. Lionheart
12. Excalibur
13. Sword
14. The Grave Digger
15. Knights Of The Cross
16. Morgane Le Fay
17. Twilight Of The Gods
—primo bis—
18. Rebellion (The Clans Are Marching)
—secondo bis—
19. The Roundtable
20. Heavy Metal Breakdown
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