I Primordial abbattono gli imperi! (2011)

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Štuk, Maribor
Data del concerto: 02.06.2011
Presenze: 200

Ultimamente non capita spesso che da noi suonino band che i nostri palchi non hanno ancora ospitato. Il che, ovviamente, non è un male, se ogni tanto tornano band che se lo meritano. Ma quando annunciano che dopo tanti anni di attività arrivano da noi i Primordial, il cuore fa un balzo. E come potrebbe essere altrimenti, visto che i Primordial sono una delle band più uniche, se non proprio la più singolare del pagan metal, ammesso che si possano infilare in questo genere. Un’espressione musicale unica che spinge la band da 20 anni e la presenza inconfondibile dell'”ideologo” del gruppo, Alan Averill, sono culminate quest’anno nel nuovo disco Redemption At the Puritan’s Hand, prova di una fonte inesauribile di idee. E proprio il tour per il nuovo disco ha portato i Primordial da noi per la prima volta! In compagnia eminente dei francesi Alcest e degli americani While Heaven Wept.

A salire per primi sul palco sono stati gli unici rappresentanti (di una certa rilevanza) della scena folk metal di casa nostra, i Brezno. Il gruppo ha vissuto da poco cambi di formazione piuttosto vistosi e quasi preoccupanti. La cantante e flautista Ines Osina ha lasciato la band, così i Brezno sono stati costretti a cercare una o più sostitute. Le hanno trovate nella cantante Sara e nella flautista Eva, e la formazione, rinforzata già da un po’ anche da una violinista, oggi si esibisce come ottetto. Il palco dello ŠTUK era perfetto per una formazione così numerosa: più che abbastanza grande da non doversi pigiare su un palchetto minuscolo. La nuova line-up si è presentata in una luce solida, anzi buona, anche se si vede che manca ancora un po’ di affiatamento e coordinazione sul palco; è comunque più che comprensibile che con ben otto strumenti scappi facilmente un errore o due. I Brezno avranno bisogno di qualche altro concerto sulle spalle perché la formazione rinnovata si abitui a se stessa e cominci a respirare all’unisono. La grinta di certo non manca, sul palco sono energici come sempre, e Sara è la prova che, nonostante l’addio di una vocalist forte come Ines, i Brezno non hanno perso la loro identità. Anzi, vocalmente Sara è praticamente identica a Ines. Se sia un bene o un male lo lascio decidere alla band. Spero che la prossima volta anche il suono dia una mano al gruppo, perché stavolta, a scapito dei cori di supporto, in primo piano brillava solo la voce di Sara, e a scapito delle chitarre soprattutto un violino sparato a volume altissimo. A non aiutare il gruppo c’erano anche l’orario presto e lo ŠTUK ancora piuttosto vuoto, ma i Brezno hanno portato a termine la loro esibizione con sicurezza fino in fondo, con l’hit conclusivo, saltellante e frizzante, V nebo.

Con il gruppo successivo siamo invece salpati verso acque completamente diverse, altri mondi e sfere sconosciute. Sul palco, puntualissimi secondo la scaletta, c’era il quartetto francese Alcest. Sotto l’occhio vigile e la mano ferma del mastermind Neige, la band ha iniziato il suo percorso musicale nel black metal, ma con il primo album in studio si è cimentata nelle acque del post-metal e dello shoegaze, e con il secondo, Ecailles de Lune, si è ancorata saldamente in quelle dello shoegaze meditativo. Neige costruisce l’idea musicale degli Alcest attorno ai ricordi d’infanzia e alle fantasticherie su un mondo fiabesco in cui vuole portare anche l’ascoltatore attraverso la musica. E ci riesce davvero: basta chiudere gli occhi e Neige, sulle ali di pattern chitarristici ripetitivi, di vocals sognanti (a tratti persino troppo delicate, e a dirlo è un grande fan dei Cynic, eheh) e di un’atmosfera mistica ed eterea, ti prende per mano e ti porta in un altro mondo, un mondo di sogni, fiabe e ingenue illusioni. La quieta tinta blu delle luci di scena ha solo amplificato l’effetto, e sembrava di essere chiusi con la band in una bolla di sapone che galleggia sopra la terra descritta da Neige nei suoi testi. Per quanto mi riguarda, dopo qualche pezzo l’effetto si è dissolto, perché la musica degli Alcest sa diventare monotona e ripetitiva: probabilmente, per recepire in pieno il messaggio degli Alcest, dovrei essere in uno stato di coscienza in cui poter assorbire senza disturbi esterni la musica che gli Alcest propongono, a modo loro, certo, unico. Oppure era semplicemente che l’attesa per la band principale stavolta era troppo forte. L’esibizione dei francesi mi è comunque rimasta impressa a fondo, soprattutto per l’esecuzione fantastica di Printemps Emeraude e Les Iris e per il drumming incredibile, vario, dinamico e ottimamente mixato di Winterhalter.

E con i successivi protagonisti siamo salpati ancora una volta verso mondi musicali nuovi e diversi. Gli americani While Heaven Wept si avvicinano alla musica in modo molto più diretto degli Alcest, ma restano comunque unici e personali nel loro modo di creare. I While Heaven Wept sono in giro da due decenni e si possono contare senza problemi tra i veterani dell'(epic) doom metal americano, insieme ai Solitude Aeternus e ai Solstice (nei quali ha cantato anche il vocalist/chitarrista Tom Phillips), per esempio. Ma la band non è rimasta a lungo ancorata al doom metal e a quella sua base ancora solida ha iniziato ad aggiungere elementi di progressive e power metal. Al gruppo è così riuscito di creare un suono piuttosto riconoscibile e unico, che però in questo cartellone forse non ci stava proprio benissimo. Probabilmente anche per questo a seguirli c’erano appena venti, trenta irriducibili. Ciononostante, i While Heaven Wept hanno suonato come se avessero davanti uno ŠTUK pieno: a tutta forza, senza risparmiarsi. A parlare della qualità della band è stata la musica stessa, soprattutto un paio di vecchie perle come The Drowning Years e Of Empires Forlorn proprio in apertura, mentre a dare fastidio è stata soprattutto la staticità dei membri, che sembrava quasi stessero suonando per se stessi in sala prove a porte chiuse. A salvare il tutto ci ha pensato l’energico vocalist Rain Irving, che ha lasciato a bocca aperta con una voce potente e straordinariamente convincente. L’atmosfera quasi solenne del gruppo ha preso vita soprattutto con le splendide armonie vocali create da Rain e dalla tastierista Michelle. Un’ottima esibizione è stata rovinata solo da una jam improvvisata di dieci minuti, soporifera, che a detta del chitarrista Scott è una specialità di ogni loro concerto. Mah… Allora avrei preferito sentire i quindici minuti dell’epica The Furthest Shore dall’album Vast Oceans Lachrymose.

Poi, finalmente, è successo: il “backdrop” con la scritta Primordial si è srotolato, le luci si sono spente e la tensione è salita in un’attesa drammatica per il gruppo irlandese. Uno dopo l’altro hanno imbracciato i loro strumenti Pol MacAmlaigh (basso), Ciaran MacUiliam (chitarra), Simon O’Laoghaire, Michael O’Floinn (chitarra) e, per ultimo, l’unico e inimitabile vocalist ricoperto di “corpse-paint”, Alan “Nemtheanga” Averill, con una bottiglia di Jack Daniel’s in mano. Alan ha annunciato che vengono dalla Repubblica d’Irlanda e che nessuna tomba è abbastanza profonda, e con il primo pezzo del nuovo capolavoro della band, Redemption At the Puritan’s Hand, No Grave Deep Enough, è cominciato il viaggio per le cupe pianure della musica dei maestri del metal dalle tinte epiche. Roba solo dei Primordial! Già dal primo pezzo il pubblico è diventato il sesto membro della band e l’ha seguita con energia dall’inizio fino all’ultima nota. Tutto merito del carismatico frontman Nemtheanga, da cui emana una specie di energia mistica che ti risucchia in un istante nel mondo dei Primordial. Averill ha reso in modo fenomenale i testi con una voce decisa e tonante, ora amara e sofferta, ora risoluta, aggressiva e brutale. Come un camaleonte si trasforma dal raffinato Alan Averill (il Dr. Jekyll) in un gigante spaventoso avvolto in un bianco corpse paint (Mr. Hyde)! Civettando con il pubblico e con gesti drammatici che non sfigurerebbero sulle assi di un teatro, Nemtheanga ha tenuto il pubblico in pugno con abilità, l’ha invitato più che con successo a partecipare e ci ha chiamati per tutto il tempo “my friends”. Anche se è un fatto che l’incredibile Averill si prende tutta l’attenzione del palco, sarebbe comunque ingiusto dire che i Primordial siano solo lui. Tutt’altro: è soprattutto MacUiliam il responsabile degli arrangiamenti epici e dei crescendo pazzeschi di atmosfera, e tutto con strutture di accordi apparentemente semplici. Primordiale, ma possente, senza assoli pretenziosi e senza abbellimenti. In più, i Primordial non sono privi di un drumming quasi “tribal”, responsabile di quella natura primaria e pagana della band, che emerge splendidamente soprattutto in As Rome Burns. È incredibile quanto bene funzionassero dal vivo anche i pezzi freschissimi del nuovo album, soprattutto la demoniaca e malvagia Lain With the Wolf, durante la quale, per ordine di Alan, tutta la sala teneva in alto le “corna”. L’energia nella sala è cresciuta senza sosta per tutto il tempo, toccando i picchi in classici come Autumn’s Ablaze e The Coffin Ships, prima della quale Averill ha dichiarato di non aver mai pensato che una band irlandese, dopo vent’anni di carriera, avrebbe cantato in Slovenia una canzone sulla carestia irlandese. Fin troppo presto è arrivata la fine, con la prelibatezza epica che fa tremare il cuore, nichilista ma quanto mai realistica, Empire Falls. “Every Empire Will Fall, Every Monument Crumble!”. Solo per lo ŠTUK i Primordial hanno suonato anche Gods to the Godless e, per la prima volta in questo tour, Heathen Tribes. È finita ed è calato il silenzio; tra i monumenti abbattuti, ultimi resti della civiltà, covava solo la cenere. Ma il suono potente e senza tempo dei Primordial sarà eterno! Come il ricordo della prima esibizione dei Primordial da noi, a cui si può “rimproverare” soltanto che la band ha ignorato del tutto gli album Imrama e Storm Before Calm. “So heretics I call to you/Partisans stand as one/Rebels raise your voice/If not then all is lost”!

Foto: Nina Grad

Setlist

PRIMORDIAL:
1. No Grave Deep Enough
2. Gallows Hymn
3. As Rome Burns
4. Lain With the Wolf
5. Autumn’s Ablaze
6. Bloodied Yet Unbowed
7. The Coffin Ships
8. Death of the Gods
Empire Falls
– bis –
9. Gods to the Godless
10. Heathen Tribes

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