Ian Anderson dimostra con un’esibizione teatrale di prima classe che l’uomo qualunque del mondo ‘sviluppato’ è ancora ‘tonto come un mattone’ dopo quattro decenni! (2012)
Autore: Peter Podbrežnik
Fotografie: Jernej Vene
Luogo: Palasport Di Chiarbola / Trieste / Italia
Data del concerto: 01.12.2012
Numero di spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 30,00€ (tribune) / 50,00€ (parterre davanti)
Ian Anderson, con un’esibizione teatrale di prima classe, ha dimostrato che l’uomo qualunque del mondo ‘sviluppato’ resta ‘tonto come un mattone’ anche dopo quattro decenni
Sono passati quarant’anni da quando i leggendari rocker progressive Jethro Tull, sotto la guida flautistica e vocale dell’arzillo contadino scozzese Ian Anderson, unto con tutti gli unguenti dell’agroalimentare, incisero la burlesca opera concettuale »Thick As a Brick«, diventata negli anni una specie di metro di paragone su come si crea un capolavoro concettuale di prima categoria. I tempi, a quarant’anni di distanza, sono ovviamente cambiati radicalmente e purtroppo non in meglio, così Ian ha sentito l’esigenza di registrare il seguito di »Thick as a Brick«, intitolato »Whatever Happened to Gerald Bostock«, come artista solista, visto che il suo storico compagno di chitarra nei Tull, Martin Barre, non condivideva la stessa visione, e così i Jethro Tull sono al momento ‘messi in castigo’ a tempo indeterminato. La mossa, non poco controversa, del nuovo »Thick As a Brick«, rivelatosi un degno seguito dell’originale capolavoro prog rock, è riuscita sorprendentemente bene e Ian si è lanciato in un tour da solista in cui dal vivo esegue entrambe le parti del concept »Thick As a Brick«, offrendo oltre a un’esecuzione musicale di altissimo livello anche una scenografia divertentissima, di quelle che potevano germogliare solo nel suo ‘orticello’ di humour nero.
Ce ne siamo potuti convincere benissimo durante la sua esibizione nel palazzetto triestino di Chiarbola, dove circa un anno fa avevamo assistito a una performance piuttosto sfortunata della versione ‘strampalata’ dei leggendari Yes. Nonostante sia sulla sessantina, Ian è ancora invidiabilmente vitale per la sua età e ha sfoderato più volte la sua celebre posa a una gamba sola. Quando non cantava, passava con impegno dal flauto alla chitarra acustica, confermando ancora una volta il suo storico pedigree da polistrumentista. Sul palco Ian era accompagnato da due vecchi amici dei Tull: il tastierista e arrangiatore John O’Hara, che con i capelli scompigliati, il frac da pinguino e gli occhiali aveva l’aria del genio pazzo, e il bassista dai capelli bianchi e dai modi pacati David Goodier. Al posto di Barre c’era il giovane chitarrista bavarese Florian Opahle, che ha svolto il suo compito con lode, anche se con quel look da zotico del profondo sud americano somigliava più a un membro dei Molly Hatchet. Dietro le pelli, al posto dello storico batterista dei Tull Doane Perry o del figlio di Ian, James Duncan, che in passato ha fatto più volte le veci del batterista dal vivo, sedeva Scott Hammond.
La sorpresa più grande è stata però la presenza scenica del cantante e attore Ryan O’Donnell, che ha coperto quelle linee vocali che il leggendario flautista semplicemente non riesce più a cantare. Si è così avverato il brutto presentimento di tutti noi che negli ultimi anni abbiamo avuto occasione di ascoltare dal vivo la voce sempre più rovinata di Ian, a cui gli anni non hanno risparmiato proprio niente e che, dopo l’operazione del 1985, quando rischiò quasi di perderla del tutto, non è mai più suonata come una volta. Qui va fatto un plauso speciale a O’Donnell, che nell’aspetto ricordava un po’ il leggendario attore Tom Baker della serie di fantascienza Doctor Who: la sua voce era incredibilmente simile a quella di Ian e, con i suoi cambi d’abito e la sua mimica, ha regalato una prova d’attore di altissimo livello, una vera gioia per gli occhi, anche grazie agli altri compagni di palco di Ian, tutti immersi con dedizione nei loro strumenti. Se O’Donnell si fosse messo una barba finta e una parrucca e avesse socchiuso un occhio, per un attimo si sarebbe potuto pensare di avere sul palco un Ian giovane in versione sosia.
Nella prima parte dell’esibizione, durata più di due ore e interrotta da una pausa di quindici minuti, Ian e i suoi amici musicisti hanno eseguito per intero »Thick As a Brick« del 1972. Tutti tranne Ian, che è comparso sul palco quando gli altri avevano già gli strumenti pronti per cominciare a suonare, sono entrati in scena travestiti, con giacchini sdruciti, scope e coppole da operaio, come se fossero degli operai di teatro di inizio Novecento. Si sono dati da fare con un grosso baule in cui il povero bassista Goodier ha trovato, tra le altre cose, anche un preservativo e un reggiseno. O’Donnell gli ha puntato la torcia verso il pubblico, dove i due hanno poi indicato col dito un ‘colpevole’ immaginario. Lo sketch burlesco è proseguito con una proiezione in cui è apparso Ian nei panni dello psichiatra Gerald Bostock, protagonista principale di entrambe le parti di »Thick As a Brick«. Mentre alla maggior parte degli italiani (quella sera tra il pubblico c’era un trionfo assoluto della gerontocrazia, con l’eccezione di una manciata di ‘secchioni’, un paio di metallari e tre ragazze solitarie che probabilmente avevano sbagliato concerto, cercando Lady Gaga) non era chiaro niente, i due sloveni in seconda fila se la ridacchiavano soddisfatti durante tutti gli intermezzi comici. Nel momento in cui Ian è comparso sul palco, ha imbracciato la chitarra acustica e ha cantato i versi iniziali di »Thick As a Brick«, la sala è finalmente esplosa per la prima volta, anche se il pubblico, perlopiù ingrigito, fino alla fine non è stato granché rumoroso, come c’era da aspettarsi. A metà concerto Ian ha ripescato il vecchio trucco del cellulare, su cui stavolta lo ha chiamato la violinista della Trans Siberian Orchestra Anna Phoebe, che in passato aveva già collaborato più volte con il celebre flautista. Ian l’ha invitata a unirsi via Skype al gruppo per un po’ mentre proseguiva l’esibizione, e lei lo ha fatto. Mentre suonava il violino si occupava del suo neonato, e sullo sfondo la pedinava un misterioso palombaro, che quella sera è ricomparso più volte nelle proiezioni. Naturalmente era uno sketch preregistrato, e il misterioso palombaro che passeggiava per piazze e villaggi non era altri che Ian. L’originale »Thick As a Brick«, nato ironicamente come parodia degli album concettuali, è una satira sul bambino prodigio Gerald Bostock, a cui una giuria corrotta e conservatrice toglie il premio per il giovane scrittore più dotato quando riconosce nel suo scritto di critica sociale se stessa e lo specchio di un’intera società depravata e retrograda che essa serve. Dal punto di vista musicale si tratta di una suite eccezionalmente complessa, di oltre 40 minuti, con un numero enorme di cambi di tempo imprevedibili, improvvisazioni e lunghe sezioni strumentali, senza un attimo di pausa: un’impresa estremamente impegnativa, ed era quindi del tutto comprensibile che la voce stanca di Ian non potesse reggerla fino in fondo. Un paio di volte ha persino ‘toppato’ in modo piuttosto maldestro, attaccando troppo presto sull’accompagnamento strumentale. Per fortuna nella seconda metà dello show non gli è più successo, mentre con gli strumenti ha di nuovo svolto la sua missione alla grande e, tra la posa su una gamba sola e i gesti d’incoraggiamento, è stato l’immagine sputata del giullare di palcoscenico. Si vedeva che il chitarrista biondo, Florian, si divertiva un mondo nei vari assoli di chitarra, dove prendeva il centro del palco e se la tirava come un guitar hero degli anni Ottanta. Quella sera era particolarmente in vena lo storico tastierista dei Tull O’Hara, che nella seconda parte dello show si è dato anche alla fisarmonica. I singoli versi del testo venivano intanto accompagnati direttamente da proiezioni spiritose, che hanno raggiunto il culmine nella seconda parte, quando è arrivato il momento di »Thick As a Brick 2«, che non è uscito come una super suite lunghissima, ma è composto da diversi brani più brevi con tanto di titolo. In mezzo c’è stata la pausa di quindici minuti, che in un attimo ha spazzato via i quarant’anni di distanza tra il concept originale e il suo seguito moderno, che racconta cinque possibili destini professionali di un Bostock adulto. La parte più divertente è stata la sezione »Banker Bets, Banker Wins«, durante la quale O’Donnell si è travestito da banchiere corrotto, con l’immancabile bombetta inglese e l’ombrello da passeggio, mentre sullo sfondo, durante il ritornello, scorrevano immagini quanto mai azzeccate di maiali di casa che si ingozzano al trogolo. Tra »Power of the Spirit« e »Give Till It Hurts« O’Donnell si è invece travestito da predicatore televisivo evangelico e ha raccolto offerte volontarie per la chiesa tra i vari membri della band, tranne Ian, ovviamente. Anche stavolta nelle proiezioni è comparso più volte il palombaro, che alla fine ha trovato la via d’uscita verso il mare, mentre pullulavano le riprese della tenuta di Ian, o meglio della proprietà con la villa e i grandi appezzamenti agricoli. La cosa più importante era che, durante la passeggiata con i suoi due migliori amici, il gatto e il cane, avesse dato da mangiare alle sue galline. Nel finale di »Thick As a Brick 2« Ian ha presentato i singoli membri della band direttamente sulla proiezione e ha ringraziato il pubblico per il sostegno. Con questo la parte ufficiale dello show era finita, ma non la festa del concerto, perché la maggior parte dei fan non avrebbe mai perdonato a Ian di non suonare il classico più amato dei Tull, »Locomotive Breath«. Durante questo pezzo il pubblico si è improvvisamente rianimato, è balzato in piedi e si è fatto strada fin sotto il palco, così anche le signore in pelliccia e gli zii vecchio stampo rock, nei loro cappotti che puzzavano di spezzatino di selvaggina e di vino, hanno dato qualche segno di vita.
Ian e la sua combriccola ci hanno sorpresi con uno spettacolo indimenticabile. Ci siamo esaltati anche noi che non avevamo dimenticato quanto gli anni siano stati impietosi con le sue capacità vocali e che avremmo preferito vedere »Thick As a Brick 2« uscire come il nuovo album dei Jethro Tull, ovviamente con Martin Barre alla chitarra.
Scaletta
Thick as a Brick, Part 1
1. Intro (Gerald Bostock visits a psycotherapist)
2. Thick as a Brick
—pausa 15 min.—
Thick as a Brick, Part 2
Thick as a Brick 2: Whatever Happened to Gerald Bostock?
3. Intro: Visiting St. Cleve
4. From a Pebble Thrown
5. Pebbles Instrumental
6. Might-Have-Beens
7. Upper Sixth Loan Shark
8. Banker Bets, Banker Wins
9. Swing It Far
10. Adrift and Dumbfounded
11. Old School Song
12. Wootton Bassett Town
13. Power and Spirit
14. Give Till It Hurts
15. Cosy Corner
16. Shunt and Shuffle
17. A Change of Horses
18. Confessional
19. Kismet in Suburbia
20. What-ifs, Maybes and Might-Have-Beens
—bis—
21. Locomotive Breath
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