Il corvo cala sull’Orto (2015)!

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Orto bar, Lubiana
Data del concerto: 11.10.2015

Nonostante le dimensioni ridotte del nostro paese e quelle ancora più ridotte della nostra scena alternativa e metal, abbiamo già avuto più volte il privilegio di ospitare nomi di culto che negli anni Ottanta hanno lasciato un segno enorme, per poi però veder andare qualcosa storto e restare fino a oggi dei culti underground. Uno di questi, i veterani britannici Raven, domenica scorsa ci ha fatto visita per la prima volta in quarant’anni di carriera. Anche se i ragazzi potrebbero essere i nonni di buona parte del pubblico, con i loro sessant’anni sul groppone hanno dimostrato di spaccare il culo anche a band tre volte più giovani di loro.

Verso le nove di sera dal piano di sopra stava già tuonando il thrash dei Sober Assault di Grosuplje, che continuano ad accumulare chilometri di concerti, e si sente eccome. Se qualche mese fa alla Gromka avevano fatto capire di non essere la solita thrash band qualunque, stavolta hanno convinto tutti di essere in questo momento una delle band più promettenti sul suolo nazionale. A distinguere i Sober Assault è prima di tutto un duo di chitarre incredibilmente preparato, che si occupa di una vera macelleria di riff costantemente taglienti, convincenti e mai monotoni, mentre a convincere ci pensano anche i soli veloci che escono dalle dita incredibilmente incazzate e precise di David Vodopivec. A questo mix potentissimo di velocità thrash e classici tupa-tupa di batteria si aggiungono elementi di death metal, nascosti soprattutto nelle mosse chitarristiche e nel growl profondo e convincente di Enej. I Sober Assault hanno da poco pubblicato il loro primo EP The First Assault e, con una forma live in forte crescita, dimostrano di essere una band a cui vale la pena stare attenti.

Dai Sober Assault, più coi piedi per terra, il pubblico è stato spedito nello spazio interstellare dai black/thrasher sci-fi di Lubiana Teleport (subentrati all’ultimo minuto al posto degli Hellsword, saltati per un incidente), che dopo i recenti rinforzi in formazione stanno tornando con costanza sui palchi. I Teleport hanno attaccato l’Orto senza pietà come Space Invaders, e i ragazzi hanno dimostrato che per la band con i nuovi membri c’è un futuro luminoso, o meglio, in stile band: il nulla infinito di un buco nero. Il nuovo chitarrista Matija Dolinar (The Pattern) forma già con Jan un duo di chitarre vario e dinamico, perché con i suoi riff più tech-death arricchisce a meraviglia le mosse più grezze di Jan, che si è fatto notare per una voce ancora più curata, il cui latrato tagliente ricorda il compianto Jon Nödtveidt. Anche il nuovo batterista Darjan Kocmur ha rifinito alla grande le spezzature ritmiche e, anche grazie al suo contributo, i Teleport si allontanano con decisione dalle influenze evidenti (almeno all’inizio della carriera della band) di Voivod e Vektor. La follia progressiva di questi due si sente ancora bene, ma i Teleport aggiungono a queste influenze elementi vari e ponderati di altri generi (melodie alla Dissection, schizofrenia alla Gorguts, …). A braccia tentacoli cthulhiani aperti aspettiamo il materiale della nuova formazione dei Teleport!

Alle undici e mezza la sala si è finalmente riempita bene, quando sul palco, tra le urla del pubblico, è salita l’istituzione NWOBHM Raven, fondata addirittura nel lontano 1974 (il che vuol dire che la loro carriera dura da quattro decenni!), guidata dall’inarrestabile coppia di fratelli John Gallagher (voce, basso) e Mark Gallagher (chitarra), completata alla batteria dal 1988 da Joe Hasselvander. All’inizio e a metà degli anni Ottanta del secolo scorso i Raven, sotto l’ala del leggendario Jon Zazula e della Megaforce, hanno vissuto un successo commerciale relativo, per poi, come tante band affini (Anvil, …), finire nella categoria dei culti oscuri. Ma i fratelli Gallagher non hanno mai spento il motore dei Raven e quest’anno hanno pubblicato il tredicesimo album in studio ExtermiNation, che per la prima volta in tanti anni di carriera li ha portati anche da noi. Il trio immortale ha salutato l’Orto proprio con l’apripista di quel disco, Destroy All Monsters, e con un volume ultra alto ha fatto sì che il lunedì mattina fosse segnato da un fischio nelle orecchie. Nonostante il volume, però, il suono era chiaro e distinto: gli acuti di John e le acrobazie chitarristiche di Mark ti spaccavano i timpani, mentre il basso dinamico e la batteria meno dinamica ma affidabile di Hasselvander ti scuotevano le budella. I Raven hanno fatto onore al genere che si sono (auto)attribuiti, »athletic rock«, perché sul palco non c’è stato un attimo di pausa, e a dettare legge, nonostante i sessant’anni, è stato Mark, il cui modo di suonare a tratti sembra un mix di maratona, kickboxing, sumo e qualche gara dei Highland Games scozzesi. I Raven non meritano altro che un enorme rispetto, soprattutto dopo aver visto una corsa di classici suonati in maniera fantastica, con All From One, Mind Over Metal e, probabilmente, il più grande successo On And On in testa. E i Raven dal vivo non sono altro che il titolo di uno dei loro pezzi – Rock Until You Drop!

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