Il ritorno del Re nel cuore di Praga: i King Crimson dal vivo (2016)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Praga / Forum Karlin / Repubblica Ceca
Data del concerto: 15.09.2016
Pubblico: 2500
Prezzo del biglietto: 52,00€

Nel cuore della capitale ceca, Praga, è partita una spedizione Rockline in formato quartetto, con spirito d’avventura e un obiettivo preciso: raggiungere questa città pittoresca, ricchissima di patrimonio architettonico e culturale, per vedere finalmente dal vivo, per la prima volta, le leggende britanniche e pionieri del rock progressivo King Crimson. Di recente sono risorti dalle ceneri dopo che il loro capo, il chitarrista, compositore e innovatore del suono Robert Fripp, a sue parole, si è accorto che »la sua vita era diventata fin troppo comoda, così aveva bisogno di nuovo di un bastone appuntito per svegliarsi dal torpore«. Da qui è nata l’ultima incarnazione dei King Crimson, in sette, con non uno, non due, ma ben tre batteristi, partita prima per gli Stati Uniti, poi per il Giappone e infine per l’attesissimo tour europeo. Il loro show nella splendida sala praghese del Forum Karlin era sold out, esattamente come la sera prima, e davanti al banchetto del merchandising si pigiavano fan infiammati, alla prima occasione in più di vent’anni di vedere dal vivo uno dei gruppi più importanti, se non il più importante in assoluto, della storia del rock progressivo.

Fin dagli esordi, alla fine degli anni Sessanta, un concerto dei King Crimson è sempre stato una cosa a parte, non solo per l’esecuzione musicale, la natura sperimentale della loro musica e le doti tecniche invidiabili dei membri, ma anche per la coreografia del palco, che riflette in gran parte la natura ‘un filo’ eccentrica di Fripp e il suo rapporto piuttosto strano con il pubblico, legato in molti modi, a ragione e a torto, alla sua avversione di lunga data per l’industria musicale. Del disprezzo controverso di Fripp per il concetto stesso di concerto rock ‘tipico’ e per tutti i possibili cliché annessi se n’è già parlato parecchio, ma resta il fatto che la vista del palco, un attimo prima dell’arrivo dei maestri degli esperimenti sonori e delle improvvisazioni sfrenate, offriva uno spettacolo davvero particolare per chi frequenta spesso i concerti (non solo rock).

Negli angoli sinistro e destro del palco erano infatti appesi due cartelli con avvertimenti decisamente dittatoriali (usciti dritti dalla testa di Fripp): vietato assolutamente fare foto durante il concerto. Si può fotografare solo quando la band ha finito di suonare e il bassista di lunga data Tony Levin, come da sua abitudine, comincia a fotografare il pubblico. Altrimenti scattano le sanzioni: chi non rispetta il divieto viene accompagnato fuori dalla sala, dove deve aspettare la fine dello show. A noi non è restato altro che scattare qualche immagine dell’imponente schieramento di batterie, composto da tre set, tra i quali ha impressionato di più quello del maestro Gavin Harrison, ben noto anche ai fan dei Porcupine Tree, anche se pure la batteria del veterano Pat Mastelotto sfoggiava una marea di ‘aggeggi’ percussivi fuori dall’ordinario.

La postazione del nuovo arrivato Jeremy Stacey, che poco prima del tour europeo ha preso il posto di Bill Rieflin facendo sì che, per nazionalità dei membri, i King Crimson siano tornati dopo tanto tempo una band più inglese che americana, sembrava un po’ più modesta, ma il tipo aveva per terra un mucchio di pedali e attrezzi vari con cui creava diversi effetti sonori e ogni tanto sostituiva pure le vere tastiere. A occuparsi delle tastiere, comunque, era soprattutto lo stesso ‘pater familias’ Fripp, che teneva il suo celebre sgabello piazzato in alto sopra tutti gli altri membri, così da poterli osservare con attenzione, o meglio sorvegliare, con il suo sguardo severo per tutta la durata dello show. Al suo occhio non sfuggiva il minimo dettaglio nemmeno quando il maestro dei cosiddetti ‘soundscape’ eseguiva gli assoli di chitarra più impegnativi. Levin, che a seconda del bisogno passava dal contrabbasso elettrico al Chapman Stick e al basso, stava tra il ‘vecchio compare’ di Fripp, il fiatista Mel Collins (con cui il chitarrista geniale ed eccentrico aveva suonato dal vivo l’ultima volta nel lontano 1972), e il nuovo cantante / chitarrista Jakko Jakszyk. Quest’ultimo, con il suo ottimo cantato, si è dimostrato anche dal vivo una sostituzione praticamente ideale dei leggendari Greg Lake e John Wetton.

I King Crimson hanno preparato per quella sera una scaletta semplicemente fantastica, con pezzi da quasi tutti i capitoli della loro ricchissima storia, puntando soprattutto sul periodo classico (1969-1974), che per l’influenza sullo sviluppo del rock progressivo è senza dubbio il loro più importante e, secondo tanti fan, anche il migliore. Fripp e i suoi compagni disciplinati hanno suonato anche tre strumentali dell’era con l’ex cantante / chitarrista Adrian Belew e alcuni brani completamente nuovi, che promettono bene anche per un eventuale futuro in studio, mentre delle fasi chiave della leggendaria band hanno saltato solo gli anni Ottanta, soprattutto perché i timbri vocali di Jakko e Adrian sono parecchio diversi. Proprio per questo eseguire evergreen degli Ottanta come »Elephant Talk«, »Waiting Man«, »Sleepless« e »Three of a Perfect Pair« non avrebbe avuto né il giusto effetto né un vero senso.

Visto che Fripp nei tour dei tre decenni precedenti ha ignorato (troppo) a lungo i pezzi dell’era classica dei King Crimson, siamo stati particolarmente contenti che quella sera abbia sfoderato numerosi classici che non suonava dal vivo dalla metà degli anni Settanta, mentre due brani del periodo ‘antico’ sono stati eseguiti nel tour attuale addirittura per la prima volta nella loro storia. Il primo era una vera prelibatezza, »The Battle of Glass Tears – Part I: Dawn Song«, parte integrante della suite epica »Lizard«, oltre ventitré minuti, dall’omonimo album. È stata con ogni probabilità la sorpresa più grossa della serata, e per giunta proprio all’inizio dello show, aperto invece da un nuovo strumentale di taglio improvvisativo, »Hell Hounds of Krim«. La sezione vocale di quel disco troppo spesso trascurato, cantata in origine da Gordon Haskell, è piuttosto breve, eppure è stata una delle sorprese più piacevoli della serata, perché Fripp e soci hanno cominciato a suonare brani dall’album »Lizard« (1970) proprio nel tour europeo. Se un giorno le loro strade dovessero incrociarsi di nuovo con l’ex cantante degli Yes Jon Anderson, devono assolutamente invitarlo a salire sul palco, questa volta dal vivo, per la sezione d’apertura di »Lizard«, intitolata »Prince Rupert Awakes«.

Da ogni album dei King Crimson, tranne i tre usciti negli anni Ottanta, quella sera è stato suonato almeno un pezzo: un’impresa senz’altro lodevole e allo stesso tempo impressionante. Con »In The Wake of Poseidon« (1970) abbiamo ascoltato il ciclone jazz-rock-fusion »Pictures of a City«, un tempo noto anche col titolo di lavorazione »A Man, A City«, che col suo messaggio ecologico di risveglio ci ha ricordato ancora una volta quanto fossero avanti, già all’inizio della carriera, i King Crimson, questi incredibili visionari del suono e dei concetti. Peccato che da quell’album non abbiano tirato fuori anche altro, per esempio la title track, visto che Fripp, Collins e Stacey coprivano con grande successo tutti gli arrangiamenti orchestrali, mellotron in testa. »The Court of the Crimson King«, uno dei loro evergreen più riconoscibili, i King Crimson di solito la suonano nel bis, quindi è stata una bella sorpresa sentirla già nella prima metà dello show, diviso in due parti con una pausa di quindici minuti nel mezzo, perché il ‘padre’ Fripp potesse raccogliere nuovi atomi di energia per il ‘secondo round’.

Jakszyk ha cantato in modo splendido il classico di »Lizard« »Cirkus«, mentre noi amanti delle improvvisazioni ci siamo rifatti con »Fracture«, l’armageddon strumentale e improvvisato tanto amato da »Starless And Bible Black« (1974). »Fracture« ha preso questo titolo dall’infortunio e dall’uscita dell’ex batterista / percussionista Jamie Muir, di cui quella sera il successore ideale è stato in pratica Stacey, e in parte anche Mastelotto con i suoi strani ‘ciondoli’ percussivi. Le splendide doti vocali di Jakko sono tornate a brillare su una satira del capitalismo sempre spassosissima, »Easy Money« (»Larks’ Tongues in Aspic«, 1973), mentre il trio di batteristi si è di nuovo scatenato del tutto sul nuovo strumentale »Radical Action (To Unseat the Hold of Moneky Mind)«. Tra i pezzi nuovi quello che ci ha entusiasmato di più è stato quasi di sicuro »Meltdown«, che per struttura ricorda parecchio certi evergreen dell’era classica. »The Talking Drum« è stata, come previsto, uno dei momenti batteristici centrali della serata, in cui si è scatenato soprattutto Harrison, che quella sera ‘macinava’ tutto ciò che aveva davanti, mettendo in ombra perfino un batterista tecnicamente ferratissimo come Mastelotto. Per via del suo aspetto relativamente giovanile rispetto agli altri due compari dietro ai tamburi, in tanti dimenticano che anche Gavin ha alle spalle un’esperienza ricchissima e che la sua carriera professionale va avanti dal 1979.

Tutti e tre i batteristi si completavano benissimo a vicenda, anche se Stacey spesso ‘riposava’ un po’ e intanto si occupava dei campionamenti, mentre Harrison e Mastelotto si lanciavano più volte in duelli, da cui è uscito vincitore Gavin, che con la sua tecnica e un incredibile senso della precisione, della combinatoria e dell’improvvisazione è forse, in questo momento, il batterista più straordinario dell’intera scena prog rock. Fripp e compagnia hanno chiuso la prima parte con una versione magistrale dello strumentale evergreen »Larks’ Tongues in Aspic – Part II«, che insieme a »Red«, purtroppo non sentita quella sera, è uno dei pochissimi pezzi dell’era classica che i King Crimson hanno suonato anche nel periodo con Belew.

Dopo la pausa di quindici minuti è arrivata la seconda parte dello show, che conteneva pure lei numerose prelibatezze di lunga data, non solo quelle degli anni Sessanta e Settanta, ma anche tre strumentali nati tra il 1994 e il 2003. Il primo di questi è stato »VROOOM« (»Thrak«, 1995), con cui hanno sostituito con successo il classico affine »Red«, e a far colpo sono stati soprattutto gli inserti di sax di Collins, con cui hanno riarrangiato in modo azzeccato il suono originale di questo cupo catalizzatore di energia. Molto convincenti, grazie agli arrangiamenti rifatti, sono risultate anche »The ConstruKction of Light«, rielaborata in versione completamente strumentale dall’omonimo album, e »Level Five« (»The Power to Believe«, 2003), che con le aggiunte di fiati e linee di chitarra un po’ meno sporche rispetto alle versioni originali non hanno perso per niente la loro natura d’urto.

Gli estimatori dei King Crimson delle origini, che secondo tanti fan restano ancora i migliori, hanno goduto in modo particolare durante la splendida esecuzione del capolavoro »Epitaph« da »In the Court of the Crimson King« (1969), un boccone vocale tremendamente impegnativo, ma Jakko ci ha di nuovo conquistati con il suo talento canoro brillante, così non abbiamo sentito la mancanza del giovane Greg Lake della versione originale. I ‘re cremisi’ non si sono dimenticati nemmeno dell’album »Islands« (1971), da cui quella sera hanno suonato la fantasmagorica »The Letters«, per Jakszyk un’altra sfida vocale superata a pieni voti, visto che l’ha cantata meglio del cantante della versione originale, il purtroppo scomparso Boz Burrell. »One Red Nightmare« (»Red«, 1974) è stata tra le sorprese più grosse della serata, perché è uno dei pochi pezzi classici che i King Crimson non avevano mai suonato dal vivo, quindi tutti noi fan di lunga data eravamo particolarmente emozionati che dopo tanti decenni si siano ricordati anche di lei. A chiudere in modo magistrale la parte regolare ci ha pensato l’epico capolavoro »Starless«, uscito più che fantastico e che alla fine ci ha lasciati a bocca aperta.

I King Crimson hanno aperto il bis con un ‘riscaldamento’ sotto forma del nuovo strumentale »Banshee Legs Bell Hassle«, seguito dalla terza grande sorpresa della serata: la cover di »Heroes«, indimenticabile hit dal tesoro del leggendario e purtroppo scomparso David Bowie. Va detto che nella loro lunga e tumultuosa carriera i King Crimson non hanno suonato molte cover, anzi, se ne conoscono solo tre. La formazione originale, tra il 1968 e il 1969, durante le prove suonava l’evergreen dei The Beatles »Lucy in the Sky With Diamonds«, mentre dal vivo eseguiva spesso »Get Thy Bearings« di Donovan. La terza cover, se non si conta il loro adattamento speciale di »Mars«, brano classico del compositore Gustav Holst, è stata proprio »Heroes« di Bowie, che avevano suonato dal vivo per la prima volta quando in formazione c’era ancora Belew. A far tornare »Heroes« in scaletta dopo tanto tempo hanno contribuito almeno due ragioni: la recente morte di Bowie e il fatto che Fripp suonava nella versione originale del 1977, il che significa che l’anno prossimo saranno già quarant’anni da quel brano di culto. Va senz’altro lodato questo bel gesto, per Fripp piuttosto insolito, così come l’esecuzione impeccabile e l’ottima interpretazione vocale di Jakko.

Per il gran finale i King Crimson hanno suonato anche »21st Century Schizoid Man«, il loro capolavoro più riconoscibile, con cui già nel 1969 Fripp aveva detto tutto sul suo contributo alle radici dell’heavy metal, che dopo averlo co-creato si è stufato piuttosto in fretta. Per questo in seguito si è dedicato volentieri ad avventure sonore ben più eccitanti, anche se gli elementi metal ogni tanto sono tornati ancora nella sua musica. Più o meno a metà esecuzione hanno lasciato a Harrison un sacco di spazio per un assolo di batteria da togliere il fiato, poi si è unita a lui tutta la band, portando il tutto a un finale trionfale.

Lo show dei re cremisi del rock progressivo a Praga, nonostante la durata rispettabile del concerto, per la maggior parte di noi è volato ‘in un soffio’, il che dice tutto sull’eccellenza di questa serata indimenticabile, che ricorderemo a lungo, sotto ogni aspetto, in modo estremamente positivo. L’impianto audio, per non parlare dell’atmosfera che ci ha riportati agli anni d’oro del rock progressivo, era fantastico, e a stupirsene sono stati solo quelli che non conoscono il perfezionismo sonoro del maestro Fripp e dei suoi compagni d’arme. I membri della band, che in tutta la serata non hanno detto una sola parola tra un pezzo e l’altro, alla fine dello show sono comunque venuti a salutare il pubblico, mentre Levin, nel suo stile abituale, ha scattato qualche foto ai fan fedeli. Era quasi comico guardare Fripp che, con movimenti da robot, si alzava piano dal suo sgabello per unirsi ai compagni, poi guardava lentamente e con estrema cautela verso il pubblico, senza dire una parola e senza mostrare traccia di alcuna emozione. Poco prima di uscire di scena come un robot ha fatto anche un selfie, e a molti dei presenti è tornato in mente quanto sia sottile, in fondo, il confine tra genio e pazzo.

L’eccentrico decano del rock progressivo ha fatto davvero di tutto perché lo show della sua band non sembrasse un normale concerto rock, qualunque cosa intenda lui con questo concetto, ma con il suo mutismo, senza rivolgersi al pubblico nemmeno una volta e senza neppure ringraziarlo in due parole, per non parlare delle sue istruzioni dittatoriali di pessimo gusto, preregistrate, su cosa si può fare e cosa no già prima dell’inizio, è andato un po’ troppo oltre, perfino per fan abituati a tutto che hanno dovuto aspettare decenni per risentire dal vivo (o addirittura per la prima volta) i loro pezzi preferiti. Questa però è anche l’unica critica a un concerto che sotto tutti gli altri aspetti è stato uno dei migliori a cui abbiano mai assistito i membri della squadra Rockline, tra cui l’autore di queste righe, per il quale i King Crimson sono perfino la band preferita. Abbiamo aspettato a lungo, troppo a lungo, ma alla fine è arrivata anche l’occasione per un incontro ravvicinato con i King Crimson. Ci hanno regalato un concerto spettacolare, in cui hanno rimbalzato di continuo tra inferno e paradiso con un’atmosfera incredibilmente convincente, scatenando per giunta una bella dose di cataclismi di batteria.

Tra due anni saranno già cinquant’anni dalla nascita del gruppo e, se Fripp riuscirà a tenere duro fino ad allora senza essere di nuovo travolto dalla febbre dell’odio per l’industria musicale, che in passato di solito ha fatto da levatrice alle sue decisioni (s)consideratamente drastiche di sciogliere la band, per l’occasione riusciranno magari perfino a pubblicare un nuovo album in studio, soprattutto perché le nuove creazioni promettono molto. Altrimenti si congederanno comunque in modo più che degno, visto che hanno chiuso il loro cerchio con grande successo. Al momento, insieme a Van Der Graaf Generator, Hawkwind, Camel e Caravan, sono una delle ultime band prog ‘old school’ ancora attive e rilevanti (sui palchi e in studio), dato che gli Yes ormai da un po’ sono solo una specie di tribute band, mentre le possibilità di una reunion dei Genesis, anche se ufficialmente dalla ripartenza del 2006 non si sono sciolti, diminuiscono di anno in anno.

Scaletta

primo set:
1. Hell Hounds of Krim
2. Lizard (“The Battle of Glass Tears – Part I: Dawn Song”)
3. Radical Action II
4. Pictures of a City
5. The Court of the Crimson King
6. Cirkus
7. Fracture
8. Interlude
9. Easy Money
10. Radical Action (To Unseat the Hold of Monkey Mind)
11. Meltdown
12. The Talking Drum
13. Larks’ Tongues in Aspic, Part Two
secondo set:
14. Devil Dogs of Tessellation Row
15. VROOOM
16. Epitaph
17. The ConstruKction of Light
18. Level Five
19. The Letters
20. One More Red Nightmare
21. Starless
—bis—:
22. Banshee Legs Bell Hassle
23. Heroes
24. 21st Century Schizoid Man

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