Il trio di Sting nel pentolone infernale dell’Arena (Pola 2026)
Sting (special guest Girlband!), tour Sting 3.0
sabato 1 agosto 2026
Arena / Pola / Croazia
“Uno Sting di routine in versione cabaret”
Mia moglie ama Sting e The Police alla follia, quindi non c’è stato bisogno di scervellarsi a lungo con i “pro et contra”. E siamo andati. L’ondata di caldo era al culmine e ovviamente la prima tappa è stata la spiaggia. Poi, via in macchina con ottimismo, dritti al parcheggio sotto l’Arena. Ovvio. Pieno. E così per la mezz’ora successiva abbiamo girato per Pola in cerca di un posto libero. Alla fine, per una serie di casualità e una breve lotta all’ultimo centimetro con un local, ne abbiamo trovato uno a meno di cinque minuti a piedi dall’Arena. Però, come da copione per i concerti in questo posto e in barba al buon senso, era aperto un solo ingresso. Due file di gente si snodavano per ben 500 metri lungo due vie, così noi, saggiamente, abbiamo deviato su uno spuntino e una birra fresca all’incrocio tra le due strade. Lì ci siamo tranquillamente persi il gruppo spalla, guardando le file accorciarsi.
Poco prima delle nove ci siamo fiondati di buon passo verso l’ingresso e in qualche modo ci siamo infilati in un’arena stracolma e soffocante. Si vedeva subito che erano stati venduti troppi biglietti. Anche chi aveva comprato il posto a sedere ha dovuto farsene una ragione e farsi stritolare con noi, la plebe comune, in una folla da asfissia. Non mi dilungo oltre a lamentarmi, tanto dei problemi di organizzazione potete leggere altrove: pare che per una birra si aspettasse più di un’ora.
Alle nove in punto sul palco è salito Sting, che per il tour Sting 3.0 ha rispolverato (che tempismo!) il classico trio rock. Oltre al capo al basso e alla voce, ci sono il chitarrista Dominic Miller (noto anche per le collaborazioni con The Pretenders, Phil Collins, Paul Young e Level 42) e il batterista Chris Maas (batterista live anche dei Mumford & Sons). Tutti e tre sono maestri dei rispettivi strumenti, sostenuti da un mix e da un suono eccellenti, che hanno colto ogni sfumatura dei trucchi di basso e dei passaggi di chitarra. Gordon Sumner padroneggia ancora la sua voce e il suo basso, ma per questo tour ha semplificato parecchio entrambi. Tutti i brani sono stati riarrangiati, alcuni quasi al punto da non riconoscerli. I tre hanno ridotto al minimo il ruolo dei loro strumenti, interrotto da brevi esplosioni di virtuosismo. Sting per la sua età (a ottobre saranno 75!!!) ha un aspetto e un suono ottimi, ma il caldo l’ha chiaramente messo a dura prova. Evidentemente neanche decenni di sesso tantrico sono bastati. Quasi nessuna interazione con il pubblico e nessun piacere visibile nell’esibirsi.
La scaletta era ovviamente in stile “Best of”, a parte un paio di eccezioni (I Wrote Your Name (Upon My Heart), Never Coming Home), con un 50-50 di materiale dalla carriera con i The Police e dal periodo solista. Il concerto è partito alla grande con il classico dei The Police Message in a Bottle e i tre moschettieri non si sono più voltati indietro. Hit dopo hit, il pubblico si è divertito, anche se in modo un po’ stanco. Si è acceso di più nei momenti prevedibili (Every Breath You Take, Roxanne, So Lonely, Englishman in New York), ma anche quei picchi sono rimasti un po’ a terra. L’intero set è risultato piatto, in linea con i rivoli di sudore sul collo di Sting.
Ma un maestro è un maestro, e io personalmente mi sono goduto le versioni stravolte di hit di tempi migliori. Il finale con gli ultimi cinque pezzi è stato come si deve, Desert Rose è stato l’unico momento in cui il trio si è appoggiato a delle basi registrate, ma in quel caso altrimenti non si può. I momenti più calmi, con la già citata Desert Rose, Fields of Gold e la conclusiva Fragile, che Sting ha strimpellato (quasi) da solo alla chitarra, mi hanno convinto di più. Mia moglie, che conosce la discografia di Sting molto meglio di me, è rimasta un po’ disturbata dagli arrangiamenti cambiati, ma nel complesso Sting e compagni hanno portato a casa quello per cui eravamo venuti, senza però il guizzo in più. Come un pranzo della domenica.
Comunque un’esperienza live da non perdere. Sting è sempre Sting e gli anni non perdonano nessuno. Il signore britannico suona ancora dignitosamente, a differenza di certi signori della sua età e anche parecchio più giovani.
L’uscita dall’Arena è stata un problema simile all’ingresso. Una sola “porta”, spintoni infiniti e attesa.
Il viaggio di ritorno ce lo siamo animato con i pezzi che non hanno trovato posto in scaletta. If You Love Somebody (Set Them Free), Russians, Mad About You e It’s Probably Me spaccano ancora.
Scaletta:
1. Message in a Bottle
2. I Wrote Your Name (Upon My Heart)
3. If I Ever Lose My Faith in You
4. Englishman in New York
5. Every Little Thing She Does Is Magic
6. Fields of Gold
7. Never Coming Home
8. Wrapped Around Your Finger
9. Driven to Tears
10. Can’t Stand Losing You
11. Shape of My Heart
12. Brand New Day
13. So Lonely
14. Desert Rose
15. Every Breath You Take
Bis:
16. Roxanne
17. Fragile
Testo: Igorac
Foto: Mateja












