Il trovatore e la sua combriccola fanno tremare l’Orpheum di Graz (2007)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Orpheum Theater / Graz / Austria
Data del concerto: 06.07.2007
Numero di spettatori: 1300
Lo stesso giorno in cui si è svolta la grande intervista con il leggendario maestro Ian Anderson, un evento senza dubbio unico che ricorderò per tutta la vita, c’è stato anche il concerto della sua band, che stavolta ha fatto di nuovo tappa nel nostro amato e ormai abituale rifugio live, l’Orpheum di Graz. Dopo la fine dell’intervista, svoltasi in un clima rilassatissimo e piacevolissimo, io e Aleš avevamo ancora un sacco di tempo, che abbiamo impiegato per vedere qualche curiosità locale, visto che il concerto sarebbe iniziato solo alle otto e mezza. Nel frattempo siamo saliti anche sul colle dello Schlossberg, dove abbiamo rivissuto bei ricordi di concerti passati. Quattro anni fa, infatti, proprio tra le mura del castello ho avuto l’onore di assistere per la prima volta a un concerto dei Jethtro Tull. Quello show mi è rimasto impresso come il loro migliore (soprattutto per quanto riguarda l’atmosfera), uno che sarà difficilissimo superare. Da allora li ho rivisti altre tre volte e, anche se sul palco hanno sempre dato il massimo, per via delle condizioni disastrose sotto il palco (a Monaco di Baviera era una fornace, a Pordenone ci ha messo lo zampino un temporale e a St. Pölten ci siamo di nuovo sciolti in mezzo all’afa e all’aria irrespirabile) non sono mai riusciti a ricreare la magia della prima volta. Stavolta, però, mi aspettavo più che legittimamente che questa serata sarebbe stata una delle migliori in compagnia dell’indomito trovatore e dei suoi compari, visto che suonavano in un ambiente ormai di casa, uno dei miei locali preferiti.
Quando, un’oretta e mezza prima dell’inizio, siamo tornati davanti alla sala, c’era già un mare di gente (a parte un’auto con targa di Žalec non c’era traccia di presenza slovena, nemmeno una faccia conosciuta, il che spiega bene perché gli organizzatori non osano invitarli dalle nostre parti, ma d’altronde è da tempo una specialità nazionale slovena quando si parla di rock progressivo). Intanto i locali (e anche tanti spettatori arrivati dall’Italia) hanno dimostrato ancora una volta quanto sappiano apprezzare, ancora oggi, le band leggendarie. La sala era infatti piena fino all’ultimo posto e, per quanto fosse una bella conferma che i Jethro Tull riescono ancora a riempire un locale (forse il concerto era anche sold out) e che, oltre a tante coppie, per lo più di mezza età, tra il pubblico si trovava pure un numero non trascurabile di giovani di entrambi i sessi (ne aveva parlato anche Ian nell’intervista), il risultato è stato che anche quella sera faceva un caldo infernale e sudavamo come gamberi lessati. I Jethro Tull, ovviamente del tutto involontariamente, mantengono così la tradizione dei concerti afosi quasi ogni volta che li vedo. Per fortuna, stavolta la band aveva chiesto agli organizzatori il divieto di fumo, guadagnandosi da parte mia un applauso entusiasta ancora prima di salire sul palco.
Dopo questo avviso le luci si sono abbassate e nella sala è calata una tesa attesa per il “vagabondo” e la sua ciurma. Per via del suono, e perché non avevo nessuna intenzione di sentirmi una sardina, sono rimasto vicino al mixer, e alla fine si è rivelata una scelta molto saggia. Stavolta non mi aspettavo sorprese quanto alle esecuzioni. La scaletta era identica a quella di Pordenone (con la differenza, ovvio, che stavolta sono riusciti a fare anche il bis). Sono saliti sul palco con puntualità maniacale. Le luci hanno illuminato Ian, anche stavolta nel suo tradizionale costume da “pirata”, e il chitarrista Martin “Lancelot” Barre, l’altro pilastro della band. Per scaldarsi hanno attaccato anche questa volta con l’ancora amatissima “Some Day The Sun Won’t Shine For You” (This Was, 1968), un blues-country rock da campagnoli con cui sorprendevano durante l’invasione del blues rock britannico nella seconda metà dei Sessanta. Ian ha di nuovo entusiasmato con la sua energica lavorata sull’armonica, con cui si affilava il fiato, mentre Martin per un momento si è trasformato ancora una volta in un chitarrista blues. Con “Living In The Past” (Living In The Past, 1971) sono emersi per la prima volta anche i pregi degli altri membri della band, in particolare del nuovo tastierista John O’ Hare, e questo si è sentito nei maggiori arrangiamenti sinfonici rispetto alla versione abituale di questo classico.
Ian ci ha poi trascinati di nuovo con la sua “macchina del tempo” qualche anno più avanti. Pur trattandosi di una delle band più longeve in circolazione, con un chilometraggio invidiabile, anche a loro ogni tanto capita qualche scivolone, che naturalmente superano da veri professionisti. All’inizio della golosità acustica folk rock “Jack In The Green” (Songs From The Wood”, 1977), infatti, il buon vecchio folletto irlandese ha confuso per un attimo le carte. Mentre Ian suonava la melodia d’apertura alla chitarra acustica, lui ha iniziato impaziente a suonare un passaggio che sarebbe dovuto arrivare molto più tardi. Ma è una cosa che capita anche ai più grandi, così non ha mostrato chissà quale imbarazzo e ha aspettato tranquillo il suo momento. Ian, come da lunga tradizione, anche quella sera tra un pezzo e l’altro ha sparato battute e aneddoti, che rispetto all’ultima volta erano cambiati solo di poco. Eppure la sala ha tremato di nuovo dalle risate. E chi non si sganascia con gli aneddoti ci pensa di sicuro la sua performance scenica, che di solito comprende una serie di sguardi stralunati mentre ansima sul flauto o saltella su una gamba sola. Nonostante l’età venerabile, il tipo è ancora di una vitalità incredibile, e la sua vivacità da ragazzino l’ha dimostrata anche usando comicamente il flauto come simbolo fallico durante il suo scatenato pestare di piedi sul palco.
Quanto bene resista, con la sua band, alla pressione degli anni lo ha dimostrato anche il totalmente inedito strumentale “Donkey And The Drum” (ispirato a un pub amato da John O’ Hare), che dovrebbe uscire nel loro nuovo album, che aspettiamo da otto anni. Con i suoi elementi di musica orientale e di jazz, “l’asino e il tamburo” a quanto pare diventerà un rispettabile cugino dei brani che Ian ama scrivere negli ultimi dieci anni. Nessun concerto dei Tull può finire senza un epico classico del rock progressivo, “Thick As A Brick” (Thick As A Brick, 1972), anche se la accorciano sempre a soli 11 minuti. Anche se Ian se l’è cavata bene nella parte vocale, visto che ormai da tempo non riesce più a cantare i vecchi classici come una volta, come strumentisti si sono presentati di nuovo in una delle loro forme migliori. Oltre a una serie di parti sosoliste (al xilofono e con un assolo bello evidente si è dato un gran da fare anche il nuovo bassista David Goodyear) hanno creato un’armonia eccezionale e un flusso di energia tra palco e pubblico, che non ha nascosto l’entusiasmo per l’ottima esecuzione.
La loro versatilità musicale l’hanno poi riconfermata con una splendida esecuzione dello strumentale barocco quasi dimenticato “Pastime With Good Company” (un tempo più noto con il titolo ” King Henry’s Madrigal”; la versione originale puoi trovarla nella ristampa dell’album Stormwatch, 1979). Ian e compagnia per un attimo si sono di nuovo trasformati in trovatori medievali elisabettiani e, anche se avrei preferito sentire qualcosa da “Minstrel In The Gallery” (1975), devo ammettere che ci hanno regalato una delle esecuzioni migliori della serata. Eppure il titolo di migliore esecuzione della serata, secondo me, anche stavolta se l’è portato a casa la sempreverde “Mother Goose” (Aqualung, 1971), che hanno ampliato ancora con interessanti inserti acustici e passaggi aggiuntivi al flauto di Ian. Il gigantesco batterista Doane “Big Boy” Perry, per cui era l’ultima esibizione prima delle ferie nella sua California (fino all’autunno lo sostituirà James Duncan), si è di nuovo avviato verso i piccoli bongo, mentre Martin e John prendevano in mano i flauti, e Ian ne ha approfittato ancora una volta per la sua solita battuta “che le dimensioni non contano, vero ragazze (a spese del flauto vistosamente più corto del tastierista)….ah, a quanto pare invece sì” (dopo che una spettatrice non si era detta d’accordo con la sua affermazione).
Ian, noto amante dell’Europa orientale, ha presentato “Sweet Dream” (Stand Up, 1969) come una ninna nanna di quelle che in Ucraina (al concerto precedente era l’Estonia) si suonano ai bambini prima di dormire. Con il suo riff incandescente, “Sweet Dream” è tutto fuorché una ninna nanna, e la band ha fatto sì che per la prima volta il pavimento sotto i miei piedi iniziasse a ballare sul serio per i salti del pubblico. Durante l’esecuzione del classico strumentale “Bouree” (Stand Up), che Ian oggi ama chiamare anche porno jazz, c’è stata una bellissima sorpresa, che Ian aveva già anticipato durante l’intervista. Ian ha invitato sul palco un’ospite speciale al flauto, che non era altri che la simpatica signorina Tinkara Kovač. Con Ian, ciascuna col proprio flauto, si è trovata a meraviglia anche nei duelli solisti, e a un certo punto Tinkara ha pure “sbuffato” nel più puro stile di Ian. Devo ammettere che la simpatica Tinkara, che ha mostrato un ottimo controllo di uno strumento a fiato di cui io personalmente non capisco granché, me l’ero immaginata come una musicista molto più stravagante, e invece ha conquistato con un approccio del tutto professionale e mostrando il giusto rispetto verso le leggende. L’esibizione di Tinkara ha senza dubbio dato alla band un’energia speciale e una motivazione in più. La vecchia volpe, finito uno dei momenti migliori della serata, ha salutato con trasporto la graziosa ragazza, con cui ha collaborato anche al suo nuovo album, e l’entusiasmo del pubblico non voleva finire più. Anche se in tanti speravano che tornasse per un altro pezzo, Tinkara se n’è andata a godersi il meritato riposo.
Per non finire troppo alla deriva nelle acque classicheggianti e jazzistiche, hanno proseguito con la trilogia di brani dal disco più amato di Ian, “Stand Up”. Con “Nothing Is Easy”, che Ian ha annunciato dicendo che “gli Status Quo ne invidierebbero il ritmo, ma per fortuna non ci sono”, sono tornati alle radici hard rock. Poi è toccato al momento solista di Martin, il solido strumentale “After You After Me” (Stage Left, 2005). Martin ha sfruttato bene il suo momento “da star”, dimostrando, durante l’assenza del “capo tribù”, perché è l’unico musicista nella band da quasi tanto tempo quanto Ian e perché è uno dei migliori chitarristi rock della sua epoca, anche se in fondo al cuore è un chitarrista jazz. La scelta della melodrammatica “Farm On A Freeway” è la prova eloquente del perché anche “Crest Of A Knave” (1987) sia uno degli album più importanti dei Tull, quello che li ha riportati tra i “vivi” e ha portato loro un controverso Grammy come miglior band heavy metal dell’anno (su questa storia Ian ha già fatto così tante battute che stavolta non l’ha nemmeno citata). Il film “West Side Story” e il suo protagonista John Wayne sono tornati a vivere nell’esecuzione di “America” di Bernstein, che i Tull suonano nell’arrangiamento scritto dal leggendario Keith Emerson (The Nice, ELP). Oltre a “Bouree”, è stata un’altra splendida cover dal mondo della musica classica con cui la band si è presa per un attimo una pausa da certi classici che suona da tempo immemorabile.
Uno di questi classici antichissimi, che devono suonare per forza ogni sera, è naturalmente “Aqualung”, che per questo tour hanno furbescamente arricchito con un’introduzione strumentale molto interessante e un ottimo arrangiamento al flauto. Ian l’ha annunciata per scherzo come “Stairway To Aqualung” (a volte la annuncia anche come “Smoke On Aqualung”). Dopo aver conquistato con un’intro rinfrescante, dal sapore acustico e condita di jazz, che naturalmente conteneva il motivo centrale, sono passati alla versione “hard rock” standard che, nonostante la sovraesposizione, riesce ancora a scatenare un’eruzione di energia incredibile e un vero manicomio tra il pubblico. Che “Aqualung” sia l’album più importante della loro storia, da cui di solito suonano più pezzi, l’ha confermato anche la suite dal sapore classicheggiante “My God”, la cinica burla di Ian ai danni delle religioni organizzate. Durante i soli finali di flauto a pieni polmoni Ian anche stavolta ha avuto il “mal di pancia” e ha gemuto a gran voce, ovviamente un altro dei suoi tocchi comici.
Per chiudere la parte regolare hanno suonato ancora la gelida “Budapest” (Crest Of A Knave), uno dei migliori epici del loro ricco repertorio. Stavolta non c’erano né pioggia né aria fumosa, quindi anche per atmosfera la “storia dall’est” è riuscita benissimo. Poi un saluto brevissimo e il bis obbligatorio con la prevedibilissima “Locomotive Breath” (Aqualung), il loro classico più famoso, che nonostante sia ormai strausata resta uno dei momenti più magici di un concerto dei Jethro Tull, e l’invito a un indimenticabile viaggio in treno. Curioso che i Tull non chiudano più i concerti con il brindisi registrato “Cheerio” e con il lancio di palloncini verso il pubblico, che era la loro tradizione di lunga data. Evidentemente a Ian per qualche anno è passata la voglia di rincorrere palloncini, e la loro abitudine se l’hanno presa in prestito per un po’ i Marillion.
Anche stavolta i Jethro Tull hanno servito un concerto da superlativi e hanno giustificato in pieno il loro status leggendario. Del resto, da musicisti così tosti, a cui il grigio degli anni si nota a malapena e il cui leader sul palco salta ancora come un ragazzino, non ci si poteva aspettare altro che la perfezione. Se il concerto di Pordenone l’ha rovinato un temporale e a St. Pölten l’atmosfera l’hanno guastata la scarsa ventilazione degli organizzatori e una scaletta accorciata, quella sera, a mio giudizio, hanno offerto il loro secondo miglior spettacolo da quando li seguo dal vivo. Ian, incarnazione del carisma e della dirittura morale, con la sua combriccola ha incantato di nuovo del tutto e ha offerto alcune delle migliori melodie dei tempi in cui la gente sapeva ancora apprezzare la musica, una musica che ancora oggi si distingue per una straordinaria forza espressiva e attraverso cui trasmettono con facilità le immagini di cui parlano i singoli brani. A Ian avrei volentieri offerto ancora una volta un saluto di spalla (visto che non stringe la mano) per uno spettacolo così bello, se solo non fosse un professionista consumato, tanto che lo si può incontrare di persona solo con un accredito stampa o un invito speciale. Semplicemente non trovo parole sufficienti per descrivere tutto questo carisma e questa tempra che è capace di creare (con la sua band) sia sul palco sia fuori, come ha confermato anche l’intervista, che in circostanze particolari avrebbe di sicuro potuto durare anche due giorni.
Setlist
1. Some Day The Sun Won’t Shine For You
2. Living In The Past
3. Jack In The Green
4. The Donkey And The Drum
5. Thick As A Brick
6. Pastime With A Good Company
7. Mother Goose
8. Sweet Dream
9. Bouree
10. Nothing Is Easy
11. After You, After Me
12. Farm On A Freeway
13. Aqualung
14. America
15. My God
16. Budapest
—bis—
17. Locomotive Breath
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