Il Veneto infestato dalla peste (2018)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: San Dona Di Piave / Revolver Club / Italia
Data del concerto: 11.02.2018
Spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 20,00€
Perché era una buona idea andare a questo nuovo tour dei Pestilence? Semplice. Per la scaletta old school fino al midollo che la band porta in giro per l’Europa nell’attuale tour »Fight the Plague«. Non solo perché col nuovo album in studio »Hadeon«, uscito in digitale a fine gennaio di quest’anno, il gruppo ha fatto l’occhiolino a livello stilistico alla prima metà dei Novanta, ma proprio perché la band è rinata due anni fa, ha rinnovato la formazione, si è “resettata” del tutto e ha ripreso praticamente da zero, o per dirla in parole povere, è tornata alla sua culla, quella che le ha regalato il pedigree di innovatrice e, nel sottogenere del death metal tecnico e complesso, perfino un ruolo da pioniera.
L’indistruttibile veterano dei pionieri olandesi del death metal Patrick Mameli ha quindi resuscitato i Pestilence per la terza volta. Nella nuova line-up troviamo il batterista rumeno Septimiu Hărşan, il chitarrista (non meno) rumeno Calin Paraschiv, che prima avevano suonato insieme nei Necrovile, mentre al basso c’è lo sloveno Tilen Hudrap, che sulla scena metal internazionale diventa a quanto pare un nome sempre più stimato e ricercato. Tilen è infatti dal 2013 membro fisso dei campioni americani dello speed/thrash metal old school Vicious Rumors, ha dato una mano a portare a termine alcuni concerti per i leggendari Testament, e qui è chiaro che pochi riescono a calzare le scarpe di Steve DiGiorgio. Tilen ce la fa. È diventato anche parte dell’ultima incarnazione dei celebri e longevi veterani del thrash metal teutonico, i tedeschi Paradox. Quindi? Non serve mettersi a filosofeggiare: si capisce subito che il nostro Tilen è un musicista sloveno eccezionale e di fatto il primo musicista sloveno ad aver raggiunto nel metal lo status di vero professionista, uno che non conosce pause e che, a dispetto della giovane età, sta già diventando un vero peso massimo a forza di macinare chilometri. Speriamo che prima o poi riceva il giusto riconoscimento anche dalla madrepatria, visto che il resto del mondo lo stima e lo rispetta. A essere sincero, già solo per questo andare al concerto dei Pestilence a San Dona Di Piave, al Revolver Club, era per me, da tifoso sloveno, un obbligo!
Ma andiamo con ordine. San Dona Di Piave è un paesino relativamente vicino a Treviso, in Veneto, e da lì non è nemmeno tanto lontano da Venezia. E di nuovo domenica. Giorno un po’ scomodo, ma in questo club i concerti li piazzano volentieri di domenica. Il prossimo che ci interessa è in programma una domenica di marzo, quando suonerà lì il celebre ex chitarrista dei Motörhead Phil Campbell con il suo battaglione di figli.
Alle sette e mezza di sera si sono aperte le porte e, nello stesso momento, sul palco ha iniziato a fare casino la prima band. Stavolta ad aprire sono state ben due formazioni locali. La prima sono i Psychotomy. Un quartetto death metal italiano. Line-up mista, cioè uomini e donne: la parte maschile si occupa della sezione ritmica, quella femminile delle chitarre. »Remi a sette corde«, accordatura bassa, brontolii e rimbombi ancora più cupi. La più grande attrazione era il ringhio della cantante, che può vantare un growl espressivo e dal marchio inconfondibile, ma per il resto la band al momento è un po’ handicappata, perché può puntare più o meno solo sull’atmosfera. Assoli non ce ne sono, passaggi più interessanti nemmeno. Il growl femminile però è accattivante, quindi il gruppo qualche potenziale ce l’ha, ma per evolversi dovrebbe scrivere un po’ più di pezzi propri interessanti e integrare almeno un chitarrista tecnicamente raffinato.
La seconda formazione in scaletta era in pratica superflua. I Gravestone, sono un sestetto di musicisti azzimati e addestrati a scuola, che suonano power metal con voce growl, a cui però manca un vero mordente, e suona piuttosto fiacca e senza espressione. La band ha avuto anche parecchi guai col suono, per cui le chitarre non si sentivano bene e così uno dei due chitarristi non è riuscito a sfoggiare al meglio le velocità soniche che richiedono i suoi arpeggi. Sembrava che a casa non si fosse esercitato abbastanza. A parte mostrare il pedigree da scuola di musica, un gran desiderio di integrare elementi classici negli arrangiamenti, qualcosa di tangibilmente autentico e speciale i ragazzi non l’hanno fatto vedere. Così è arrivato il momento di staccare, prima di quanto avessi previsto all’inizio.
La faccenda si è fatta »seria« quando sul palco sono saliti i rianimatori del thrash metal olandese Distillator. Il lungagnone Lauren H, cantante e chitarrista con il soprannome »Desecrator«, resta la forza trainante e sul palco è sempre flessibile ed elastico come un elastico. Li avevamo visti per la prima volta già a fine 2015, quando i Distillator facevano da spalla agli eccentrici americani Vektor all’Orto bar di Lubiana. Il trio è cresciuto ancora in credibilità, per quanto riguarda l’esibizione dal vivo. Lauren H si è piazzato sul palco ben tre aste del microfono, come un certo Schmier (Destruction), e durante il concerto si spostava da un’asta all’altra mentre faceva la voce solista. Visto che il tizio deve anche assolare, quando torna alla strofa o al ritornello avere più aste sul palco gli accorcia la strada verso il microfono, e di questo gli è grato. Intanto correva avanti e indietro in una furia quasi cieca, fermandosi più volte proprio sul bordo del palco, dove sparava assoli ad altissima velocità nel segno della »caoticità alla Kerry King«. Look old school, sulla scia di Destruction e Artillery degli anni Ottanta, cartucciere sul torso, hi-top, spandex nero… insomma, thrash revival. Nello stile si sente un sacco di roba alla Slayer. La band ha pubblicato lo scorso anno il nuovo album in studio »Summoning the Malicious« e l’ha presentato da vera schiacciasassi. Sul palco i Distillator sono un’unità convincente, che funziona in modo estremamente compatto e sicuro. Con tutta quella velocità tirata allo spasimo scappa qualche piccolo errore, ed è logico, ma diciamocelo, quale concerto va via senza errori? Nessuno. A convincere è soprattutto il cuore, la dedizione, la combattività, l’impegno, la grinta, l’intransigenza. Forse un’unica osservazione: i Distillator ricordano un po’ troppo i modelli citati (Slayer, Destruction,..). Per il resto, come esperienza live, estremamente velenosa e diabolica.
I Rebaelliun sono un trio death metal brasiliano che conosce due ere di attività. Nella prima i Rebaelliun hanno suonato tra il 1998 e il 2003, pubblicando in quel periodo due album in studio, poi si sono riattivati nel 2015 e due anni fa hanno pubblicato il terzo, intitolato »The Hell’s Decrease«. Hanno confermato l’ottima forma anche con l’EP “Bringer of War (The Last Stand)”, uscito l’anno scorso e con cui i Rebaelliun hanno dimostrato di non fermarsi, anzi, di diventare usurpatori sempre più feroci di »schifo« sonoro e di terrore. Testi in tema. Invocano l’anarchia, la disobbedienza, la rivolta, la rivoluzione, ma allo stesso tempo i Rebaelliun sono grandi pacifisti e ricordano di continuo gli errori delle guerre. Il trio è incredibilmente convincente sul piano sonoro. Un suono fantasmaticamente devastante, prodotto da appena tre persone sul palco. Con tanto di growl scandalosamente penetrante. Il suono era pienissimo. In più il trio sfodera un’ottima preparazione tecnica. La batteria tuonava e, con la sua attività, teneva sempre intensamente mossi i motivi. Complessi, con il doppio pedale di cassa sempre alla massima marcia di velocità. Con una sfrenatezza simile non c’è certo tempo per l’indifferenza o per una pausa, e i Rebaelliun, sono riusciti a creare una specie di ipnosi che ti risucchiava nel loro mondo musicale. I Rebaelliun sono quindi speciali. Sono crudi, spietati, ma contengono un pizzico di musicalità in più di quanto ci si aspetterebbe da una tale crudezza primordiale e da un’eruttività esecutiva. Sono old school, e come. Sono brasiliani fino al midollo, non c’è che dire!
Per il gran finale, quindi, i Pestilence. Alle undici meno dieci la botta è partita per l’ultima volta quella sera al Revolver Club! Finalmente. Sotto il palco ci si è fatti un po’ più stretti, perché il pubblico quella sera era davvero molto riservato. Uno si aspetterebbe massacro e sangue davanti al palco e invece si ritrova un pubblico piuttosto composto e perfino un po’ timido. Anche la reazione è stata quella. Fino ai Pestilence, quando il pubblico si è finalmente svegliato e almeno cinque persone si sono ritrovate nel mosh. La band ha sparato dritto e diretto! Con il primo atto del primo, cultissimo album. Patrick Mameli per tutto il concerto è sembrato in ottima forma. I ringhi li ha eseguiti a un livello più che invidiabile, inoltre il tizio si è messo in forma ed è scolpito, con un aspetto pericoloso. Soprattutto se ci aggiungi gli esperimenti con l’acconciatura, per cui lo invidierebbe anche il nostro Gianni (Noctiferia). Mameli per i suoi 52 anni sembra incredibilmente fresco e ringiovanito, trabocca di energia e slancio ritrovati. È vero però che l’Italia è la sua seconda casa, visto che da qui vengono i suoi genitori, e così ha lanciato qualche saluto in italiano come se niente fosse. Armato di una chitarra Steinberger, si è occupato di almeno metà degli assoli, lasciando quelli più impegnativi a Calin Paraschiv. I Pestilence hanno mostrato anche un ottimo affiatamento e di conseguenza un alto livello di compattezza e coesione. In ogni momento del concerto. E la scaletta praticamente da sogno. Dal primo al quarto, cioè fino all’album »Spheres«. Man mano che il concerto avanzava i pezzi si avvicinavano storicamente al 1993, ma la band ha comunque riservato un po’ più di attenzione al terzo lavoro in studio, cioè »Testimony of the Ancient«. Mentre Paraschiv, con la chitarra tesa altissima, era sempre in piena tenuta da battaglia per sfoggiare tutta la fine meccanica dell’assolo a dita veloci, alla sinistra di Mameli il nostro Tien Hudrap bassava come un forsennato, ha praticamente rubato il concerto e scavava senza sosta sul suo basso Spector!
Un’ora e un quarto è volata in un attimo. La scaletta ha portato diverse sorprese. Pezzi che i Pestilence in carriera hanno suonato raramente. È anche vero che hanno avuto una lunga pausa, durata quasi quindici anni, per cui per molti classici non c’è nemmeno stata una vera occasione di suonarli dal vivo. I primi quattro pezzi sono andati all’album »Maleus Maleficarum »(Maleus Maleficarum / Antropomorphia, Parricide, Subordinate To the Domination, Commandements). Poi è arrivato il classico dei Dehydrated »Consuming Impulse«, e quindi i Pestilence si sono lanciati nella seconda parte del concerto con l’album »Testimony of the Ancient« (The Secrecies of Horror, Twisted Truth, Land of Tears, Prophetic Revelations, Presence of the Dead). La parte conclusiva del concerto è toccata all’esecuzione dell’unico pezzo di »Spheres«, Mind Reflections. Una giostra, anzi un rodeo incredibile, di classici in fila uno dopo l’altro. Per il bis la band è tornata e ha sparato un altro classico di »Consuming Impulse«, Out of the Body, e la »scorribanda pestilenziale« era finita!
Mameli con la squadra rinnovata ha giustificato le grandi aspettative. La nuova squadra funziona alla grande, i pezzi suonati dal vivo, non da meno! La band comunque è un po’ stanca, soprattutto per le lunghe distanze tra una piazza e l’altra in cui suona. Giusto per dare un’idea. Dopo il concerto il gruppo è ripartito subito, dritto a Novi Sad in Serbia (a 800 km da San Dona DI Piave), e il giorno dopo doveva proseguire in Romania verso Bucarest (altri 800 km circa da Novi Sad). Mameli dopo il concerto si è preso comunque il tempo per i fan della band, che lo hanno assediato per un’ora buona dopo lo show, ha firmato un mucchio di autografi e naturalmente si è fatto fare foto con loro. La band è caldissima, evidentemente in una nuova fioritura, e di richieste per concerti dei Pestilence nel 2018 non ne mancano. In primavera partono per il Sud America, in estate vanno ai festival europei più in vista, dove regna ovviamente la musica brutale, e in autunno stanno già mettendo insieme un nuovo tour europeo, che sarà dedicato alla promozione del nuovo album in studio appena uscito »Hadeon«. Speriamo che a quel punto arrivi un invito anche dalla Slovenia e che tornino a visitare Lubiana.
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