Il volo degli Yes finisce con uno schianto nella valle di lacrime (2011)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Palasport Di Chiarbola / Trieste / Italia
Data del concerto: 25.11.2011
Numero di spettatori: 1000
Prezzo del biglietto: 39,00€ (tribuna) / 32,00€ (parterre) / 25,00€
Quando, subito oltre il nostro confine occidentale, nel bel mezzo di un tour capita una band del calibro dei leggendari rocker progressive britannici Yes, con più di quattro decenni di attività live e in studio e una montagna di dischi che hanno stregato vecchi e giovani buongustai della musica, è il segnale che tutti gli amanti del prog escono dalle loro tane e puntano compatti verso Trieste. Noi della squadra di Rockline avevamo visto gli Yes l’ultima volta sette anni fa a Monaco di Baviera, quando suonavano ancora nella formazione classica, quella più amata. Due membri di quella line-up leggendaria, il cantante originale Jon Anderson e lo storico mago delle tastiere Rick Wakeman, purtroppo per delusione di tanti fan di lunga data non c’erano a Trieste, perché la band negli ultimi anni ha subìto qualche cambiamento drammatico.
Al posto dell’amatissimo Wakeman è arrivato prima suo figlio minore Oliver, poi è tornato dagli Asia Geoff Downes, che aveva collaborato con gli Yes per l’ultima volta a inizio anni Ottanta. Molto più fatale è stata la controversa decisione del bassista Chris Squire, unico membro originale rimasto, di sostituire un Anderson malandato con il canadese Benoit David, molto più giovane e ex membro di una tribute band agli Yes. Come prevedibile, la mossa non ha trovato grande approvazione tra i fan di lunga data. Per la stragrande maggioranza dei fan degli Yes, sostituire Anderson è un po’ come se Brian May e Roger Taylor mettessero qualcun altro al posto di Freddie Mercury e la band continuasse a presentarsi come Queen. Forse, per rispetto verso la maggior parte dei fan e verso il loro glorioso passato, sarebbe stato molto più razionale chiamare l’attuale versione della band Yes + Benoit David, ma il problema è che con questa formazione hanno già pubblicato un nuovo album in studio, “Fly From Here” (2011), e il tour in corso serviva proprio a promuoverlo.
Noi, che la nuova versione della band in studio non l’avevamo convinta, ci siamo detti di darle un’altra chance e di vederla da vicino sul palco. Magari i nostri giudizi sul fatto che l’attuale concept della band fosse sbagliato erano affrettati, e ci avrebbero chiuso la bocca con la classica, eterea magia da palco degli Yes e con una chimica reciproca efficace. Gli Yes hanno aperto il concerto in modo davvero energico, con l’apripista pacifista e incendiario di “The Yes Album” (1971), “Yours Is No Disgrace”. Sembrava che alla fine avremmo assistito a quella magia tutta Yes a cui eravamo abituati dai concerti passati. L’eruzione armonica iniziale e la potente energia che il quartetto di vecchi gatti Yes, guidato da Squire, dal chitarrista Steve Howe (che oltre a Downes è anche membro degli Asia) e dal batterista Alan White, ha tirato fuori come se niente fosse, si sono però afflosciate di colpo quando sul palco è arrivato il nuovo cantante David, che a vederlo sembra una specie di cugino del celebre allenatore di calcio José Mourinho.
Il simpatico David non è affatto un cattivo cantante, anzi, ma purtroppo sui classici storici degli Yes suona solo come una trasparente contraffazione, un clone a metà strada tra Anderson e Trevor Horn. Il tutto lo accompagna spesso con ondeggiamenti col tamburello e movenze da modello, che nel concept scenico degli Yes risultano parecchio sdolcinati, a tratti persino di cattivo gusto, anche se come persona sembra proprio un bonaccione. La sua generale mancanza di carisma sul palco cerca in qualche modo di compensarla, ma purtroppo non gli riesce granché. Anche l’interazione con il pubblico è totalmente fallita, anzi, praticamente non esiste. Era interessante osservare le reazioni dei fan più anziani nelle prime file: quasi tutti avevano scritto in faccia che il “novellino”, con il suo approccio vocale e scenico, li lasciava completamente di ghiaccio.
Hanno provato a scaldare i fan di lunga data con il successivo evergreen di “The Yes Album”, “I’ve Seen All Good People”, ma non è stato un investimento granché azzeccato, perché le armonie vocali ancora una volta non hanno centrato l’effetto voluto. Il meglio è stato il contributo vocale di Squire. La voce del canadese ha funzionato decisamente meglio sui classici un po’ più “commerciali”, come quella sera lo standard di “Drama” (1980) “Tempus Fugit”. A dirla tutta, le sue corde vocali sono più adatte al pop rock che al rock progressivo, e speriamo che se ne accorga presto anche lui.
Proprio per questo è ancora più grande la delusione per aver lasciato fuori dalla scaletta la amata classica di “90125” (1983) “Owner of the Lonely Heart”, che quasi trent’anni fa conquistò il cuore della generazione MTV appena nata. In compenso non si sono dimenticati di “Life On a Film Set”, uno dei brani più deboli del nuovo album “Fly From Here”, che per giunta si porta dietro un testo spiccatamente stupido. L’unico lato positivo di questa scelta è che la voce di Benoit ha potuto finalmente esprimersi a pieno sangue, visto che il pezzo è stato scritto su misura per lui. La reazione del pubblico è stata per tutto il tempo sotto le aspettative, cosa che la band ha ovviamente percepito subito, adattandosi di conseguenza. Probabilmente è per questo che ci hanno “punito” ulteriormente, accorciando il concerto e lasciando fuori anche la amata classica di “Fragile” (1972) “Heart of the Sunrise”, che di solito è in scaletta in questo tour.
Poi, come se non bastassero i problemi a costruire un’atmosfera convincente, durante le prime note dell’attesissima classica di “Close to the Edge” (1972) “And You And I” sono arrivati pure i problemi tecnici al basso di Squire. Prima ha gracchiato ammonitore un paio di volte, poi il suo Rickenbacker è semplicemente “ammutolito”. La band si è scusata col pubblico, e Squire, di gran lunga il più in forma della serata, anzi quello che ha tenuto la band fuori dalla mediocrità per tutto il tempo, si è ritirato dietro le quinte a consulto col fonico, a cui di certo ne ha dette quattro. Nel frattempo Howe e Downes hanno provato a spezzare con l’improvvisazione l’atmosfera penosa calata nel palasport. Squire è riuscito alla fine a risolvere, almeno temporaneamente, il problema del basso “indomabile”, e sono ripartiti dall’inizio di “And You And I”, che si è rivelato un altro evergreen in cui l’approccio di Benoit non poteva in alcun modo raggiungere l’espressività emotiva e la profondità che il suo predecessore evocava sempre con facilità.
Poi tutti i membri tranne Howe sono usciti inaspettatamente dal palco, lasciando al leggendario chitarrista uno spazio solista in cui non ha eseguito né “The Clap” né “Mood For a Day”, ma la mediocre strumentale “Solitaire”, che arriva dall’ultimo album in studio. Il Signor Gufo anche stavolta se ne stava tutto per conto suo, all’estremità sinistra del palco, ma a differenza di come eravamo abituati nei precedenti incontri, quando passeggiando sul palco ogni tanto addirittura faceva un saltello, stavolta era per giunta in un modo piuttosto scomodo, accademicamente incartapecorito. Per fortuna aveva davanti la pedal steel, con cui sa ancora tirare fuori una magia maestosa, dal sapore malinconico. Anche White svolgeva bene la sua missione dietro la batteria, anche se a tratti sembrava un po’ in modalità routine. Dal lato tecnico non c’era molto da ridire. Gli Yes sono ancora strumentisti fenomenali, ma quella sera mancava qualcos’altro, almeno altrettanto importante.
Gli unici due che, tra prestazione strumentale, performance scenica complessiva e contatto col pubblico, si sono meritati un voto positivo sono stati Squire e Downes. Squire respira musica da più di quarant’anni, e gli si vede in ogni passo sul palco. Con la sua energia fuori dal comune, tra i rimbombi del Rickenbacker, ha ravvivato un pubblico a tratti piuttosto assonnato e in qualche modo è riuscito a rianimare l’approccio sotto la media dei suoi compagni d’armi, al punto che noi delle prime file non abbiamo cominciato a lasciare la sala in anticipo. Va bene, Downes con quel suo ventilatore che gli soffia nei capelli è un po’ troppo sdolcinato per il vero concept degli Yes, ma con un’esecuzione tecnica praticamente impeccabile ha salvato alcuni pezzi, soprattutto quelli dagli album che sente suoi, “Drama” e “Fly From Here”. Certo, il cult tastierista degli Asia, che di solito arriva solo al quarto posto tra i tastieristi degli Yes più amati, dopo Rick Wakeman, Tony Kaye e Patrick Moraz, ha avuto anche la fortuna che la band quella sera non eseguisse nessuno dei suoi epici da più di 20 minuti, dove a tratti avrebbe potuto suonare parecchio sottile.
Più vicini a quegli epici sono arrivati con l’esecuzione dell’intera suite omonima, oltre 20 minuti, dell’ultimo lavoro in studio “Fly From Here”, composta da ben sei parti diverse, che i membri dell’attuale band sono convinti sia il nuovo magnum opus della loro carriera, anche se rispetto ai loro lavori passati non ha niente di speciale. L’esecuzione della suite, le cui singole parti sono tra i momenti migliori del nuovo album, è stata accompagnata da colorate proiezioni video, di cui ci siamo ricordati soprattutto quella del singolo “We Can Fly”. In alcune sezioni si riusciva persino a sentire un po’ di quell’atmosfera che ricordava i loro tempi migliori, ma era tutto troppo poco per riuscire a “sollevarci da terra”, come ai suoi tempi riusciva a “certi altri” Yes.
Quella sera in scaletta hanno infilato anche la caramellina di “Going For the One” (1977) “Wonderous Stories”, il pezzo tecnicamente meno impegnativo dell’album, ma anche il più amato dalle masse, visto che a fine anni Settanta fu addirittura un piccolo hit. Stavolta ne hanno offerto un’esecuzione dignitosa, ma di nuovo senza picchi. Di nuovo non si sentiva la vera energia tra band e pubblico, e nemmeno una chimica scenica adeguata. Il Signor Gufo incartapecorito nel suo territorio all’angolo sinistro, a destra un Downes in vena di glamour con qualche sguardo al pubblico, mentre Squire con energiche marce da destra verso sinistra si sforzava di ravvivare almeno un po’ il tutto. Il cantante David, che ogni tanto ha imbracciato anche la chitarra acustica, sembrava quasi non essere sul palco, per quanto riguarda l’interazione col pubblico. A volte, soprattutto durante le sezioni strumentali più lunghe, pareva che non vedesse l’ora di nascondersi il più possibile sullo sfondo. Magari la prossima volta dovrebbero portargli in grembo la collezione di percussioni assortite di Anderson.
Uno dei pochi momenti luminosi della serata, forse addirittura il migliore, è stato “Machine Messiah”, l’unico classico storico che è davvero riuscito in pieno e durante il quale abbiamo finalmente avuto quella sensazione, tanto mancata per tutta la sera, legata all’eredità degli Yes: assistere a qualcosa di maestoso. Così abbiamo potuto ammirare come alla successione dei riff di chitarra più duri di tutta la carriera di Howe seguisse il graduale evocarsi del dramma sulla potenza digitale, che minaccia di inghiottire alla fine tutto ciò che è organico con i suoi siliconi e circuiti. David qui è stato ottimo per tutto il tempo, e così a molti di noi è tornato in mente che per gli Yes forse sarebbe stato molto meglio eseguire in tour l’intero album “Drama”. Ha fatto la sua figura anche “Into the Storm”, brano conclusivo di “Fly From Here”, che quella sera, come previsto, hanno suonato quasi per intero, scelta più che razionale visto lo stato attuale della band.
Il concerto si avviava alla fine e, per risvegliare di nuovo il pubblico, hanno deciso di dare fuoco alle polveri con l’evergreen di “The Yes Album” “Starship Trooper”, che accende sempre, ovviamente se in formazione hai Jon Anderson. Alla fine Howe e Squire hanno salvato un po’ la baracca, così almeno la parte strumentale conclusiva, “Wurm”, è venuta come si deve.
La figuraccia più grossa è arrivata proprio alla chiusura del concerto, quando per il bis sono venuti a “premiarci” con una versione totalmente fallita di “Roundabout”, il classico più amato degli Yes e anche l’unico che non può mancare a nessun concerto. L’esecuzione di questo standard immortale per il gran finale è stata infatti all’insegna di armonie vocali completamente sballate, del ripetersi dei problemi di accordatura del basso di Squire, e perfino il solitamente più che pedante Howe ha avuto, a sorpresa, problemi di tempo (o forse semplicemente non gli sembrava più valere la pena di impegnarsi). È proprio doloroso vedere in questo stato una band che per anni hai adorato come l’incarnazione della perfezione scenica, di un’incredibile chimica reciproca e come creatrice di atmosfere indimenticabili.
Dopo quello che abbiamo sentito e visto a Trieste, non ha più senso chiudere gli occhi. Chris Squire e compagni, con un concerto fallimentare che ha sorpreso nel modo più negativo tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di beccarli nel periodo in cui erano ancora in una forma live da invidiare, hanno dimostrato di non avere pieno diritto di usare il nome Yes. L’età, ovviamente, non è una scusa, perché colossi del prog rock ancora attivi, come ad esempio Van Der Graaf Generator o Rush, suonano ancora allo stesso livello dei loro tempi migliori, e il pubblico gli mangia sempre “in mano”. Quelli citati ancora oggi, come se niente fosse, fanno il tutto esaurito e riempiono i palasport degli italiani, di solito sempre fissati e assetati di prog rock.
Quello che gli Yes hanno mostrato quella sera non se lo meritano né i loro fan, né la band stessa, che ultimamente con scelte strane ha già bello che imbrattato la sua fama leggendaria. È davvero tragico vedere come uno dei migliori gruppi progressive rock di tutti i tempi, che un tempo riempiva le arene come niente, in vecchiaia non riesca a mettere insieme nemmeno mille persone sotto il palco di un grande palazzetto dello sport, mentre i tanti posti in tribuna restano tristemente vuoti. Il tutto è stato coronato da un’esibizione scialba, che non hanno potuto salvare nemmeno quei rari momenti luminosi in cui lo spirito dei veri Yes è riuscito a tornare sul palco. Realisticamente gli restano solo due opzioni: il ritiro o il ritorno di Jon Anderson, che con il successo della sua carriera solista dimostra di essere tutt’altro che malandato come forse s’immaginano Squire e soci.
Del trasporto in un’atmosfera sempre sicura e piacevole si è occupata anche stavolta l’agenzia Koncerti.net, guidata dall’impavido, granitico appassionato di rock, Concert Freak!
Scaletta
1. Your Is No Disgrace
2. Tempus Fugit
3. I’ve Seen All Good People
4. Life On a Film Set
5. And You And I
6. Steve Howe solo (incl. Solitaire)
7. Fly From Here suite
8. Wonderous Stories
9. Into the Storm
10. Machine Messiah
11. Starship Trooper
—bis—
12. Roundabout
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