Images At Twilight
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1979
Voto: 5/5
Come suggerisce l’ottima copertina di “Images At Twilight”, secondo album dei brillanti art rocker canadesi Saga, alle cavallette cibernetiche guidate da una regina dal cervello di Einstein sono definitivamente saltati i nervi. Così, dopo una nuova invasione dallo spazio, hanno iniziato ad abbattere tutti i monumenti alla vanità umana puntati verso il cielo (fateci caso anche ai resti delle due torri del WTC). In questo modo i Saga hanno dato forma anche visiva alle loro visioni lirico-concettuali, travasate nei cosiddetti capitoli che compongono un affascinante racconto di fantascienza, confermando la fama di una band che è sempre stata un passo avanti ai suoi tempi. Con ogni nuovo “capitolo” i Saga facevano in modo che l’enigmatica saga andasse avanti, e a ogni nuovo disco gli ascoltatori aspettavano col fiato sospeso il finale della storia dei cervelli di Einstein. Con l’uscita di questo album, il momento in cui sarebbero sfondati presso il grande pubblico era ormai solo questione di tempo. I loro giochi con gli schemi tradizionali del prog sinfonico, avanzati per l’epoca (soprattutto le ampie tavolozze di sintetizzatori moog, i passaggi hard rock e la pomposità), su “Images At Twilight” raggiungono un nuovo livello di maturità artistica. E ci riescono anche in una cosa che ancora oggi è rarissima: conquistare la maggior parte dei cuori sia degli amanti del progressive rock sia di quelli del pop, due generi a prima vista del tutto inconciliabili tra loro.
A prima vista non sembra nemmeno che rispetto all’esordio abbiano fatto grandi passi avanti nel suono o progressi evidenti. Anche su “Images At Twilight” i Saga proseguono infatti col loro arguto intreccio di arrangiamenti sinfonici, passaggi di chitarra hard rock e ritmi semplici, solo che ci hanno aggiunto una dose ancora maggiore di pomposità e di colori melodici, il che porta indirettamente a una maggiore accessibilità commerciale. Un upgrade importante rispetto al debutto è la presenza ancora più massiccia di tastiere, che aggiungono ai singoli pezzi un tocco extra di brio, una cosa in cui erano già campioni fin dalla nascita. Dopo l’addio del tastierista originale Peter Rochon, alla costruzione degli arrangiamenti sinfonici sui moog si sono dedicati sia il suo successore di breve durata Greg Chadd sia il cantante Michael Sadler e il bassista Jim Gilmour. Anche se il chitarrista Ian Crichton non risparmia di nuovo passaggi affilati e assoli brillanti, sta ben attento a non coprire le ampie onde di sintetizzatori, che in produzione sono spesso messe in primo piano. In questo modo i Saga sono diventati ancora un filo più raffinati e hanno fatto crescere, indirettamente, la dose di pop nella loro musica (soprattutto nella prima parte del disco), pur continuando a sperimentare volentieri con sezioni strumentali classicheggianti. Questa minore complessità e il maggior numero di brani “pop” più brevi potrebbero far pensare a qualcuno che, dal punto di vista creativo, siano addirittura regrediti come band progressive. Ma la complessità è tutt’altro che l’unico metro di una musica buona e avanzata, e quanto a creare art rock melodico intelligente e unico, i Saga hanno messo a segno una delle loro perle più luminose.
Il disco si apre con “It’s Time (Chapter III)”, dal ritmo super cool, un vero appello lirico alla rivoluzione, con un ottimo mix di pomposità e brio. Dopo l’intro di synth stratificati e il ritmo pacato, ci piomba addosso la voce energica di Sadler, che regala un ritornello imponente, il cui colore naviga da qualche parte tra la schizoidia di un’apocalisse imminente e una rivelazione liberatoria. Le linee di chitarra di Ian si intrecciano splendidamente per tutto il brano con le onde colorate dei sintetizzatori. Questa combinazione di lunghi inserti strumentali fa sì che la maggior parte dei pezzi del disco non finisca mai nelle acque del banale pop rock/AOR da cliché di fine anni ’70 o inizio ’80. “It’s Time (Chapter III)” è ancora oggi un classico e uno di quegli standard che hanno influenzato in modo decisivo lo sviluppo del neo prog. Il cinico “See Them Smile” è una delle creazioni più argute e anche migliori della loro carriera. Un ritmo ondeggiante e funky si intreccia con maestria a sottili strati di tastiere, e a spostare tutto in una dimensione insolita ci pensa un ritornello sommesso, cantato di proposito attraverso un effetto particolare. Il riffing di chitarra di Ian, sostenuto da appoggi sul tremolo, è interrotto dalla voce beffarda di Sadler, che dipinge un quadro lirico di una società svilita nello spirito e in attesa della catarsi finale. Dopo la chiusura improvvisa arriva il non meno divertente “Slow Motion”, un pop rock quasi perfetto, con melodia alta, ritornello semplice, ritmo praticamente da discoteca e un’ampia miscela di tutte e tre le tastiere elettroniche. In sottofondo il tutto è rinforzato da qualche buon passaggio di chitarra. Una santa semplicità che però, con un approccio intelligente, riescono a travestire in una creazione irresistibilmente simpatica. Riffing hard rock, voce pomposa e ritmo funky sono i pregi principali dell’ultramelodica “You’re Not Alone”, un’altra creazione che naviga con successo tra progressive, pomposità e pop rock. Il merito va soprattutto alla notevole imprevedibilità che portano le singole parti strumentali (spicca l’interazione interessante tra batteria e moog). Negli anni “You’re Not Alone” si è affermata come una costante dei loro concerti perché nella seconda parte contiene una sezione in crescendo in cui, durante il ritornello principale, arriva il momento ideale per far cantare anche il pubblico. “Take It Or Leave It” è un’altra leccornia ultramelodica con cui i Saga conquistano senza fatica il cuore di tutti gli amanti della pomposità. Oltre a un ritornello gustoso contiene anche una sezione interessante in cui le cose si “complicano” un po’ con un assolo di chitarra, un riffing sporco e suoni elettrizzati di synth. Con “Images (Chapter I)”, illustrazione lirica della delusione di Einstein davanti a un mondo precipitato in una spietata corsa agli armamenti, per la prima volta smorzano un po’ il ritmo energico del disco. Con un malinconico intro di pianoforte, seguito da synth, chitarra acustica e voce mesta, mostrano per la prima volta in modo più netto le loro radici prog sinfoniche. All’intro calmo segue un ottimo passaggio ambient in cui risuonano i synth e irrompe il riffing di chitarra. Senza dubbio l’apice sperimentale del disco. Nell’eccellente e melodicamente incisivo “Hot To Cold” vediamo un bell’esempio dell’impostazione del primo neo prog, in cui gli elementi di pop rock e progressive si danno battaglia ancora una volta per il predominio. L’impianto semplice con ritornello melodico contiene interessanti passaggi di chitarra e ricche trame di tastiere che danzano per tutto il tempo su un ritmo semplice ma collaudato. Tra tutti i potenziali hit del disco, lo sceglierei come candidato ideale per la programmazione radiofonica. La conclusiva “Mouse In A Maze” è l’apice pomposo del disco e forse persino il pezzo più interessante. Una creazione mezza schizoide e mezza buffa, con un’atmosfera eccezionale e un po’ cupa, in cui l’ascoltatore può costruirsi immagini del tutto contrastanti del suo messaggio lirico: può immaginare un uomo che non riesce a sfuggire al proprio destino oppure un topo da laboratorio che insegue invano un pezzetto di formaggio posto alla fine del labirinto mentre degli scienziati cattivi lo prendono in giro. L’atmosfera cupa e futuristica nasce soprattutto dal mix di riffing affilato, voce drammatica e suoni spaziali dei sintetizzatori. Quel che le dà un tocco di burlesque cinico sono il ritornello dalla voce sarcastica e il ritmo ramificato, in cui per la prima volta nel disco assistiamo a passaggi più marcati del batterista Negus. Intanto il ritmo dei synth, in crescendo e drammaticamente ascendente, richiama la musica di qualche film futuristico.
“Images At Twilight” è un passo avanti piccolo ma importante nell’evoluzione musicale di questa band unica, che non ha mai avuto l’ambizione di iscriversi tra i grandi nomi del prog rock sinfonico, preferendo forgiare un linguaggio tutto suo, che pescava le idee migliori sia dal mondo progressive sia dal pop. Anche se non ci sono favoriti netti, tutti i pezzi si equivalgono, ognuno a modo suo. Come la maggior parte dei loro dischi, difficilmente entusiasmerà i puristi del progressive ossessionati da ritmi ramificati e sezioni complesse, ma tanto più tutti i buongustai della musica che apprezzano un art rock melodico e incisivo, che mette gli esperimenti arguti davanti alla caccia ai successi radiofonici. Secondo me è un classico del genere, che ancora oggi supera bene la prova del tempo e suona fresco come il giorno dell’uscita, anche se col disco successivo i Saga faranno un altro passo importante nel potenziare l’intensità drammatica del loro suono e le tradizionali trovate argute al cui ritmo le cavallette amano muovere le antenne. Sarebbe molto difficile scegliere il loro album migliore, ma se proprio dovessi indicare il preferito, il candidato principale sarebbe proprio “Images At Twilight”.
Formazione
Michael Sadler – voce, tastiere, basso
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, sintetizzatore moog (basso)
Greg Chadd – tastiere, sintetizzatore moog, cori
Steve Negus – batteria, percussioni
Produzione
Paul Gross
Tracklist
1. It’s Time (Chapter Three) (4:04)
2. See Them Smile (3:24)
3. Slow Motion (3:53)
4. You’re Not Alone (5:26)
5. Take It Or Leave It (4:00)
6. Images (Chapter One) (6:29)
7. Hot To Cold (4:58)
8. Mouse In A Maze (5:43)
Durata dell’album: 37:47