Imperator
Autore: Rok Klemše
Artista: Dalkhu
Uscita: 2010
Durata: 51:00
Voto: 4/5
L’idea di mettere su una band black metal in Carinzia frullava nella testa del fondatore, il chitarrista Sorg, già dal 1999, ma solo quattro anni dopo il progetto ha davvero preso il via e ben presto si è trasformato in un gruppo vero e proprio. Nel 2006 dietro alle pelli si è unito a Sorg Kalki, con cui ha registrato e pubblicato il demo Ars Goetia, accolto più che bene. Per fortuna in entrambi covava la voglia matta di portare il materiale anche sui palchi, così nei due anni successivi i Dalkhu si sono completati con il cantante Berstuk e il bassista Jurij. La band di Slovenj Gradec ha iniziato la sua spietata conquista dei palchi sloveni nel 2008 e in meno di due anni i ragazzi hanno messo in cantiere il loro debutto, che rimette la Carinzia sulla mappa del metal sloveno. L’ultimo vero album metal partorito da questa regione risale al lontano 1992, firmato dalla band di culto Funeral March (Invite to Die!?). Oggi, nell’anno del Signore 2010, ecco invece Imperator!
666… 5… 4… 3… 2… 1… e dopo l’intro i Dalkhu ci attirano a braccia aperte, come un demone, nel loro abbraccio, l’abbraccio dell’oscurità e del black metal primordiale, con l’intento di sputare un bel grumo unto in faccia al “black metal” dei giorni nostri, che si è scordato da un pezzo delle proprie radici, del proprio scopo e del proprio senso. I Dalkhu rinnegano tutto ciò che non va nel black metal di oggi, pieno di kitsch e di robaccia inutile, e già con Preludium to Darkness dimostrano che Imperator è black metal crudo, primordiale e sporco. Esattamente come dev’essere! Su Imperator i Dalkhu presentano un black metal spolpato fino all’osso, spogliato di ogni zavorra inutile: l’atmosfera epica e cupa la costruiscono solo chitarre, batteria e voce rabbiosa. Solo ogni tanto affiorano dei suoni di corni programmati, che però aggiungono atmosfera, e quando in Heretic partono i corni pomposi stai lì ad aspettare che davanti a Helm’s Deep un orco unto ti pianti un’ascia in testa. La musica su Imperator è semplice di base, eppure i Dalkhu riescono lo stesso a creare un’atmosfera epica da paura. E per farlo non servono infiniti strati di “parti sinfoniche” incollate sopra, bastano chitarre epiche e ispirate che a volte tagliano come una motosega appena affilata, mentre nelle linee atmosferiche più lente sono taglienti, fredde e senza compromessi come un bisturi. Soprattutto i “bridge” che collegano le strofe sono scritti e suonati in modo geniale e monumentale: ascoltate con quanta eleganza i Dalkhu vi piantano senza pietà una lama fredda nei timpani e nel cuore in brani come Rendezvous With Destiny, Journey Towards Reality o The Crack of Dusk. Grazie alla maestosità dei pezzi costruiti dai Dalkhu, l’album non diventa monotono nemmeno per un attimo, e a tenere tutto insieme ci pensa anche una batteria varia, dinamica e movimentata. Kalki non cade nell’abuso tipico del black metal di doppia cassa e blast-beat a nastro, ma cura anche una marea di passaggi ben pensati; solo la grancassa si poteva produrre un filo meglio, perché a tratti suona come qualcuno che picchia su una scatola di cartone. I testi, che pure toccano temi molto frequenti nel black metal, prendono vita alla grande grazie a un’ottima prova vocale. Berstuk, con un growl animalesco, aggressivo e crudo, rende alla perfezione l’essenza dell’esistenza dell’uomo vero: individualismo totale, avvolto attraverso la spiritualità anche in un velo di mistero e misticismo. Se proprio alla fine bisogna tirare fuori dei paragoni, i Dalkhu si troverebbero alla grande nella seconda ondata del black metal norvegese, mentre personalmente certi passaggi mi ricordano i primi Windir, soprattutto per l’unica atmosfera epica che ti alza subito il battito e ti carica di adrenalina.
Se siete stufi del black metal moderno pieno di kitsch, Imperator è un obbligo per tutti i nostalgici: è freddo, crudo ed energico, pieno di momenti epici creati in modo magnifico da riff ben pensati e vocalizzi brutali. Porta con sé un messaggio chiaro, espresso in modo simbolico attraverso i testi: l’uomo è un essere spirituale e, allo stesso tempo, individuale. E spero che Imperator porti un messaggio anche per le altre band carinziane, una bella pedata per cominciare a pensare pure loro a far uscire quegli album tanto attesi. Imperator! Liberate me ex caelis!
Formazione
Berstuk – voce
Sorg – chitarra
Jurij – basso
Kalki – batteria
Produzione
Dalkhu
Tracklist
1. In My Arms I Welcome You
2. Preludium to Darkness
3. Heretic
4. A Visit From the Lost Palace
5. Rendezvous With Destiny
6. Awakening of Millenniums
7. Journey Towards Reality
8. The Crack of Dusk
9. Grey Hounds of Heaven
10. Subterranean Harvester Begins