In Camera
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Hammill, Peter
Etichetta: Charisma Records
Uscita: 1974
Durata: 47:34
Voto: 5/5
“In Camera” è stato il quarto album solista uscito dalla mente geniale del cantante, compositore e scrittore Peter Hammill, che si è fatto un nome soprattutto come frontman della leggendaria band progressive rock Van Der Graaf Generator. Il disco nasce in un periodo in cui Hammill aveva ‘appeso al chiodo’ i Van Der Graaf Generator per due anni e la sua carriera solista, con una serie di album eccellenti, era sbocciata davvero. Davanti a una perfezione sonora e a una produzione eccellente, curata come al solito da Hammill in persona e decisamente avanti sui tempi, è piuttosto difficile credere che l’album sia stato registrato con un’attrezzatura da studio semplicissima.
Tutte le tastiere, con in testa mellotron, harmonium, sintetizzatore ARP 2600 e pianoforte, le ha suonate Hammill da solo. Stesso discorso per tutte le parti di chitarra e basso. Proprio in questo periodo aveva iniziato a perfezionare la sua tecnica chitarristica e, oltre all’acustica, si era messo a lavorare più attivamente anche con la chitarra elettrica. In due brani gli ha fatto compagnia il vecchio compare Guy Evans, storico batterista dei Van Der Graaf Generator, mentre nella conclusiva composizione epica di oltre 17 minuti alle percussioni gli hanno dato una mano due amici e collaboratori di lunga data: Chris Judge Smith, batterista originale dei Van Der Graaf Generator (lasciò la band poco dopo l’arrivo di Evans, prima ancora che nel 1969 uscisse il primo album), e Paul Whitehead, illustratore di copertine e grafico che ha disegnato alcune delle più celebri copertine dei VDGG e dei Genesis.
L’atmosfera dell’album, senza sorprese da questo punto di vista, è estremamente cupa, gotica e post-apocalittica, a tratti perfino claustrofobica: insomma, Hammill nella sua versione più riconoscibile e riuscita, il che vuol dire che per stile non è molto lontano da quello che di solito faceva con i Van Der Graaf Generator. I testi sono di conseguenza post-apocalittici, con abbondanti dosi di satira sociale corrosiva, visioni oscure e metafore intelligenti, più tutti i soliti, sempre graditi ingredienti della tipica poesia di Hammill, grazie alla quale si è guadagnato la fama di uno dei più acuti artigiani del testo nel progressive rock.
L’apertura relativamente tranquilla con “Ferret and Featherbird”, dove Hammill si presenta in una delle sue vesti più leggere e malinconiche grazie a bei arrangiamenti di chitarra acustica e pianoforte, è un po’ ingannevole, perché l’album diventa sempre più cupo di brano in brano, come se si avvicinasse via via all’ultimo cerchio dell’inferno dantesco. Il misterioso e vagamente minaccioso “(No More) the Sub Mariner”, che parla della fine irrevocabile di tutte le fantasie adolescenziali e nel titolo contiene un’allusione al celebre supereroe Marvel, il principe Namor, spinge senza pietà l’atmosfera del disco verso acque oscure. Stavolta la voce di Hammill è raggelante e rabbiosa, mentre l’atmosfera claustrofobica viene approfondita dall’ingegnoso accompagnamento del sintetizzatore ARP 2600.
Il saltellante ed energico “Tapeworm” è l’occasione perfetta per il dottore della post-apocalisse di mostrare, con incisive frasi di chitarra, i trucchetti che ha imparato alla chitarra elettrica. I rullate implacabili di Evans regalano a questo gran pezzo un po’ del fascino dei VDGG, mentre le armonie vocali da operetta suonano addirittura vagamente alla Queen. L’atmosfera cupa che pervade l’album perde per un attimo le ali con la bella ballata “Again”, in cui Hammill, con un canto pacato e una melodia commovente alla chitarra acustica, crea una delle sue migliori composizioni confessionali. Come contrasto adeguato e ritorno nelle profondità dei resti di una civiltà decadente e in rovina, l’ascoltatore viene colpito di nuovo in testa col martello dal fenomenale “Faint-Heart and the Sermon”, in cui Hammill costruisce e intensifica gradualmente la tensione. Si distingue in particolare con certi arrangiamenti gotici al mellotron e con un canto come sempre eccezionale, con cui cambia stato d’animo più in fretta di un camaleonte che cambia colore. Nella parte finale crea un’atmosfera davvero epica e grandiosa, di quelle tipiche della maggior parte delle creazioni dei VDGG. La visione apocalittica, alla Nostradamus, di “The Comet, The Course, The Tail” contiene tutti gli ingredienti che hanno fatto di Hammill uno dei visionari musicali britannici più toccanti. Gli arrangiamenti gotico-malinconici alla chitarra acustica sono accompagnati da un canto di una variabilità sbalorditiva e da un testo in cui è scritta, per così dire, la sentenza di morte della civiltà moderna così come la conosciamo.
Il culmine dell’album, senza ombra di dubbio, è la suite demoniaca in due parti “Gog” e “Magog”, che Hammill ha eseguito dal vivo più volte anche con i VDGG. Le due parti di solito vengono unite in un infernale ep di oltre 17 minuti, “Gog Magog (In Bromine Chambers)”, che è di certo una delle composizioni più agghiaccianti nella storia del rock. Per intensità di atmosfera demoniaca può tranquillamente stare accanto all'”evocazione del diavolo” dei King Crimson intitolata “Devil’s Triangle (prvotno Mars)”. Gog e Magog sono due figure mitologiche bibliche, per lo più raffigurate come demoni infernali. Il viaggio epico attraverso le rapide dell’inferno è demoniaco e claustrofobico all’ennesima potenza, e di sicuro non è per i deboli di cuore e di spirito. L’interpretazione vocale di Hammill è incredibilmente brutale e furiosa persino per i suoi standard. Numerosi effetti di sintetizzatore d’avanguardia, soprattutto nella seconda parte, “Magog””, che stilisticamente punta quasi del tutto sulla musique concrete, contribuiscono a spalancare le porte dell’ultimo cerchio dell’inferno dantesco, dove siede il signore dei demoni. Quest’ultimo metterebbe di sicuro volentieri Hammill e i suoi compari dei VDGG a suonare come musicisti della sua corte.
“In Camera” è uno dei lavori solisti più cupi di Hammill, e proprio per questo uno dei migliori, con un’atmosfera infernale al confronto della quale camminare sui carboni ardenti sembra un gioco da bambini. Lo stile compositivo, e quindi la natura della maggior parte dei brani dell’album, insieme al miglioramento della sua tecnica chitarristica, soprattutto all’elettrica, sono stati di certo tra i motivi principali del ritorno dei Van Der Graaf Generator nel 1975. Il grande stakanovista e camaleonte, intanto, stava già facendo piani per il disco solista successivo, in cui avrebbe cambiato in modo evidente stile compositivo e, tra le altre cose, conquistato anche il cuore della generazione punk.
Formazione
Peter Hammill – voce, chitarra, basso, pianoforte, harmonium, sintetizzatore ARP 2600, mellotron
Guy Evans – batteria in 3 e 7
Chris Judge Smith – percussioni, voci di accompagnamento in 8
Paul Whitehead – percussioni in 8
Produzione
Peter Hammill
Tracklist
1. Ferret and Featherbird
2. (No More) the Sub-mariner
3. Tapeworm
4. Again
5. Faint-Heart and the Sermon
6. The Comet, the Course, the Tail
7. Gog
8. Magog (in Bromine Chambers)
7 e 8 di solito vengono unite in un unico brano