In rally per lo spazio infinito sulle teiere dei Gong (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Piazza Unita d'Italia / Trieste / Italia
Data del concerto: 01.08.2009
Numero di spettatori: 3
Prezzo del biglietto: 0,00€ (ingresso libero)
Nella carriera di un concertaro ne capitano di tutti i colori, ma che i leggendari svitati del progressive psichedelico space jazz fusion rock, i Gong, si presentino praticamente sotto casa tua e ti suonino due ore di musica a gratis è un evento improbabile quanto prendersi una cometa cosmica in piena fronte, da scemi. In realtà è stato un onore speciale far parte di questo spettacolo nella grande piazza dell’Italia unita (Piazza Unita d’Italia), che ha richiamato un numero di spettatori inaspettatamente alto, circa 2500. Poco dopo le nove di sera le sedie erano praticamente tutte occupate. Uno penserebbe: “Chi diavolo conosce e ascolta ancora i Gong?”, e invece quelli della vecchia generazione, dai 50 in su, hanno dimostrato di essere ancora veri amanti della musica, che non si sono arresi alla vita da pantofolai e all’obbligo di sorbirsi sdolcinate e scadenti serie serali.
Il sodalizio franco-britannico dei Gong nasce per un gioco di circostanze già nel 1967. Rinfreschiamoci in fretta la memoria. L’australiano Daevid Allen, in quanto membro dei Soft Machine, non viene fatto entrare dalle autorità nel Regno Unito per un visto non in regola, così resta a Parigi e fonda i Gong con Gilli Smyth. Da allora il gruppo, attraverso numerose formazioni che hanno reso più volte necessario adattare il nome Gong, è riuscito ad arrivare fino a oggi e a sopravvivere. Fatto sta che i Gong dalle nostre parti d’Europa si vedono rarissimamente. Quando suonano, suonano nel nord Europa, in Francia, nel Regno Unito e stop. Cioè dove c’è la base principale dei loro fan.
I Gong sono arrivati a Trieste con una formazione di membri originali e di lunga data: Daevid Allen (chitarra, voce), la fischiatrice spaziale Gilli Smyth, Steve Hillage (chitarra), la compagna di vita di Hillage Miquette Giraudy (synthesiser, cori), affiancati da Dave Sturt (basso, cori), Chris Taylor (batteria, cori) e dal versatile Theo Travis (sassofoni, flauto).
La band si è riaffermata e flirta di nuovo con le origini della propria “predica” musicale. Rock psichedelico-sperimentale spaziale, segnato in qualche modo dall’arco che va dall’album “Camembert Electrique” (1971) alla celebre trilogia di Radio Gnome, con gli album “Flying Teapot”, “Angel’s Egg” e “You” (1974). Il repertorio dal vivo si è quindi dedicato a riportare sul palco quel periodo, il che poteva significare una cosa sola. Grande soddisfazione per tutti i fanatici della follia musicale di questa ex vera comune anarchica! Con la sua stravaganza e bizzarria, l’apparizione dei Gong ha ovviamente scatenato subito la rivolta degli infallibili pseudomoralisti al servizio del Grande Fratello, che costringono la massa ai lavori forzati di un vuoto grigiastro.
Alla fine ci siamo potuti godere un pezzetto dell’unicità della provocazione originale dei Gong. Prima, però, bisognava farsi strada attraverso 25 minuti di esibizione di una delle giovani band italiane. Suonavano una specie di indie rock, con contenuti che un ignorante qualsiasi di questo pianeta si assimila in cinque minuti. Chi permette oggi alle band di esibirsi tra vuoti espressivi, minestre riscaldate generiche e tortura dei meccanorecettori degli ascoltatori? Un crimine. Un cantante alla “ColdPlay”, piagnucoloso e compiaciuto di sé, accompagnato da un alternarsi di tre o quattro accordi “pesanti”, a masticare e dondolare pigramente il proprio repertorio. Niente di niente. Né pop, né rock, né punk, né alternative, né… In una frase: “Nuotare nelle sabbie mobili!”
Alle 21.30 i ragazzi hanno avuto pietà di noi e hanno smesso di suonare (purtroppo non sono riuscito a beccare il nome della band rock italiana), e i tecnici hanno impiegato 20 minuti per preparare il palco all’esibizione dei Gong. Sul palco sono saliti per primi i partner Steve Hillage e Miquette Giraudy, che ci hanno portato dritti nell’opener Escape Control Delete. Non ci è voluto molto perché si mettesse in moto anche l’ingranaggio ritmico, quando si è aggiunto al sassofono anche Teo Travis, e il pezzo ci porta su un terreno di semplice ritmo rock, ma con un’energia che potrebbe ricordare a qualcuno anche il “krautrock”. Un inizio parecchio sorprendente. Si tratta di un pezzo nuovo, del prossimo album “Gong 2032”. Questo disco si ricollega direttamente alla trilogia di Radio Gnome, e quindi la sintesi tra i vecchi brani del periodo 1971 – 1974 e il nuovo album, in uscita a settembre di quest’anno, ha significato in scaletta un mix del tutto logico e di gusto, sia sul piano stilistico-espressivo sia per i nomi storici della squadra Gong. I Gong tornano, i Gong “pre-Shamal”.
A metà pezzo sul palco compare Daevid Allen. Un tipo con i capelli d’argento, in testa il cappello da mago Merlino calcato fino alle orecchie, addosso un pigiama a quadri. In piedi sulle gambette fragili, a “sventolare” la chitarra con le braccine fragili. C’è in giro qualcuno più secco e rinsecchito del ragno Allen? Sul pianeta Gong di certo no. Un signore di 71 anni con una folta chioma, senza un’ombra di demenza. Se sei un Gong, semplicemente non puoi invecchiare. Soprattutto nel caso dei Gong. Era chiaro subito che Allen è il canalizzatore di tutto il movimento, di tutta l’essenza, di tutto l’essere della band. Il trio Hillage, Travis, Giraudy costruiva la base su cui il carismatico Allen si è appoggiato senza paura per mettere in mostra la sua faccia stravagante. A metà brano ha gettato via il cappello da gnomo e con gran gioia si è lanciato nella sfida “glissando” con la sua chitarra, afferrando con la destra la leva del tremolo e facendola scivolare lungo il manico. Neanche Hillage gli è rimasto indietro – è solo un’altra tipicità dei Gong. Nel pezzo successivo, Tic Toc, che si può sentire sull’album “Live au Bataclan”, sul palco ondeggia anche madame Gong Gilli Smyth, a sparare il suo grido struggente e unico, che calza a pennello con il distacco totale di questo folle viaggio “psycho space” nella teiera!
Il palco era grande, spazioso, e a rafforzare l’atmosfera c’erano luci di scena ottimamente preparate e rigogliose, che hanno contribuito in modo importante a creare, in due ore, l’universo unico dei Gong. Sullo sfondo non mancavano le proiezioni psichedeliche, accordate al messaggio dei singoli brani in scaletta. Ecco, questa scaletta significava a grandi linee che i Gong di stasera erano più vicini agli amanti degli Hawkwind che a quelli dei Soft Machine. Certo, l’elemento jazz non è stato rimosso del tutto dalla predica, ma Hillage è stato relegato in un ruolo da comparsa ben più marcato di quanto mi aspettassi. In tre o quattro momenti ha ricordato la sua unicità di chitarrista artista, offrendo, attraverso assoli di distorsione tutta sua e di riverbero nettamente accentuato, uno squarcio della sua maestria. Per la maggior parte del tempo, però, i Gong dal punto di vista strumentale l’hanno passata nel dialogo tra le due chitarre di Allen e Hillage e i fiati di Travis. Un dialogo spesso beffardo, trovate musicali psichedeliche del tutto sperimentali, con un forte retrogusto di spontaneità e un momento di sorpresa. Lo si è sentito soprattutto nelle parti dei brani dilatate in “jam” più lunghe, che però funzionavano su motivi ripetuti di un ritmo catturato, con un forte accento sul campionamento dei sintetizzatori (ripetizione di certe sequenze) come esperienza ipnotica.
Oltre ai motivi folli sul telo di sfondo, che abbracciavano tutta l’offerta possibile di infusi di tè del pianeta Gong, i viaggi sulle Teiere e la ricerca di contatto con le varie religioni (dalla Maya al buddismo), un bel po’ di umorismo l’ha portato sul palco lo stesso Allen con la sua sola presenza. Nel nuovo brano della band, Wacky Baccy Banker, una pillola un po’ più ruvida, quasi punkeggiante, del repertorio dei Gong, ha prima chiesto al pubblico come si traduca in italiano la parola inglese “Wanker” (“drkač”). Nessuno in platea ha osato svelare il segreto, ma tutti hanno capito al volo quando Allen ha dedicato il pezzo al “segaiolo” signor Silvio Berlusconi, e sono scoppiati a ridere. Allen ha poi divertito i presenti con la sua maglietta nera con la scritta “Nobody knows I’m A Lesbian”, e ha svegliato il pubblico soprattutto quando è comparso sul palco in tuta argentata aderente, un incrocio tra Spock e David Bowie nel video di Heroes, con l’immancabile cappello a spirale. Se la spirale del cappello fosse la coda di uno spermatozoo o il prolungamento della seconda “g” nella parola Gong, lo sa ovviamente solo Daevid Allen, mentre trafficava con il suo nuovo glissando in Oily Way. Proprio in questa parte il concerto ha vissuto il suo apice, perché la band ha marciato attraverso i fiori della trilogia di Radio Gnome, rievocando l’età dell’oro della spensierata terminologia artistica nel rock della prima metà dei Settanta. Qui i Gong hanno conquistato del tutto il pubblico italiano e la gente si è ammassata nello spazio tra la transenna e la prima fila di sedie.
Una miscela unica e irripetibile di ottima esecuzione, che richiede orecchie affilatissime sui dettagli e presenza di spirito di tutti sul palco, per sapere sempre cosa stanno facendo gli altri colleghi, con una dose concreta di sfottò e stravaganza, provocazione impavida, sfida nell’esplorare e scoprire nuove dimensioni musicali, condita con l’idealismo unico dei Gong, che ha offerto un suono denso e pieno, in cui ogni istante, anche dei motivi più complessi, creava una manifestazione limpida e non distorta della singolare energia musicale di questa “predica”. Dopo le ovazioni rumorose la band è tornata per il bis d’obbligo e ha premiato tutti i fan con il classico Tropical Fish/Selene dall’album “Camembert Electrique” (1971).
Questa esibizione ha offerto uno sguardo su una squadra vitale di vecchie volpi esperte, in cui la parte del leone dei punti a favore se l’è presa, ovviamente, proprio il carismaticissimo e sgangherato Daevid Allen, che resta il motore principale del gruppo. I Gong, che il giorno prima avevano suonato a Catania, città in Sicilia, hanno così chiuso a Trieste la loro breve gita in Italia. Segue una settimana di pausa, poi le esibizioni sui palchi dei festival del nord Europa. A settembre esce l’album “Gong 2032”, che annuncia l’anno dell’unione dei pianeti Gong e Terra, poi a novembre il tour nel Regno Unito. L’esibizione ci ha risucchiato in modo convincente con la sua magia unica per due ore nel mondo del pianeta Gong. Era questo lo scopo. Realizzato in pieno. Resta un obbligo per tutti i gourmet della musica, soprattutto dopo la prova che la band, in una fase matura della propria esistenza, vive una nuova primavera.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. Escape Control Delete 2. You Can’t Kill Me 3. Tic Toc 4. Dynamite: I Am Your Animal 5. Digital Girl 6. Yoni Poem 7. Dance With The Pixies 8. Wacky Baccy Bankers 9. I Niver Glid Before 10. Flute Salade 11. Oily Way 12. Outer Temple 13. Inner Temple 14. She Is The Great Goddess 15. Master Builder 16. Tri-Cycle Gliss 17. You Never Blow Your Trip Forever —bis— 18. Tropical Fish/Selene
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