Indian Summer
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Landberk
Etichetta: Record Heaven Music
Uscita: 01.04.1996
Durata: 46:05
Voto: 3.5/5
»Indian Summer« è stato il quarto e ultimo album dei Landberk, rivitalizzatori svedesi del progressive rock noti soprattutto per le atmosfere cupe, in cui il mellotron contava quanto la chitarra. A differenza dei connazionali Anglagard e Anekdoten, molto più famosi e stimati e ancora oggi in attività con musica nuova, i Landberk non hanno mai raggiunto lo status di culto tra gli appassionati di prog, anche se in tanti gli riconoscono un ruolo importante per l’influenza avuta sulla terza ondata del progressive rock scandinavo-americano. Si sono sciolti dopo soli quattro album in studio, e tra l’altro il secondo, »Lonely Land« (1992), era ‘solo’ la versione inglese del debutto »Riktigt Äkta« (1992), quello con i testi in svedese. Il loro apice creativo i Landberk l’hanno toccato con »One Man Tells Another« (1994). Il membro più noto è il chitarrista Reine Fiske, che in seguito è finito in una marea di formazioni e progetti svedesi di prog, jazz rock e indie rock, come Morte Macabre, Paatos, Dungen, The Amazing, Elephant9 e Motorpsycho, giusto per citarne qualcuno. Come Anglagard e Anekdoten, i Landberk sono sempre stati fissati con i King Crimson, ed ecco perché il mellotron nel loro sound era praticamente al centro di tutto. Verso la fine della carriera si sono un po’ allontanati dalle influenze prog per dedicarsi a post-rock e alternative rock.
Rispetto ai più celebri connazionali appena citati, che amavano ‘complicarsi la vita’ con improvvisazioni a go-go, i Landmark hanno sempre dato la precedenza alla struttura melodica della maggior parte degli arrangiamenti, e così è stato anche su »Indian Summer«, senza dubbio il loro lavoro più leggero e accessibile, anche per quei buontemponi per cui ascoltare gli sperimentatori post-apocalittici della scuola prog scandinava è una bella sfida. In questa fase della carriera hanno iniziato ad assorbire elementi di post-rock e alternative rock, il che era parecchio distante dagli esordi. L’opener »Humanize« è il classico attacco alla Landberk, con un arrangiamento centrale malinconico al mellotron che ti risucchia in un attimo nel gelo delle notti scandinave, mentre la cupa elegia da nove minuti »All Around Me« flirta con la psichedelia e a tratti ricorda un po’ i primi Porcupine Tree, vocoder compreso. Particolarmente riuscita è la splendida parte strumentale, con un assolo di chitarra ramificato e ondate di mellotron che creano un’atmosfera eterea.
Nel relativamente compatto »1st of May« le cose si scaldano parecchio, con frasi di chitarra incisive per cui qualcuno definisce i Landberk ‘heavy prog’, mentre il cantante Patric Helje, che a tratti somiglia parecchio a Bono (U2), costruisce con efficacia un dramma malinconico. »I Wish I Had a Boat« è una ballata a trazione mellotron, con tante improvvisazioni brevi, effetti interessanti e un’atmosfera funerea che ti gela il sangue nelle vene. »Dustgod« ha armonie vocali struggenti poggiate su complessi passaggi di batteria pieni di elementi jazz fusion, e l’assolo di chitarra finale chiude il pezzo in modo efficacissimo. »Dreamdance«, immersa in sognanti ondate di mellotron, parte con un’interessante improvvisazione di basso, a cui segue un’escalation ritmicamente intelligente e la costruzione di un’atmosfera intensa.
»Why Do I Still Sleep«, dal ritmo lento, è l’incarnazione dell’oscurità anche per gli standard dei Landberk, e qui va lodata in particolare la voce ospite di Sara Isaksson, che crea un contrasto eccezionale e rende ancora più profonda un’atmosfera malinconica oltre ogni descrizione. L’album si chiude con la title track in chiave post-rock, »Indian Summer« appunto, che suona come una specie di messa funebre, con Fiske che per metà pezzo strimpella una sola corda della chitarra, prima di passare a un’improvvisazione minimalista. Di tutto il disco è senza dubbio l’esperimento di gran lunga più strano, che a seconda dell’umore del momento lascia sensazioni piuttosto contrastanti e potrebbe piacere anche ai fan dei tardi Talk Talk.
I maestri dell’oscurità e della malinconia scandinava chiudono con »Indian Summer« la loro breve ma ammirevole carriera, e lo fanno con dignità. Sul disco d’addio non hanno sfornato chissà quali vette e a tratti sembra che l’ispirazione compositiva li stia lentamente abbandonando, mentre assorbono gli elementi post-rock, ma ogni brano è come minimo solido. Certo, prima di ascoltarlo meglio non essere in uno stato depressivo, perché »Indian Summer« da questo punto di vista non è proprio un calmante. A differenza di Anglagard e Anekdoten, nel breve periodo di attività i Landberk non hanno firmato un capolavoro di grande risonanza da mettere tra i classici del progressive rock, ma tutti i loro album sono stati, a modo loro, interessanti e invitanti per chi, nella prima metà degli anni Novanta, quando è partita la terza ondata del prog, sentiva la mancanza dei King Crimson, però senza i loro esperimenti improvvisativi in grande stile. Lo stile art/post-rock di »Indian Summer« Fiske l’ha poi sviluppato a fondo con la sua band successiva, i Paatos, che per un po’ è stata spinta con convinzione dalla prestigiosa etichetta prog InsideOut.
Formazione
Patric Helje – voce
Reine Fiske – chitarra
Stefan Dimle – basso
Jonas Lindholm – batteria
Simon Nordberg – tastiere
MUSICISTI OSPITI:
Sara Isaksson – voce (7)
Lotta Johansson – sassofono (1)
Sebastian Öberg – violoncello (4)
Produzione
Simon Nordberg
Tracklist
1. Humanize (6:07)
2. All Around Me (9:03)
3. 1st Of May (3:34)
4. I Wish I Had A Boat (5:41)
5. Dustgod (5:04)
6. Dreamdance (4:49)
7. Why Do I Still Sleep (7:55)
8. Indian Summer (5:12)