Invictus (Iconoclast III.)

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Artista: Heaven Shall Burn
Etichetta: Century Media
Uscita: 2010
Durata: 45:13
Voto: 3.5/5

Gli iperattivi Heaven Shall Burn mantengono la promessa. Eccoci quindi alla fine della loro trilogia “Iconoclast”. Ecco il terzo e ultimo capitolo, intitolato “Invictus”. Cioè un finale di storia all’insegna dell'”invincibile”.

Gli Heaven Shall Burn continuano a ispirarsi a figure storiche, alle avventure delle battaglie della seconda guerra mondiale, e li attraggono i grandi personaggi del passato che hanno tenuto testa a tutto per la propria fede e per raggiungere i loro obiettivi. Predicano contro le ingiustizie e la manipolazione di massa, ma il conto finale dell’equazione di solito è lo stesso da entrambe le parti. Zero, insomma. La battaglia tra bene e male, tra follia e ragione. I messaggi non sono nuovi, però ogni tanto fa bene mandarli giù, perché ti ricordano che l’invincibilità del singolo sta proprio nel restare puro dentro, mentre sviluppi la tua identità, così il Grande Fratello non ti spazza via in mezzo alle montagne umane di batterie programmate con data di scadenza.

L’impronta sonora tipica della band resta una costante anche su “Invictus”. Se riavvolgiamo un attimo il nastro, è il riassunto della scuola del death metal di Göteborg, con un forte senso per la componente melodica, più o meno quello che hanno definito gli At The Gates. Gli Heaven Shall Burn invece puntano sulla velocità esplosiva, dettata dal comando devastantemente veloce della doppia cassa, dallo stampo secco e tagliente dell’asse dei riff, per poi uscire ogni tanto da questa posizione e buttarsi, come ti aspetti, nelle armonie di terzine di plettrata veloce sui riff, che nei pezzi accompagnano soprattutto le melodie dei ritornelli. La produzione è di nuovo vincente e spazza via tutto davanti a sé. La sensazione è di ritrovarsi nell’angolo più maledetto della Terra. Se questo non è il paradiso, allora che brucino i cieli e che sia l’inferno! Posso dire che stavolta si tratta di un album degli Heaven Shall Burn con una produzione ancora più dinamica, meglio distribuita e rifinita che mai. Perfino il basso stavolta non viene coperto del tutto dai riff e dalla combinazione di blast beat tra rullante e doppia cassa. Ed è un bene. Dà quella sensazione di profondità, di vitalità che la carta del suonare agli estremi per raggiungere la brutalità richiede eccome, per evitare l’effetto di un suono ermeticamente sterile.

La voce è di nuovo quell’anello imprescindibile che rappresenta il marchio di fabbrica e l’emblema riconoscibile di questa band. Evita con successo di tagliare i versi su un’unica frequenza, mentre costruisce il suo profilo da un approccio a media intonazione, che si avvicina al confine del growl (anche se non lo è!), fino all’urlo alto e altissimo (lo screaming core). Spesso è sostenuta da voci brutali aggiuntive, per ottenere un effetto più forte di aggressività nei brani, oltre che per armonizzare e riempire ulteriormente il loro impasto sonoro. Resta l’elemento attivo della definizione di metalcore secondo gli Heaven Shall Burn, che spinge avanti per tutto l’album la macchina dell’identità riconoscibile della band.

Detto questo, va segnalato che Invictus è probabilmente l’album più duro della carriera della band. Almeno questa è la sensazione, perché soprattutto nella parte centrale il gruppo ha condito il disco con una valanga di demolitori secchi, implacabili nella loro versione estrema di brutalità compatta, suonata e cantata con tutta la forza possibile, a tutta forza E ovviamente con la rabbia necessaria. Quindi la melodia su “Invictus” resta un po’ in ombra rispetto ai precedenti dischi degli Heaven Shall Burn, anche se è comunque un album che tutti i fan della band si divoreranno con la massima fame. Il puntare tutto sull’aggressività porta anche al fatto che alcuni brani, nel complesso, si somiglino parecchio di più tra loro rispetto a quanto si poteva notare nei dischi precedenti.

Nonostante le osservazioni di sopra, l’apertura dell’album è anche il suo momento più forte. Un’apertura sulle orme dei compositori classici dimostra ancora una volta che in ogni tedesco si nasconde un pezzetto di Wagner, e questo vale anche per gli Heaven Shall Burn. L’introduzione, quanto mai azzeccata, si trasforma in un barile di nitroglicerina in fiamme quando la band attacca con The Omen. È in fondo ciò che incarna la maggior parte dei brani della prima parte della trilogia. Un’audace combinazione di melodia e aggressione dentro un demolitore metalcore compatto di sfida, a un livello di alta qualità creativa per la band. Su questa falsariga l’album prosegue con Combat, dove piace il getto sporadico di raffiche di passaggi complessi, attraverso i quali la batteria si fa strada in modo esaltante. Con Combat la band spinge ancora di più sull’acceleratore, mantenendo allo stesso tempo l’efficacissima freschezza dell’inserimento della componente melodica, fatta di fregi chitarristici di plettrata sui riff. Da qui in avanti, però, le cose non riescono più a tenere quel livello. Soprattutto la batteria monodimensionale, dove la band spinge in primo piano a ogni costo la doppia cassa, crea un’impressione di brani clonati. Non ci sono grandi differenze di composizione e di atmosfera tra Of Forsaken Poets, Return To Sanity, Against Bridge Burners, Sevastopol o Burried In Forgotten Grounds.

The Lie You Bleed For, a metà album, è una deviazione benvenuta, in cui la convivenza di rullante e blast beat di doppia cassa dialoga con ispirazione con la plettrata veloce sui riff e con la manipolazione vocale di una messinscena efficacemente sinistra. Verso la fine del disco troviamo poi un esperimento gradito della band nel brano Given In Death. Qui la band ha deciso di invitare come ospite, in un duetto vocale, Sabine Weniger dei Deadlock. La parte iniziale del pezzo, all’inizio insolita e perfino irritante, con un difficile denominatore comune tra il metalcore e gli approcci del gothic metal, viene presto salvata con efficacia dal seguito. Qui la band finalmente scende dal piede sull’acceleratore e lascia che la melodia si dispieghi. Insieme a lei si dispiega anche l’atmosfera particolare che crea, portando l’album a una chiusura da grande teatro drammatico!

“Invictus” è insomma il tipico album degli Heaven Shall Burn. È molto buono, ma di nuovo non così entusiasmante e fresco come la prima parte della trilogia “Iconoclast”. Forse la voglia della band di piazzare in studio il massimo del proprio orientamento sonoro estremo e sinistro era troppo grande, e così per un attimo si è dimenticata della possibilità di variare ulteriormente le singole strutture degli arrangiamenti. Dubito che i ragazzi avessero fretta di togliersi di torno un nuovo prodotto, cosa che avrebbe potuto lasciare vuoti espressivi da “pressapochismo”. Gli Heaven Shall Burn sono una band che porta con sé il concetto di alta qualità, e per questo le aspettative verso i loro lavori sono tanto più alte. Si tratta semplicemente di un momento di evoluzione della band, che non offre una rappresentazione all’altezza della sua solita forza creativa negli arrangiamenti, ma mantiene comunque il livello di qualità desiderato e richiesto. Ed è quello che permette agli Heaven Shall Burn di restare una band metal moderna e incandescente sulla mappa musicale di oggi.

Formazione

Marcus Bischoff – voce
Alexander Dietz – chitarra
Maik Weichert – chitarra
Eric Bischoff – basso
Matthias Voigt – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Sabine Weniger – voce nel brano n. 11.
Sebastian Reichl chitarra nel brano n. 11.

Produzione

Tue Madsen

Tracklist

01. Intro
02. The Omen
03. Combat
04. I Was, I Am, I Shall Be
05. Buried in Forgotten Grounds
06. Sevastopol
07. The Lie You Bleed For
08. Return to Sanity
09. Against Bridge Burners
10. Of Forsaken Poets
11. Given in Death
12. Outro

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