Iron Maiden: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 14.04.1980
Produttore: Wil Malone
Durata: 40.25 min
Genere: Heavy Metal / N.W.O.B.H.M.
Voto: 8.5 / 10
Il 14 aprile 1980 la storia della musica è cambiata per sempre, in un attimo. Una storia che aveva cominciato a scriversi cinque anni prima dell’uscita del debutto della belva heavy metal Iron Maiden. Babbo Natale, il giorno di Natale del lontano 1975, è stato più che generoso, oppure il nome di Steve Harris stava in cima alla sua lista dei “bravi”. Biscotti e latte aspettavano sempre l’allegro ometto in rosso sul tavolo di Harris e in cambio lui ha lasciato sotto l’albero di Steve un pacco avvolto in carta lucida, con un enorme fiocco rosso, ma dal nome sinistro di un attrezzo di tortura medievale: Iron Maiden.
Ne è passata di acqua sotto i ponti prima che il “mastermind” degli Iron Maiden Steve Harris riuscisse a mettere insieme una formazione stabile e, dopo quasi cinque anni di attività, a pubblicare per la EMI il debutto omonimo. Ma il treno in corsa chiamato Iron Maiden, già prima di quell’uscita, non lo fermava più nessuno. Meglio riportare le parole del chiacchierato DJ del Soundhouse Neil Kay, che ha avuto un ruolo importante nella prima scalata dei Maiden: “Ogni tanto, dalla massa di nomi sconosciuti e pieni di speranze che affollano le strade del mondo rock, emerge una band davvero speciale. Una di queste sono gli Iron Maiden, che con la loro nascita hanno portato uno stile di rock così potente, coraggioso e sincero che solo il successo può ripagare il loro impegno”.
Il disco Iron Maiden porta un suono a cui, se conosci solo il periodo con Bruce Dickinson, non sei abituato. Il debutto si distingue soprattutto per un sound crudo, primordiale, quasi primitivo, “punky”, che scioccherà chi è abituato alle tipiche melodie Maiden dell’era Dickinson. A dare questo marchio è soprattutto la voce ruvida di Paul Di’Anno. Certo, qualitativamente Di’Anno sta chilometri dietro a Dickinson, ma secondo me non è mai stato apprezzato abbastanza (da nessuno di noi). Nel sound crudo dei primi Iron Maiden ci stava come il cacio sui maccheroni, perché gli esordi delle Vergini sono definiti da un suono sporco e grezzo, sia nel materiale sia nella produzione. A “colpa” della produzione “sporca” del primo disco è soprattutto la band stessa, cioè ‘Arry, perché anche se come produttore figura Will Malone, la maggior parte del lavoro da produttori l’hanno fatta da soli. Anche se Harris ha dichiarato più volte di non essere proprio fiero della produzione del disco, tra molti fan i primi due dischi restano ancora tra il meglio che i Maiden abbiano mai registrato. Niente di strano: con la loro energia cruda e la loro potenza danno dipendenza in un attimo. Iron Maiden porta anche il tipico sferragliare del basso del velocissimo Harris, che è sempre stato la forza centrale, il motore dei pezzi dinamici e in trent’anni di carriera è diventato il suono marchio di fabbrica di Harris. Per la maggior parte della gente una delle prime associazioni alle parole Iron Maiden è la carismatica “mascotte”, il batterista Nicko McBrain. Nicko lo conosceremo ancora bene, su Iron Maiden invece si presenta Clive Burr, che con Harris forma una sezione ritmica solidissima. Infine ci sono gli ottimi chitarristi Dave Murray e Dennis Stratton (Iron Maiden è l’unico disco su cui ha suonato), che anticipano un’altra caratteristica diventata inseparabile dai Maiden: le armonie in terze. Soprattutto Murray brilla con alcuni assoli davvero ottimi, diventati parte importante dell’indimenticabile repertorio. Ho la sensazione di dimenticare qualcosa… Ah, certo, Iron Maiden non porta solo il suono che ha definito l’heavy metal: la copertina ci presenta il personaggio che è diventato il simbolo più riconoscibile della band e dell’heavy metal, trasformandosi in un vero e proprio marchio: Eddie, ovvero Edward the ‘Ead, Edward the Head o anche Edward the Great. Chiamalo come ti pare, dalla copertina ci fissa minaccioso la prima di una serie di fantastiche illustrazioni di Derek Riggs. Già che ci siamo, accenno al volo la storia da cui Eddie ha preso il nome: “Eddie Head è nato senza corpo, senza braccia e senza gambe. Tutto ciò che aveva era la testa. Nonostante questo difetto, i genitori gli volevano un bene dell’anima. Per il sedicesimo compleanno di Eddie, papà e mamma trovarono un dottore in grado di dare un corpo a Eddie. Quando i genitori tornarono a casa, non vedevano l’ora di dire a Eddie che avrebbe avuto un corpo e sarebbe diventato come tutte le persone normali. Dissero a Eddie: “Sai che sorpresa abbiamo per te! Un regalo migliore non lo riceverai mai!” Ed Eddie rispose: “Oh no, non di nuovo un cavolo di cappello!”
Se c’è una band metal che si merita un’analisi più dettagliata dei dischi, sono proprio gli Iron Maiden. Se il disco che abbiamo davanti non lo conosci ancora, ti consiglio di fermarti qui e di fiondarti subito nel negozio di dischi più vicino ad aggiungere Iron Maiden alla tua collezione, dove in realtà dovrebbe già essere! Perché te lo consiglio? Non voglio rovinarti il piacere del primo ascolto di questo ottimo debutto. Ascoltati il disco e poi torna qui. I veri fan il disco ovviamente ce l’hanno già e non avranno grosse sorprese, ma magari ti svelo qualche dettaglio che ancora non conosci. Cominciamo!
Il disco si apre con la travolgente Prowler, che convince e ti prende già dalle prime battute di una melodia contagiosa. L’eccitante “up-tempo” del pezzo riassume alla grande quello che passa per la testa dell’esibizionista di turno descritto nel testo. Grazie a un’ottima melodia e a una forza grezza, Prowler è diventata una delle canzoni più amate della band e un favorito dal vivo. Anche se con un testo piuttosto fiacco su un pervertito a cui piace aprire l’impermeabile davanti a signore ignare e mostrare loro i suoi gioielli di famiglia non raggiunge i capolavori lirici successivi della band, con la sua energia cruda si è fatta largo nel cuore di tutti i fan. Prowler era già comparsa nelle prime registrazioni ufficiali della band, The Soundhouse Tapes, ma la versione su Iron Maiden, dal tempo più veloce, mette completamente in ombra quella più vecchia. Con l’assolo e i riff incisivi “wah wah” Murray incendia tutto! Sanctuary è stato il secondo singolo della band, finito solo nell’edizione americana del disco, mentre in quella europea è entrato soltanto con la ristampa del 1998. Sanctuary prosegue in modo simile, veloce e incisivo come Prowler, e parla di un fuggiasco dalla legge che tutto il male di cui è stato testimone ha spinto nella follia. Un pezzo semplice ed energico che non raggiunge gli standard Maiden, ma grazie ai buoni riff e all’assolo di Murray, seguito da una realistica sirena della polizia (immagina di ascoltarlo in macchina), si è guadagnato un posto tra i brani più noti della band. Come curiosità, ricordo ancora il polverone sollevato dalla copertina del singolo firmata Riggs, su cui Eddie ha appena accoltellato la lady di ferro Margaret Thatcher. Remember Tomorrow è sicuramente il pezzo che distingueva i Maiden e li ha sollevati ben sopra la scena punk degli anni Ottanta. Un pezzo dinamico, con alternanza di parti calme e incisive, diventato uno degli evergreen della band. Una delle migliori prove vocali di Di’Anno, che alterna acuti urlati a una chitarra altrettanto urlante. Running Free è stato il primo singolo della band e ancora oggi resta uno dei suoi pezzi storici più noti. Purtroppo è anche uno dei brani più deboli del disco, perché con il ritornello ripetitivo e la struttura semplice si annacqua rispetto agli altri pezzi. Anche nel testo si tratta di una storia semplice su un adolescente scappato di casa che gira gli USA in autostop, e Di’Anno sostiene che racconti i suoi problematici anni da teenager. Alla successiva creatività geniale della band fa strizzare l’occhio senza dubbio il miglior pezzo del disco, il primo degli “epic” di Harris, Phantom of the Opera. Ovviamente si basa sull’omonimo romanzo dello scrittore francese Gaston Leroux del 1910, che racconta del fantasma sfigurato Erik, che terrorizza l’Opera di Parigi e si innamora della cantante lirica Christine Daae, il che porta a un finale inevitabilmente tragico. Strumentalmente è uno dei migliori pezzi degli Iron Maiden, perché otto minuti geniali non concedono nemmeno un attimo di noia. Dal motivo di chitarra iniziale, passando per diverse complicate parti soliste con duelli di chitarra tra Murray e Stratton, l’ottimo inserimento della voce di Di’Anno e la sezione ritmica dinamica dettata dal tipico galoppo di Harris, è pura perfezione Maiden. Una delle parti strumentali più brillanti può misurarsi senza vergogna con quella dell’epica Seventh Son of a Seventh Son. Sulle influenze prog rock di Harris punta il primo dei quattro strumentali della band, la fantastica Transylvania, in cui tutti i membri della band impazziscono e galoppano come una mandria di bisonti. Di nuovo gli assoli se li scambiano i bravissimi Murray e Stratton, mentre la sezione ritmica, all’epoca senza dubbio la migliore in circolazione, distrugge tutto ciò che trova davanti. All’inizio il pezzo aveva un testo, abbandonato grazie all’ottima resa strumentale. Avrebbe parlato di vampiri e di Vlad l’Impalatore? Transylvania scivola piano nella malinconica Strange World, che presenta un Di’Anno più delicato e melodico, che si sposa alla grande col tempo calmo e lento del brano. Uno dei testi migliori del disco non offre una spiegazione diretta e lascia spazio a interpretazioni personali, che vanno dal farsi di droghe fino al tema che si intreccia con quello vampiresco di Transylvania. Io il testo lo leggo come la descrizione di un futuro utopico, che ricorda quello del Mondo nuovo di Huxley. Segue un altro classico della band e, assieme a Phantom of the Opera, miglior pezzo del disco, il primo dei quattro capitoli sulla prostituta Charlotte, Charlotte the Harlot. Il testo, che parla di un amore difficile per una prostituta e del dolore che ne deriva, è anche strumentalmente un ottimo pezzo, in cui brilla soprattutto Murray, che l’ha scritto, mentre Di’Anno si distingue nella parte più calma, che garantisce un’ottima varietà e dinamicità. Il disco si chiude con Iron Maiden, diventato l’inno della band e unico pezzo che suonano dagli inizi fino a oggi. Peccato, verrebbe da dire, perché è un pezzo del tutto nella media, senza nemmeno un assolo e con un testo strano. È difficile capire come un pezzo così nella media sia potuto diventare una presenza obbligata nel repertorio degli Iron Maiden.
Iron Maiden è un disco che sta bene in qualsiasi collezione metal, anche se annuncia soltanto le successive opere brillanti della band. Nonostante chitarre, basso, voci e testi fiacchi siano lontani da quello che i Maiden ci hanno offerto da The Number of the Beast in poi, Iron Maiden è il miglior disco della Nuova ondata di heavy metal britannico (NWOBHM), anche se gli Iron Maiden si sono ben presto allontanati parecchio da quel sound. Il disco Iron Maiden è un eccellente indicatore dell’evoluzione del sound degli Iron Maiden e un’uscita di importanza storica, per la band, per il genere e per tutta la storia della musica. Up the Irons!
autore: Rok Klemše
Tracklist:
1. Prowler (03:56)
2. Sanctuary (03:16) – solo nella versione remastered del 1998
3. Remember Tomorrow (05:28)
4. Running Free (03:18)
5. Phantom Of The Opera (07:08)
6. Transylvania (04:19)
7. Strange World (05:32)
8. Charlotte The Harlot (04:13)
9. Iron Maiden (03:36)
Formazione:
Paul Di’Anno – voce
Dave Murray – chitarra solista e ritmica
Dennis Stratton – chitarra solista e ritmica, voce
Steve Harris – basso, voce
Clive Burr – batteria
