Iron Maiden: Seventh Son of a Seventh Son

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Etichetta: EMI Records
Data di uscita: 11/4/1988
Produzione: Martin Birch
Durata: 43.51 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10/10


Nel 1988 gli Iron Maiden erano all’apice artistico e commerciale della carriera, e non era certo una sorpresa per chi li seguiva dai primi anni Ottanta, quando, dopo l’arrivo del cantante-tuono Bruce Dickinson, erano diventati in un lampo una delle band di punta dell’heavy metal del periodo. Il 1988 fu un anno cruciale per la band: gli Iron Maiden furono gli headliner del prestigioso festival Monsters of Rock a Donington e lo ‘conquistarono’, dopo aver pubblicato il cult «Seventh Son Of a Seventh Son», a oggi il loro unico progetto concettuale e una delle imprese più ambiziose di tutta la carriera, con cui (ancora una volta) sono usciti dai confini dell’heavy metal tradizionale e (soprattutto nella title track) hanno fatto l’occhiolino a qualche influenza sinfonica da prog rock.

Il bassista e capobanda Steve Harris ha preso l’ispirazione per il concept esoterico che attraversa i testi di «Seventh Son of a Seventh Son» da un libro e dalla leggenda folklorica del settimo figlio di un settimo figlio, un individuo eccezionale dotato di poteri soprannaturali, chiaroveggenza compresa. La profezia che aleggiava sulla sua nascita conteneva però un enigma scottante: una volta diventato adulto, questo bambino prodigio userà i suoi talenti straordinari per il bene o per il male, sigillando con la sua scelta il destino dell’umanità? Coerentemente col concept, Eddie nella sua nuova reincarnazione, presentata nell’ottima copertina di Derek Riggs, ha subìto una metamorfosi fantastica: dal cyborg futuristico di «Somewhere In Time» (1986) è diventato il settimo figlio del settimo figlio, rinato in mezzo ai ghiacciai dell’Antartide e alle immagini congelate del suo cupo passato.

A differenza del fenomenale ma spesso colpevolmente sottovalutato «Somewhere In Time», dove si faceva un uso splendido di sintetizzatori per chitarra e basso, con «Seventh Son of a Seventh Son» gli Iron Maiden hanno deciso di usare finalmente dei veri sintetizzatori, dando agli arrangiamenti sinfonici un suono molto più ‘organico’, anche se il loro precedente esperimento coi synth per chitarra era stato il più riuscito della scena metal dell’epoca (soprattutto rispetto ai Judas Priest e al loro «Turbo» (1986)). La visione ambiziosissima di Harris per il sound di «Seventh Son» richiedeva però una produzione ancora più maestosa ed epica, con un retrogusto di misticismo, se gli Iron Maiden volevano raccontare a dovere il concept del veggente prodigioso.

Il bassista leggendario è sempre stato un grande fan del rock progressivo e una volta ha perfino dichiarato di essere finito nel metal solo perché tecnicamente non era abbastanza preparato per suonare prog; per questo da anni covava la voglia di portare gli Iron Maiden, almeno per un po’, verso acque più complesse negli arrangiamenti e nel ritmo, il che era anche la loro logica evoluzione sonora. I primi segnali di arrangiamenti più elaborati si sentivano già in alcuni episodi dei dischi precedenti, soprattutto nei capolavori «Powerslave» (1984) e «Somewhere In Time», ma è stato «Seventh Son of a Seventh Son» il disco con cui gli Iron Maiden hanno influenzato di più la nascita e lo sviluppo del metal progressivo.

L’idea di una nuova direzione concettuale piaceva del resto anche agli altri membri della band, tant’è vero che anche il cantante Bruce Dickinson, che su «Somewhere In Time» non aveva lasciato nessun contributo di scrittura, ha collaborato di nuovo e con grande successo con Harris e col chitarrista Adrian Smith alla composizione di alcuni dei pezzi più riusciti del disco. «Seventh Son of a Seventh Son» non è un album del tutto concettuale, perché non tutte le idee sono legate bene tra loro, cosa che alcuni membri della band, con in testa il grande appassionato di esoterismo Dickinson, rimpiangono ancora oggi, ma in mezzo all’atmosfera mistica che domina è una pecca quasi trascurabile.

La maggior parte dei testi tocca i soliti temi degli Iron Maiden, cioè l’eterno conflitto tra bene e male, paradiso e inferno, con in più un pizzico di esoterismo. Tutte le composizioni del disco sono costruite attorno alla title track, che ne è il culmine epico, mentre ci trovi anche tre singoli di grande successo, guidati dal megahit «Can I Play With Madness», che tra i metallari è ormai diventato praticamente un brano popolare. Anzi, la maggior parte dei pezzi del disco, compreso l’inno d’apertura «Moonchild», che pare sia stato ispirato dall’omonimo romanzo del famigerato Aleister Crowley, fa parte da sempre dei classici degli Iron Maiden.

Della natura concettuale dell’album più malinconico e mistico della carriera degli Iron Maiden fino a quel momento parlano anche il verso d’apertura e quello di chiusura, con arrangiamento acustico, che consegnano una profezia misteriosa e cupa. «Infinite Dreams», catalizzatore di energia incoronato da un testo filosofico-mistico, con un’incisività che dopo l’assolo di chitarra iniziale cresce di secondo in secondo, per la difficile esecuzione vocale non è diventato, a differenza degli altri singoli del disco, un appuntamento fisso dal vivo, ma è facilmente una delle composizioni migliori, con tantissimi cambi di rotta inaspettati, armonie di chitarra gustosissime e un ritornello possente.

Il già citato «Can I Play With Madness», il brano più famoso del disco e un gran successo, vanta un ritornello allegro che ti si appiccica subito alle orecchie, quindi non stupisce che abbia avuto un tale riscontro. Anche perché, dal punto di vista degli arrangiamenti, rispetto alla maggior parte degli altri pezzi di «Seventh Son of a Seventh Son» offre un divertimento d’ascolto piuttosto semplice e diretto. Senza dimenticare, ovviamente, l’indimenticabile video con il compianto Graham Chapman dei Monty Python nel ruolo principale. «The Evil That Men Do», rivestito di passaggi malinconici di chitarra e dedicato all’antichissima verità sulla cattiveria umana, all’uscita era uno dei pezzi migliori di «Seventh Son of a Seventh Son», ma con gli anni, a furia di essere suonato troppo spesso dal vivo, ha perso una bella fetta del suo fascino ambientale originale.

Il pezzo migliore e insieme più ambizioso di «Seventh Son of a Seventh Son» è la title track, un capolavoro epico che con la sua atmosfera marcatamente malinconico-drammatica, tra un uso variegato delle tastiere, vagonate di armonie di chitarra drammatiche e insoliti cambi di tempo in cui prendono vita cupe immagini folkloriche, è stata una breve gita nel territorio del rock progressivo sinfonico, ovviamente a motore metal. Capitolo a parte è stata la prova vocale di Dickinson, che col suo tipico stile tonante evoca un ambiente esoterico, senza farsi mancare un breve inserto narrativo subito prima della chiusura di questo possente poema. La ricetta vincente dell’uso epico dei sintetizzatori gli Iron Maiden l’hanno poi ripetuta su «No Prayer For the Dying» (1990) nel gioiello «Mother Russia», che ha un’atmosfera melodrammatica simile grazie ai synth e alle visioni cupe di immagini mistiche in mezzo alla tundra siberiana. Su «The Prophecy», una delizia malinconica un po’ trascurata, con un ritornello trionfale e un’ottima chiusura celtico-trovadorica, ha lasciato il suo marchio di compositore, insieme a Harris, anche il chitarrista Dave Murray.

Un altro singolo celebre, «The Clairvoyant», è, insieme a «Moonchild» e alla title track, il pezzo concettuale centrale di «Seventh Son of a Seventh Son», pare ispirato dalla morte di una (presunta) veggente e poi fuso alla perfezione col concept del settimo figlio chiaroveggente. All’assolo di basso iniziale segue un passaggio possente verso la sezione epica, con Dickinson al massimo delle sue capacità vocali, armonie di chitarra in terze e spietati colpi di rullante firmati dal ‘vecchio, caro’ Nicko McBrain. «Only the Good Die Young», inno spesso trascurato, rappresenta la chiusura epica del disco nella migliore tradizione Iron Maiden, con Dickinson in forma fenomenale, mentre i due chitarristi tornano a ‘sparare’ come si deve; contiene anche uno dei testi migliori di tutta la loro carriera, che applaude a un fatto triste ma spesso verissimo: le brave persone muoiono per lo più giovani, mentre i farabutti arrivano spesso a un’età avanzata, a meno che non si suicidino per caso.

Il capolavoro dall’anima progressive «Seventh Son of a Seventh Son» è il finale della trilogia epica degli Iron Maiden aperta da «Powerslave» e «Somewhere in Time», un erede che non sfigura accanto ai due trionfali predecessori, mentre le tastiere regalano ad alcuni brani una dimensione completamente nuova. La formazione degli Iron Maiden tra il 1983 e il 1988 è a buon diritto ancora oggi la più apprezzata, e alla fine degli anni Ottanta la band era davvero all’apice della carriera. Mantenere una qualità così alta come quella con cui gli Iron Maiden hanno attraversato gli anni Ottanta era ovviamente difficilissimo, e dopo l’addio di Smith nel 1989, conseguenza logica del fatto che gli altri non volevano proseguire con quell’evoluzione sonora ambiziosa, le cose sul piano artistico sono andate per un po’ lentamente in discesa, anche se pure nei ‘difficili’ anni Novanta, quando la loro popolarità si è sciolta in fretta a favore dell’ondata metal/rock ‘brutale-depressiva’ d’oltreoceano, non hanno fatto nessun disco davvero brutto («The X Factor» del 1995 è anzi uno dei loro lavori più sottovalutati).

Autore: Peter Podbrežnik


Tracklist:
1. Moonchild (5:38)
2. Infinite Dreams (6:08)
3. Can I Play With Madness (3:30)
4. The Evil That Men Do (4:33)
5. Seventh Son of a Seventh Son (9:52)
6. The Prophecy (5:04)
7. The Clairvoyant (4:26)
8. Only the Good Die Young (4:40)

Formazione:
Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso, sintetizzatore basso
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra, sintetizzatore
Nicko McBrain – batteria, percussioni

Iron Maiden – Can I Play With Madness (video ufficiale)
Iron Maiden – The Evil That Men Do (video ufficiale)
Iron Maiden – Clairvoyant (video live ufficiale, Donnington 1988)
Iron Maiden – Infinite Dreams (audio ufficiale, remaster 2015)
Iron Maiden – Moonchild (audio ufficiale, remaster 2015)
Iron Maiden – Seventh Son of a Seventh Son (audio ufficiale, remaster 2015)
Iron Maiden – The Prophecy (audio ufficiale, remaster 2015)
Iron Maiden – Only the Good Die Young (audio ufficiale, remaster 2015)
Iron Maiden – “Seventh Son of a Seventh Son” (copertina dell’album)
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