J-Tull Dot Com
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Jethro Tull
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 1999
Voto: 3.5/5
Dopo tre anni di pausa i Jethro Tull sono tornati con un album più che solido, il cui titolo stranissimo è in realtà l’indirizzo del loro sito web, appena messo in piedi all’epoca. “J-Tull Dot Com” è il loro primo album uscito per la Papillon, l’etichetta indipendente di Ian (comunque sotto l’ombrello della Roadrunner), dopo la fine del lunghissimo contratto con la Chrysalis, con cui avevano lavorato fin dagli esordi di carriera. Dal punto di vista musicale è la naturale prosecuzione sonora dell’ottimo predecessore “Roots To Branches” (1995), con cui avevano rinnovato la loro formula di folk rock progressivo aggiungendo un sacco di elementi di musica del mondo, soprattutto orientale. “J-Tull Dot Com” va ancora più in là in questo senso, perché mette dentro influenze world che vanno dal Medio Oriente al Sud America. Ian, girovago incallito, si stava appassionando sempre di più alla musica etnica dei vari paesi, come aveva già dimostrato con il suo secondo album solista “Divinities: Twelve Dances with God” (1995), dove mescolava musica classica e influssi etnici di ogni tipo, intrecciati con le tradizioni di tutte le grandi religioni del mondo. “J-Tull Dot Com” è ben bilanciato tra i momenti più leggeri, dove dominano i motivi etnici, e i passaggi più tosti, da hard rock, che nel complesso si fondono bene in quella che è la riconoscibile versione Tull del folk rock.
Dopo che Steve Bailey aveva svolto con successo il suo ruolo di bassista occasionale nel disco precedente, al basso è arrivato Jonathan Noyce, che nella band è rimasto più a lungo di tutti i bassisti Tull precedenti, a parte Dave Pegg (Fairport Convention). Jonathan, visibilmente più giovane degli altri, era un altro dei musicisti ultratalentuosi che per Ian però sono sempre stati solo una presenza temporanea, mai una parte davvero indispensabile del suono della band. Quando otto anni dopo l’uscita di questo disco lui e il tastierista Andy Giddings hanno fatto le valigie, proprio dopo essersi ben assestati nella formazione dal vivo, il loro addio non ha sorpreso nessuno. L’ammiraglio Ian e il suo fedelissimo scudiero, il chitarrista Martin Barre, avevano di nuovo bisogno di sangue fresco. L’unico che in tutti questi anni è riuscito davvero a guadagnarsi la loro fiducia è il batterista Doane “big boy” Perry, e anche per lui hanno una riserva per i concerti, quando è impegnato altrove.
“J-Tull Dot Com” è noto anche per la polemica che tra alcuni fan ha scatenato la copertina, piuttosto strana per gli standard dei Tull, disegnata da Ian in persona. Raffigura una specie di demone inginocchiato con la testa d’ariete e un fallo (elemento che per il mercato americano, come si addice al regno dei falsi moralisti, è stato ovviamente rimosso). Un motivo del genere su un disco di che so, i Black Sabbath sembrerebbe già fin troppo un cliché, mentre nel caso dei Tull è davvero insolito, soprattutto dopo il simbolo yin e yang sulla copertina del predecessore. Secondo le parole di Ian si tratta dell’antico dio egizio del sole Amon. La scultura che ha ispirato la copertina, opera dello scultore Mihael Cooper, pare se la sia messa addirittura in giardino nello stesso anno. Probabilmente è stata solo una reazione rispettosa a un regalo di un amico, perché dubito fortemente che Ian, in età matura, sia diventato seguace di una qualche religione o di un culto, che ha sempre attaccato sarcasticamente con gusto. A me personalmente, più della copertina, dà fastidio il titolo scemissimo dell’album, che era più che evidentemente legato alle mode del momento, quelle delle tecnologie dell’informazione in piena esplosione, da internet alla telefonia digitale (durante il tour di questo album Ian aveva perfino l’abitudine di mettere in scena un breve sketch con il cellulare). Da questo “vagabondo”, mai stato noto come un patito delle mode, mi sarei aspettato più maturità, ma evidentemente contava di dimostrare così quanto fossero diventati moderni i Jethro Tull e di conquistare una nuova generazione di ascoltatori. Grande illusione.
Ben 14 brani più uno nascosto per giunta sono una bella razione, che porta più di un’ora di piacere per tutti i fissati dei Tull. “Spiral”, tirata e impregnata di riff hard rock, introduce l’ascoltatore nelle “vicende” del disco con una grinta sorprendente. C’è tutto quello che un fan può desiderare: un classicissimo riff di Barre e un ottimo intreccio tra organo hammond e passaggi di chitarra nella parte centrale. La voce di Ian, pur non suonando mai più come una volta, è tornata ancora più vicina ai vecchi standard in fatto di carisma e di sfottò. “Dot Com” è uno dei momenti migliori del disco e uno dei pezzi che ai concerti hanno suonato volentieri per parecchi anni ancora. Un esperimento riuscitissimo con gli elementi etnici, il flauto di bambù di Ian e le ipnotiche armonie vocali femminili dell’ospite speciale Najma Akhtar. Stavolta è quasi un brano pop rock con raffinati motivi etnici alle percussioni e arrangiamenti ambient alle tastiere. Un ritornello così bello, melodico e seducentemente ipnotico, con tastiere e chitarra e la voce di Ian accompagnata dalle armonie femminili, non lo tiravano fuori da anni. Gustosissimo. “Awol” è un prog folk rocker solido e dinamico, che si distingue per i passaggi di flauto spiritosissimi, un riff incisivo e un ritmo in crescendo, accompagnato da una delle performance vocali più strane di Ian in tutto il disco. Non mancano cambi di tempo imprevedibili e sezioni strumentali sfiziose. Gli ottimi assoli di flauto e chitarra, intrecciati con le tastiere, sono il sogno di ogni fanatico del prog folk rock. Peccato che l’impressione sia un po’ rovinata dall’allusione sessuale più che evidente nel testo, da vecchio porcone (con lui negli ultimi decenni è una cosa che non potete proprio evitare).
“Nothing @ All” (per quanto riguarda il titolo “cibernetico”, beh, un’altra stravaganza del “vagabondo” in più, anche se l’autore del pezzo è Andy Giddings) è un breve strumentale tranquillo al pianoforte di Giddings, che aggiunge al disco un pizzico di sottigliezza sinfonica. “Wicked Windows”, che a livello di testo rappresenta l’interesse di Ian per il software più dominante in circolazione, è una creatura piuttosto dinamica: l’intro poggia su un ritmo lento, un arrangiamento sinfonico e dei campionamenti, finché non si passa a una parte rock più energica con intrecci tra flauto e chitarra. Poi c’è un ritornello folk rock dal sapore celtico, in cui Ian con la voce scende il più in profondità possibile e canta il verso “Christmas was my favourite holiday” (che il suo momento preferito delle vacanze fosse starsene sul divano davanti al caminetto scoppiettante, a pelare castagne e a fumare la pipa, lo sapevamo da un pezzo), a cui segue un motivo barocco all’hammond con un riff incisivo. Il risultato è un’atmosfera solenne e magica. La tirata “Hunt By Numbers” poggia su un sudicio riff di chitarra hard rock e su un ritmo massiccio, accompagnato da una voce smorfiosa e sarcastica e da sporadiche esplosioni di organo hammond e flauto sullo sfondo. Direi un pezzo quasi classico dei Tull, dove però a sorprendere sono gli elementi etnici, portati soprattutto dal flauto di bambù. Lo scherzoso “Hot Mango Flush”, con il suo ritmo funky caraibico, affidato soprattutto a percussioni e basso, dimostra con il testo e il ritornello che al “vagabondo” non è ancora venuto meno il senso dell’umorismo nero. L’uso del bouzouki da parte di Ian, i bei passaggi di chitarra acustica e le percussioni caraibiche ti portano su un’isola in mezzo all’Atlantico. “El Nino”, ispirata dal devastante uragano di quel periodo, contiene un sacco di elementi etnici latini grazie a chitarra acustica e ritmo. Il ritornello, con un riff che sega e una voce sinistra, è tiratissimo e fa un gran contrasto con lo svolgimento piuttosto quieto del pezzo, tenuto in piedi dalle partiture latine di Martin alla chitarra acustica, da percussioni sottili e da morbidi suoni di flauto.
“Black Mamba”, che attraverso la metafora del serpente tropicale velenoso nasconde male un’allusione sessuale di Ian a una donna doppiogiochista, ha un classico motivo d’apertura folk rock con flauto e pianoforte, poi arriva un ottimo passaggio con arrangiamento sinfonico, riff incisivo e flauto sfacciato. Un mix efficacissimo di sinfonico, folk e hard rock, e un altro dei pezzi più in vista del disco. “Mango Surprise” è un altro momento parecchio spiritoso, con tanti elementi etnici africani e percussioni quasi sciamaniche. A sorprendere è anche l’inserimento della tromba. “Bends Like a Willow” ha un classico riff di chitarra, un flauto deciso e un arrangiamento sinfonico drammatico, che interagendo creano un’atmosfera piuttosto sinistra. Un folk hard rocker a tempo medio con tanti bei passaggi di flauto e texture di tastiere. Il testo contiene una delle allusioni sessuali meno riuscite di Ian in assoluto (“she bends like a willow”). Sembra che più il tipo invecchia, più venga sballottato dagli impulsi della carne e più gli frullino in testa cretinate di ogni genere. “Far Alaska” sarebbe un hard rocker perfetto, con un riff caricatissimo, se non ci fossero tutti quegli inserti sinfonici e acustici, portati soprattutto dal flauto sfacciato e dalle tastiere stratificate di Giddings. Stavolta Noyce sorprende inaspettatamente con un breve assolo di basso e conferma di essere stato una scelta azzeccatissima. “The Dog-Ear Years” è una vera leccornia di prog folk rock, con ottime texture sinfoniche di tastiere, percussioni varie e un ritornello quasi epico. I cambi di tempo sono imprevedibili, dentro ci sono tante sezioni complesse con elementi etnici, mentre la componente melodica resta sempre presente. “A Gift Of Roses” è un altro folk rocker eccellente, con una bella melodia di flauto e chitarra acustica e passaggi gustosissimi alla fisarmonica di Giddings. Nel mezzo, di proposito, ogni tanto si fa strada una chitarra elettrica elettrizzata. Per un attimo si risveglia perfino quella magia folk rock dei capolavori del passato, “Songs From The Wood” (1977) e “Heavy Horses” (1978). Un finale d’album di quelli giusti.
Ma è davvero il finale? Dopo una lunga pausa, quando sembra che il disco sia ormai finito, all’improvviso si fa sentire la voce di Ian che, da furbo e scaltro uomo d’affari, prima ringrazia l’ascoltatore per aver comprato l’album e poi va subito al sodo, facendo pubblicità al brano che dà il titolo al suo terzo album solista, allora in arrivo, “Secret Language Of Birds” (2000). È un ottimo folk rocker a impronta acustica, degno dell’attenzione di tutti i fissati dei Tull, che regge il confronto con qualsiasi cosa si trovi nella parte regolare di “J-Tull Dot Com”. L’album di Ian è tra l’altro ottimo, secondo me addirittura il suo migliore finora, e per questo lo consiglio a ogni fan della band e a tutti gli amanti del folk rock eclettico con elementi etnici.
“J-Tull Dot Com”, con il passare degli anni, secondo me è un disco molto migliore di come sembrava all’uscita, quando ha deluso parecchi fan che si aspettavano che i Jethro Tull, dopo “Roots To Branches”, salissero ancora un gradino nella creazione di prog folk rock innovativo (anch’io ci ho messo un bel po’ prima di scoprire tutte le qualità nascoste di questo album). Anche se non ha l’intensità e la drammaticità del predecessore di impronta orientale, per me è comunque un altro ottimo lavoro, con cui hanno confermato di non aver perso la voglia di esplorare e di essere ancora in grado di offrire una serie di idee interessanti e mai usate, mantenendo al contempo quella componente folk rock riconoscibile da lontano. Sottolineo inoltre che, nonostante la comune componente etnica, è un album completamente diverso. Considerati tutti gli alti e bassi e gli esperimenti che hanno attraversato dalla fine dei ’70, direi che tanto di cappello a chi riesce ancora a fare musica così bella, anche se il disco resta lontanissimo dallo status di capolavoro. Se i Tull riusciranno mai a fare un altro album almeno così solido come “J-Tull Dot Com”, sarà già una bella sorpresa. Purtroppo negli ultimi anni Ian preferisce dedicarsi alla carriera solista, ai peperoncini, ai salmoni e ai gatti, invece di sfornare finalmente un nuovo album in studio sotto il nome Jethro Tull. Alcuni fan in questi anni si sono perfino rassegnati all’idea che la sua carriera solista sia in pratica una specie di prosecuzione dei Jethro Tull senza Martin Barre. Il futuro dirà se “J-Tull Dot Com” sia stato davvero il loro ultimo album in studio.
Formazione
Ian Anderson – voce, flauto, flauto di bambù, chitarra acustica, bouzouki
Martin Barre – chitarra elettrica, chitarra acustica
Jonathan Noyce – basso
Andy Giddings – organo hammond, pianoforte, fisarmonica, tastiere
Doane Perry – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Najma Akhtar – cori nel brano 2
Produzione
Ian Anderson
Tracklist
1. Spiral (3:53)
2. Dot Com (4:26)
3. Awol (5:21)
4. Nothing @ All (0:57)
5. Wicked Windows (4:43)
6. Hunt By Numbers (4:03)
7. Hot Mango Flush (3:52)
8. El Nino (4:43)
9. Black Mamba (4:59)
10. Mango Surprise (1:17)
11. Bends Like A Willow (4:54)
12. Far Alaska (4:08)
13. The Dog-Ear Years (3:35)
14. A Gift Of Roses (3:54)
Silence (0:59)
BONUS: The Secret Language Of Birds (4:37)
Durata dell’album: 60:21