Jazz Cerkno 2017: il primo giorno!

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Cerkno / Star plac / Slovenia
Data del concerto: 18.05.2017
Pubblico: 400
Prezzo del biglietto: 17,50€ (in prevendita) / 20,00€ (il giorno del festival)

Nuovo giro, e sono già 22 edizioni di Jazz Cerkno! Là dove è sempre stato. A Cerkno. Nell’area coperta (così nessuno si prende “una leccata” di qualche goccia di pioggia) chiamata Star plac. Quest’ultima si trova tra la chiesa del posto, la casa di riposo (dove la birra costa un euro e mezzo) e il monumento all’intero comune di Cerkno, e sì, parlo proprio del Bar Gabrijel. Cerkno è un posto che oggi, su quel che resta di questo cosiddetto »Stato«, passa probabilmente per una delle ultime enclave liberate, che con le barricate dei sensi sani e del sano buon senso tiene ancora a bada l’imminente distruzione finale dell’umanità. Una distruzione che prende forma in quella ben nota regia di soppiatto, dietro un piano devastante, anti-ecologico, anti-sociale e del tutto lontano dalla vita vera, ordito dai massoni. In questo paese non ci sono centri commerciali, la polizia ti lascia in pace e la incontri solo quando la gente ha davvero bisogno del suo aiuto, e i locali restano aperti molto più a lungo delle undici di sera. Per questo qui la gente socializza ancora! Insomma, quando arrivi a Cerkno torni a respirare a pieni polmoni e, se sulla carta d’identità hai qualche anno in più, parti senza fatica per un viaggio nostalgico nei tempi della spensieratezza e delle grandi speranze, quando, tra l’altro, non c’erano ancora gli »smart device« a frenare il contatto tra l’uomo e la natura, a frenare il lavoro dei nostri sensi e della nostra intuizione, ad allontanarci dalla nostra essenza e, di conseguenza, anche dalla sana percezione della magia universale chiamata musica. Così a Cerkno ha trovato il suo rifugio, il suo asilo, potremmo dire anche il suo luogo sacro, proprio la musica. Qui a prendersi la scena è la musica nel senso più nobile del termine.  Una musica dallo spirito libero, che non si fa problemi per niente e vuole solo esprimersi. Così com’è. Con tutta la forza primordiale dei sensi. Totalmente intuitiva e istintiva! Più a fondo nell’arte non si può andare, e l’autenticità del cuore è l’essenza dell’espressione in qualsiasi forma d’arte.

Vecchie conoscenze, nello stesso posto di sempre. Tutti carichi di vibrazioni positive ed energia. In allegra attesa dell’inizio del festival! Un evento dove cadono tutte le barriere, un generatore di riconciliazione assoluta tra tutti i diversi, in una convivenza tra pari.

Quest’anno il programma è partito con qualcosa di un po’ più morbido, cioè un’esperienza musicale più facile da assimilare. Il trucco è collaudato e ormai è il metodo consueto per il programma del primo giorno del festival jazz di Cerkno. Il “riscaldamento” per il variopinto programma di quest’edizione è toccato al nostro Big Band RTV Slovenija, guidato dai gesti da direttore di Lenart Krečič, a cui si sono uniti due ospiti speciali. Il sassofonista sloveno Jaka Kopač e il batterista austriaco Reinhold Schmölzer. Sì, un’esclusiva. Irripetibile e messa in scena solo per questo festival. Le due star della serata, Schmölzer e Kopač, hanno preparato l’intero repertorio della serata per l’orchestra. Schmölzer in particolare ha già un bel bagaglio di esperienze in questa direzione: entrambi i suoi dischi li ha registrati proprio con un’orchestra. Lo show è partito con l’esecuzione del brano Thunder di Kopač, che trovi sul suo secondo album in studio »Present Thoughts«. Già questo ha messo in mostra lo scontro tra approcci moderni, fino all’avant jazz, e la filosofia jazz classica, cosa che c’era da aspettarsi fin dal punto di partenza di questo “gemellaggio” speciale tra musicisti sul palco. La musica di Kopač ha acquisito una nuova dimensione, l’apporto delle sue vibrazioni di sax si è un po’ sciolto nel nucleo compatto della schiera di partecipanti, ma in fondo è proprio questo il senso di questa collaborazione unica. Uno dei picchi dello spettacolo è stata la variazione di venti minuti, epica, ampia, movimentata e trascinante, di You And Whose Army? dei Radiohead, un adattamento firmato da Schmölzer, dove gli schemi degli elementi musicali descritti prima si sono fusi nel modo più intenso, regalando una speciale voluttà ambient, definita grossolanamente un ep sinfo-prog-jazz. Il pezzo, nella sua veste stravolta, ha offerto di per sé sicuramente uno dei momenti più memorabili dello spettacolo e un’attrazione di tutt’altra categoria nel repertorio, non solo per Big Band, Schmölzer e Kopač, ma per l’intero primo giorno e anche per il festival. In questo brano, nel giro di cinque minuti si è “risvegliato” anche il nostro eroe della chitarra Primož Grašič che, nella sua consueta maniera di sofisticata microchirurgia manuale, ha fatto correre con sottigliezza le dita sulla sua chitarra semiacustica Yamaha. Non voglio essere di parte. Parecchi altri “eroi” della Big Band hanno arricchito lo svolgersi della serata con i loro strumenti, con parti improvvisate, e la squadra ha eseguito, tra le altre, anche Twin Brothers di Kopač. Insomma. L’esibizione è volata via in un attimo. La giusta dose di coccole all’orecchio e di esplorazioni musicali fuori dal comune. Sempre stuzzicante ed entusiasmante.

La prosecuzione del primo giorno non è stata meno attraente. Apposta per questo Jazz Cerkno è arrivato in Slovenia l’eccellente chitarrista sloveno Samo Šalamon, che da anni vive e lavora negli USA. Per questo concerto Šalamon ha messo insieme un quartetto in cui, oltre a Samo, c’erano altri tre tipi fuori di testa, possiamo dire proprio dei “fuori di melone”: il batterista Christian Lillinger, il sassofonista Achille Succi e al contrabbasso Pascal Niggenkemper. Samo Šalamon è una specie di perla musicale, molto stimata sulla scena internazionale del jazz contemporaneo. Samo ha in tasca più di venti album pubblicati, e parecchi artisti jazz vorrebbero suonare con lui. Anche stavolta non è stato diverso. Il quartetto riunito per l’occasione a Cerkno ha portato un carattere musicale unico e l’esperienza di un concentrato sfrenato di improvvisazioni jazz di altissimo livello, dove è concesso quasi tutto. Vere piccole perversioni di approcci assolutamente liberi all’interpretazione, come dettano il feeling e il puro istinto. A tratti fragoroso, grazie non solo alle escalation di chitarra di Samo, ma soprattutto a Lillinger, il ginnasta teatrale e caldo di sangue alla batteria, che in questo modo ha anche aperto l’esibizione del quartetto. Niggenkemper, mentre suonava il contrabbasso, si è occupato di inserti spettacolari usando vari oggetti con cui sfregava sul corpo dello strumento e sulle corde. In attesa dell’inaspettato. Improvvisazioni provocatorie e fuori di testa!  Al confine tra figure spontanee e sviluppi impossibili da prevedere anche solo qualche istante prima. Ma con un piede sempre ben piantato a terra, nel formato delle composizioni, a cui il quartetto, dal bordo del “caos”, riusciva a tornare ogni volta con successo. Un’esperienza difficile da descrivere. Le parole non bastano. I musicisti, comunque, si conoscono bene da collaborazioni passate. Semplice. Una fusione eccellente di quattro elementi in un carattere unico e irripetibile della retorica free jazz. Speriamo che da questo concerto sia nato qualche progetto, magari quello di far registrare a questa formazione anche un album insieme in futuro. Il quartetto non ha nemmeno un vero nome, tanto è nato senza pianificazione. Uno spettacolo di altissimo livello, che ha tolto il fiato al pubblico.

L’atto conclusivo del primo giorno del festival è toccato al trio di musicisti neri guidato dal tastierista e fisarmonicista Hailu Mergia, una vera leggenda del jazz etiope. Già le prime battute hanno chiarito che anche questa esibizione sarebbe stata una storia a sé. In tutto e per tutto originale e testarda. Le strutture ritmiche erano un po’ più leggere, chiamavano perfino a dondolare e muovere i corpi del pubblico, anche a passi di danza. I musicisti neri hanno il ritmo nel sangue. I colpi di “snare” del batterista Kenneth Joseph, solidi, compatti, salati al punto giusto e precisi come un orologio svizzero, e il »groove iper-funkizzato« senza confini, fatto di vibrazioni pregiate e di calore del basso di Alemseged Kebede, quel calore che può generare solo un basso di marca Warwick, in mezzo al tornado di assoli vertiginosi lanciati alle più alte velocità di improvvisazione su tastiere e fisarmonica, non erano arrivati così intensamente alla chiocciola dell’orecchio e alla corteccia cerebrale di chi scrive questo reportage da un bel pezzo. Unico. Ed era da tanto che un basso non risuonava in modo così elastico, musicale, appagante e brioso in una musica improvvisata. Il trio ha servito una variazione tutta sua di fusione jazz, imbottita di elementi di world music e, come detto, anche »affilata di funk«. Vedere un basso Warwick, cosa sempre più rara, richiama alla mente anche, e sono paralleli graditissimi, il bassista dei Living Colour, il poliedrico Doug Wimbish. Hailu Mergia con i suoi due compagni ha chiuso il primo giorno del festival con un’esperienza gioiosa e sconfinatamente spassosa, che suonava assolutamente originale e difficile da paragonare ai soliti schemi con cui le »teste europee medie« percepiscono la musica. Una band che potrebbe suonare senza problemi a una qualsiasi edizione del Druga Godba di ogni anno. Una band che nelle ore tarde della sera ha infiammato, entusiasmato e incantato il pubblico, portando così in grande stile il primo giorno del festival alla sua conclusione.

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