Jeff Mangum (Neutral Milk Hotel) e la sua playlist dei sogni dal vivo all’All Tomorrow’s Parties (2012)

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Luogo: Butlins' Resort / Minehead / Inghilterra
Data del concerto: 09.03.2012
Numero di spettatori: 8000
Prezzo del biglietto: 170/180 sterline

1.    Il festival

Pensa al tuo musicista o alla tua band preferita. Bene, ora immagina un festival di cui il padrone di casa è proprio l’artista che hai scelto tu. Apre e chiude il festival, quindi suona due volte. E sul palco salgono solo i musicisti che lui, e nessun altro, sceglie e invita. Le band che lo hanno formato, i musicisti che lo ispirano. I suoi preferiti, che fanno da co-padroni di casa e che, come lui, suonano due volte. Un’idea niente male, vero? Immagina ancora che questo festival, oltre al programma musicale, abbia anche un cinema. Un cinema dove danno i film e i documentari preferiti di quell’artista. E che abbia un intero palinsesto TV, dove puoi guardare ancora più delle sue serie e dei suoi film del cuore. Sei anche un divoratore di libri? Ecco, diciamo che lo stesso artista scelga anche un paio dei suoi libri preferiti, che poi puoi discutere in tavole rotonde letterarie, con gli autori o con critici famosi. Sembra un festival ideale, per non dire utopico. Tutta l’ispirazione di un artista, da ogni forma d’arte, in un unico posto. E quel posto, che tu ci creda o no, ha già un nome. Esiste già. E questa utopia da fan si chiama All Tomorrow’s Parties.

All Tomorrow’s Parties (il nome è preso dal titolo di un brano dei mitici The Velvet Underground) dà tutto quello che ti ho descritto. Negli anni (va avanti da 12) i musicisti-curatori sono stati parecchio diversi – dalle icone degli anni 80 come i Sonic Youth, passando per gli anni 90 con Godspeed You! Black Emperor, My Bloody Valetine, Modest Mouse e altre formazioni alternative, underground e comunque ribelli, fino al 21° secolo con The Mars Volte, Mogwai e compagnia. Ognuno con i suoi prescelti, i suoi film, i suoi libri, la sua atmosfera. Ognuno con una nuova esperienza indimenticabile. La sede fissa di ogni anno, oltre alle altre che cambiano sia in Inghilterra che nel resto del mondo (l’ATP ha i suoi tentacoli anche negli USA e in Giappone), è il villaggio vacanze Butlins a Minehead, nel sudovest dell’Inghilterra, proprio sul mare. Un posto piuttosto fuori mano, e dire “piuttosto” è un eufemismo. Il viaggio mio e della mia compagna è andato più o meno così: aereo per Londra, notte in hotel, circa 8 ore di autobus, con qualche cambio da un bus all’altro nel mezzo, nausea ogni tanto per le 6 ore di viaggio senza pause, sonno, una serie di animali nella splendida campagna attorno a Londra, il villaggio Butlins. E appena arrivati, bagagli buttati nell’appartamento, alla ricerca della reception… Jeff Mangum. Proprio quel Jeff Mangum che meno di 15 anni fa è sparito dalla scena musicale insieme alla sua band Neutral Milk Hotel, lasciando dietro di sé un segno enorme, un culto profondo e un buco irreparabile. Era venerdì, il 9 marzo del 2012.

2.    Venerdì

a.    Jeff Mangum

In sala siamo piombati 5 minuti prima dell’inizio. Una folla di migliaia di teste ci copriva la vista del palco. Aria viziata e sudore, attesa ed entusiasmo riempivano lo spazio di una tensione intensissima. Come quei momenti prima di un temporale, solo ancora più intensi e in qualche modo soffocanti. Nonostante la sala fosse quasi piena, la gente continuava ad arrivare, ansimante, a caccia dell’ultimo treno per l’apertura di un’altra esperienza indimenticabile. Alla fine la sala si chiude, per fortuna dei presenti e sfortuna di chi è arrivato troppo tardi. La folla di hipster già invoca il nome del suo dio. E quando Jeff compare, cupo come sempre, con un’espressione di disprezzo, perché le folle non le ha mai sopportate, c’è una specie di confusione. I presenti, consapevoli dei desideri di Jeff (che ad esempio per i suoi concerti non voleva foto né riprese), dei suoi traumi e del suo rapporto con il fanatismo eccessivo, non sapevamo se salutarlo con le urla o con il silenzio. Con un inchino, con gli applausi o a braccia penzoloni. Ma prima ancora di decidere, Mangum con un semplice »Hi.« ha già cominciato a suonare e »Two-Headed Boy Pt. 2« si è sparsa per la sala. Il mio scetticismo sul Jeff solista e su come avrebbe riempito il vuoto della band era del tutto infondato e fuori luogo. Lui non ha bisogno di nessun altro, solo della sua voce e delle sue chitarrate emotive. Così l’intero concerto è passato in una specie di trance dei presenti, soprattutto in una specie di incredulità di avere davvero Mangum davanti, anche perché la maggior parte di noi era corsa in sala appena prima dell’inizio, senza il tempo di prepararsi a quello che stavamo vivendo. La folla, com’era prevedibile, è impazzita con »The King of Carrot Flowers«, probabilmente il pezzo più famoso dei Neutral Milk Hotel e del leggendario »In the Aeroplane Over the Sea«. Voci sommesse lo hanno accompagnato anche sugli altri brani, soprattutto più tardi, quando la folla si è ripresa – su »Oh Comely«, »Ghost« e così via, mentre Mangum ha suonato quasi tutti i pezzi di »In the Aeroplane Over the Sea«, aggiungendoci qualche canzone dal primo disco, dall’EP e la splendida »Engine«; un paio di volte sul palco si sono uniti a lui anche una sezione di ottoni e fiati e una sega musicale cantante. Taciturno come sempre, Mangum ha concesso alla folla pochi sguardi e poche parole, per lo più ringraziando dopo ogni brano, magari spendendo una parola o due su come è nato. Il che, naturalmente, ha lasciato misteriosa la nascita dei pezzi, com’è sempre stata. Dopo circa un’ora di concerto e una folla finalmente cosciente, Jeff si è semplicemente alzato, ha alzato una mano in segno di saluto ed è uscito. Il primo concerto, quello d’apertura, di Jeff all’ATP di quest’anno è stato una specie di miraggio, e Jeff stesso un’apparizione, un eterno enigma. La sensazione di oppressione della folla si è fatta ancora più profonda, come se non fossimo del tutto consapevoli di essere lì. La stranezza geniale dell’esperienza appartiene di certo alla vita di Mangum e al suo modo di creare.

b.    Joanna Newsom

La seconda padrona di casa era la cantante e polistrumentista weird folk americana Joanna Newsom. Sempre adorabile, è stata il vero contrasto con il cupo e burbero Jeff. Chiacchierona, allegra, con un’aria luminosa e positiva. Proprio per questo l’accoglienza del pubblico è stata così diversa da quella di prima. Applausi rilassati, respiro calmo e regolare del pubblico e qualche »I love you!« ogni tanto, seguito dai dolci sorrisi di Joanna, sono stati l’esatto opposto della tensione di prima e dell’attesa passiva del temporale. Il contrasto d’atmosfera era perfetto. Ma l’esibizione di Joanna non è stata per questo meno intensa o meno ispirata. Nonostante i molti errori (soprattutto nei testi), che Joanna con la sua adorabilità naturale ha trasformato in un suo punto di forza, il set solista, in cui passava dal pianoforte all’arpa e viceversa, si è chiuso con un’eleganza incredibile, che non ti aspetteresti da una così evidentemente sfinita dal volo e dal fuso orario. La voce particolare e acutissima di Joanna, che ti punge i timpani con tanta dolcezza che non sai se ti fa male o no, è stata comunque fenomenale, come anche la sua incredibile abilità nel pizzicare le corde dell’arpa e nel pigiare i tasti del pianoforte. Il pubblico, tutto orecchi, seguiva i movimenti delle sue mani, del suo corpo e le parole che pronunciava con un amore melodrammatico. Quella era vera arte – come ha sostituito il buco di Jeff dentro di noi con la sua presenza adorabile, la sua melodia da sogno e le sue parole gentili. La loquacità goffa e lo sguardo dolce hanno aggiunto un altro pizzico di sapore a un’esibizione in cui ha ringraziato, si è scusata e ci ha suonato nell’anima più volte. Nonostante l’aria irrespirabile, tutta la sala ha preso tutta un’altra sensazione.

c.    The Raincoats

Visto che i concerti si susseguivano uno dopo l’altro su tre palchi con pochissimo tempo per rifiatare, siamo corsi dal palco principale al cosiddetto palco Reds, dove suonava una band post-punk britannica di fine anni 70 e inizio 80, The Raincoats. La band, a prevalenza femminile, doveva suonare per intero, su richiesta di Mangum, il suo album di debutto omonimo, che è stato anche il loro più riuscito, il più influente e di conseguenza, secondo molti, anche il loro migliore. Di sicuro la pensa così anche Mangum. Stanchi per il viaggio troppo lungo e in piedi da due ore, ci siamo seduti appoggiati a un pilastro lì vicino e, in una specie di estasi assonnata, abbiamo ascoltato i ritmi ballabili della band e le parti vocali corali un po’ eccentriche. A sinistra si era formato un gruppetto di hipster ballerini che, nonostante qualche passaggio classicamente cupo da post-punk, continuavano con i loro movimenti da polka. Quello che mi ha sorpreso di più è stata la parte vocale dell’esibizione, invecchiata, impostata in modo un po’ diverso rispetto all’album, forse perfino meglio, perché non suona così cruda come sul disco, ma un po’ più profonda. L’esibizione ha entusiasmato, questo è certo.

d.    Half Japanese

Dopo The Raincoats ci siamo infilati in prima fila per gli spiritosi e ingenui punk rocker degli anni 70 Half Japanese, con l’inconfondibile Jad Fair in testa. Un concerto pieno di energia, sorrisi, sincerità e testi sul rimorchiare ragazze, che dal vivo suonava davvero diverso da come suonano i loro album. Merito soprattutto del fatto che Fair poteva permettersi le cortine sonore space-noise della sua chitarra, su cui picchiava in modo incontrollato e improvvisato, altre volte suonava una corda sola fuori tempo, e ogni tanto maltrattava la chitarra in tutti i modi possibili con la mano, con la bocca, con la pancia e così via. Gli effetti e il chitarrista principale lo permettevano, e il risultato è stato un concerto davvero divertente, un suono d’insieme ottimo e una buona dose di sorrisi del pubblico. Oltre ai loro pezzi hanno suonato anche una cover di Daniel Johnston, che per via del suo tour ha rifiutato l’invito di Jeff. Gli Half Japanese, nonostante l’età, hanno così mantenuto lo spirito degli inizi del punk rock, ispirato dai trucchi noise degli anni 80, e allo stesso modo ha mantenuto la sua voce Jad Fair. Giovanile e giocoso, passivo-iperattivo, tra il parlato e il cantato. Con un finale in grande stile – con la chitarra senza più corde e spezzata. Gli Half Japanese hanno così continuato la serata di concerti fantastici.

e.    Thurston Moore

Dopo gli Half Japanese siamo corsi di nuovo sotto il palco principale, dove per chiudere il venerdì abbiamo beccato mezz’ora di concerto del frontman dei Sonic Youth, Thurston Moore. La sala, di nuovo piena, era già bella carica ed entusiasta per il concerto e per le battute e le frasi anticapitaliste di Moore tra un pezzo e l’altro. Sul musicista non c’è da sprecare parole, mentre il concerto in sé è stato abbastanza mediocre, con l’eccezione di un brano o due. I pezzi suonati erano di Moore e non dei Sonic Youth, e i primi sono più o meno per gusti particolari e per i fan irriducibili. Alla fine siamo andati per qualche decina di minuti anche al cinema, dove davano l’anime Spirited Away, ma la stanchezza era troppa per resistere fino alla fine.

3.    Sabato

a.    Yamantaka // Sonic Titan

La giornata di concerti del sabato l’ha aperta la band canadese Yamantaka // Sonic Titan. Di sicuro una delle band che più si staccano dalla somiglianza concettuale degli altri prescelti di Jeff, perché in sostanza è una specie di tribe band progressive rock. Il duo di punta della band è formato da una batterista e da una cantante, la prima irlandese di origini cinesi, la seconda scozzese di origini giapponesi, una combinazione di sicuro interessante e anche il motivo della grande quantità di elementi orientali nella loro musica. Comunque non è il solito prog rock stanco e convenzionale, perché nel suo miscuglio ci mette un sacco di elementi ambient, new wave, elettronici e noise. Il passo più lungo lontano da qualsiasi etichetta, però, è la voce della piccola Ruby Kato Attwood, con l’aiuto dei suoni più bassi di Ange Loft, che insieme creano un duetto fenomenale e unico. Le due musiciste chiamano questa fusione di generi noh-wave. Per ora hanno pubblicato l’album di debutto omonimo, che ha ricevuto un sacco di lodi e di critiche favorevoli. Ma dal vivo siamo su un livello completamente nuovo, più alto di un album già eccellente. Sostenuto visivamente da costumi, maschere, volti dipinti, cupi giochi d’ombre, movimenti rituali e soprattutto dall’energia incredibile di una Ruby Kato scatenata, il concerto ha lasciato il pubblico a bocca aperta. Dal vivo hanno suonato tutto il primo album e un pezzo nuovo, che continua il genere noh-wave, in crescita autonoma. Questo ibrido tra la tecnica elettronica dei Radiohead, i riff di chitarra di Steven Wilson e la melodia estremo-orientale della voce ipnotica di Ruby Kato è di sicuro il nuovo gigante della scena musicale alternativa nascente, che sfida l’idea capitalista dell’inutilità dell’arte.

b.    Mount Eerie

Dopo Yamantaka // Sonic Titan, sullo stesso palco, chiamato Crazy Horse, abbiamo aspettato il solista che si nasconde dietro lo pseudonimo Mount Eerie (altrimenti Phil Elvrum). Phil Elverum è conosciuto soprattutto per la sua attività nella indie noise rock band The Microphones, mentre come Mount Eerie è diventato famoso soprattutto per il meraviglioso album The Wind’s Poem, dove mescola la sua interessante musica lo-fi folk con drone e black metal. Stavolta però era da solo, con la sua chitarra e due amplificatori. Dopo l’esplosivo concerto degli Yamantaka // Sonic Titan, Elverum è stato un altro contrasto. Linee di chitarra pacate, con una distorsione morbida, unite alla voce sognante e bellissima di Phil, hanno calmato i corpi pieni di adrenalina e li hanno portati in uno stato ipnotico e meditativo. Testi davvero bellissimi su solitudine, emozioni umane, natura e suono: pura poesia, cantata e accompagnata da effetti di chitarra lo-fi psichedelici è emersa ancora di più e ci ha fatto sognare. Nonostante la sensazione che forse manchi qualcosa, in termini di pienezza del suono, il pubblico era entusiasta, e Phil è uscito in un’ondata di applausi.
 
c.    Earth

Dopo Mount Eerie siamo corsi al palco Reds, dove si sono esibiti i pionieri americani del drone Earth, con cui ha collaborato perfino Kurt Cobain (si dice che il chitarrista della band abbia comprato il fucile con cui Kurt si è ucciso, e che gliel’abbia comprato per autodifesa). La band, che si è evoluta in tutti questi anni a partire dagli anni 80, è passata dal suono drone molto distorto e sporco a suoni più psichedelici da stoner, con arrangiamenti più puliti e distinti. La ripetitività dello stile di esecuzione viene interrotta dagli ingressi inattesi di una violoncellista, che aggiunge una dimensione atmosferica a linee di chitarra di una bellezza vagamente minacciosa. Questa volta il concerto è stato piuttosto mediocre, un po’ come la scelta dei pezzi. Dal vivo la ripetitività è ancora più in primo piano, ma stavolta era un po’ meno interessante che sugli album, o meglio, la band non è riuscita a rendere la ripetitività non monotona, che di solito è la loro specialità.

d.    Scratch Acid

La chiusura del sabato è andata in scena sul palco principale con i noise rocker Scratch Acid. I concerti, fino a quel momento più o meno tranquilli, hanno trovato finalmente la loro antitesi. La sala piena premeva contro la transenna di ferro davanti al palco, la gente era nervosamente pronta a scatenarsi. Nonostante tutta l’intensità dei singoli concerti, dei picchi e degli ottimi artisti, aspettavano qualcosa di totalmente primordiale, saltare senza pensare su rumore ribelle, spingersi a vicenda, il crowd surfing del frontman, e gli Scratch Acid gli hanno dato proprio questo. Follia incontrollata, interventi continui della sicurezza, un cantante scatenato nel ruolo di Steve Anderson, che ha aggiunto qualche cintura strappata, la camicia sbottonata, il piantone del microfono fatto a pezzi e così via, e soprattutto rock rumoroso, che da hipster tranquilli, quasi autoproclamati sofisticati, li ha trasformati in una massa carica di adrenalina, in balìa dell’istinto. Ed era quello che serviva. Era quello che serviva a noi. È stato rinfrescante abbandonarsi del tutto a una folla di gomiti, sbattere la testa nell’aria, urlare i ritornelli a squarciagola. Quando il tuo idolo temporaneo diventa Steve Andreson, un cantante che in quel momento è l’idolo di tutta la folla, e che a ogni tuffo tra il pubblico e a ogni nuovo bottone slacciato della camicia si guadagna un nuovo seguace. La band, in un set allungato, in cui li abbiamo richiamati sul palco più volte nonostante il malumore degli organizzatori, ha dato tutto, tutti i bottoni, tutte le cinture attorno ai pantaloni, tutte le gocce di sudore. Un concerto vissuto così si vede raramente, e un’energia della folla così pervasiva è di sicuro unica. Sia chiaro – la serata si è chiusa senza feriti né disordini. Gli hipster non hanno trasferito il casino che avevano in testa sulla distruzione di oggetti veri, ma hanno ripreso la loro forma quasi sofisticata di prima.

4.    Domenica

a.    Boredoms

Il pomeriggio di domenica l’hanno aperto i giapponesi Boredoms, avanguardia sperimentale o qualunque-cosa-siano. Già prima dell’inizio dell’ATP si poteva leggere che i Boredoms si sarebbero presentati sul palco con 14 chitarristi, cinque batteristi e un direttore d’orchestra. Quattordici chitarristi! Cinque batteristi! Un concetto folle. Una specie di noise rock orchestrale. Ma i Boredoms sono stati molto più di questo. In stile musica classica, il direttore, cantante, borbottatore e urlatore Yamantaka Eye li guidava da parti ambient a picchi di un’intensità insostenibile, pieni di psichedelia indistinta, di rullare trionfale da marcia, di cortine rumorose e distorte di un unico accordo… Gli effetti sugli ascoltatori sono stati molto diversi. Dal raggiungere il nirvana e la rinascita, passando per eccitazione maniacale e quasi crisi di nervi, fino ai timpani praticamente scoppiati di chi stava vicino alle casse. La geniale bipolarità della musica tra rumore e silenzio, serenità e nervosismo, semplicità e complessità, normalità e bizzarria ha lasciato nella maggior parte degli ascoltatori, nonostante gli effetti diversi, una conclusione simile: » I had to leave early. It was genius, but just too intense.« Un commento così, in varie forme, l’ho sentito dalla maggior parte dei presenti, e la mia opinione è la stessa. È stato geniale, ma troppo intenso, quindi me ne sono andato prima della fine per salvare la mia sanità mentale.

b.    Lost in the Trees

I Lost in the Trees sono una band folk un po’ strana dall’America, una specie di freak folk con una copia di Yorke alla voce, che con testi semplicissimi ma sinceri e una modestia spiritosa e rilassata riempiono da un bel po’ le orecchie di tutti quelli disposti ad ascoltarli. Una buona reputazione ha portato un bel gruppetto di persone sotto il palco Crazy Horse (peraltro il più piccolo), dove con la loro musica folk piacevole e a tratti insolita hanno entusiasmato chi stava in piedi e chi stava seduto. Dopo ogni pezzo hanno raccolto grandi ovazioni, soprattutto dopo quello che è probabilmente il loro più famoso, »Walk Around the Lake«. Per noi, comunque, è stato soprattutto un momento di riposo per corpo e mente dopo i Boredoms impazziti.

c.    The Olivia Tremor Control

Per scaldarci prima della chiusura del festival ci siamo visti anche The Olivia Tremor Control, una band dell’etichetta Elephant 6, di cui fanno parte anche i Neutral Milk Hotel di Mangum. Una specie di Beatles moderni, rinforzati da effetti e da qualche membro in più, sono completamente diversi dai Neutral Milk Hotel, anche se fanno parte della stessa etichetta, e all’inizio nella formazione c’era anche Jeff Mangum. Nonostante i problemi di suono che aveva soprattutto il chitarrista e co-cantante Will Cullen Hart (che era anche il bersaglio continuo delle battute interne tra i membri della band), la band è riuscita a creare un’altra festa All Tomorrow’s Parties. Una scaletta varia ha incluso, con l’entusiasmo di tutti, anche la »Green Typewriters« in sette parti, dal loro probabile album migliore Music from the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle. Di sicuro una delle formazioni più interessanti per i più grandi fan dei Neutral Milk Hotel, perché The Olivia Tremor Control è una grossa parte della storia musicale e dell’eredità di Jeff. Comunque il concerto era buono, ed era un piacere seguire la comunicazione spiritosa nella band, cosa di cui si sono accorti anche i dondolii della gente sotto il palco. Dopo il concerto ci siamo quasi subito avviati davanti alla sala dove più tardi si sarebbe esibito Jeff Mangum, e così abbiamo dato inizio a una fila di quasi 100 metri, anche se il concerto di Mangum era solo due ore dopo.

d.    Jeff Mangum

Jeff Mangum. Finalmente come si deve. Pronti, entusiasti, pieni di tensione e attesa, abbiamo guardato con invidia quelli che avevano saltato il concerto del venerdì e per questo avevano ricevuto dei braccialetti speciali che gli permettevano di scavalcare la fila »normale«. Comunque siamo riusciti ad arrivare in seconda fila, forse a tre metri dalla sedia di Mangum. Un po’ rassicurati dall’aver preso una posizione ottima, abbiamo cominciato a guardarci intorno e a metterci le mani nei capelli vedendo gente che si era seduta tranquillamente ai tavoli nelle file posteriori un po’ rialzate. Stavolta il pubblico era molto più rilassato della prima volta. Il primo appuntamento l’avevano superato, ora erano pronti per il secondo, sapendo cosa aspettarsi. Eppure Mangum, salendo sul palco, ha mandato in frantumi ogni illusione sull’»atteso«. La depressiva ed emotiva »Oh Comely« ci ha scagliati di nuovo al venerdì e all’atmosfera di allora. Mangum è stato di nuovo unico a modo suo e, con una scaletta piuttosto simile, ha preparato due brani che spiccavano in particolare – »True Love Will Find You In The End« di Daniel Johnston e l’unico brano post-Neutral Milk Hotel che abbia mai presentato in pubblico – »Little Birds«. Verso la fine l’atmosfera si è fatta sempre più una specie di agitazione malinconica e confortevole, come se finalmente avessimo potuto sbirciare un po’ nel cuore di Jeff e Mangum non ci avesse subito chiuso la porta in faccia. Mangum si è fuso con il ritmo del pubblico e il pubblico con il ritmo della chitarra di Jeff, la sala è diventata una cosa sola, gli occhi chiusi di tutti i presenti lasciavano alla fantasia le sue visioni senza limiti, che in qualche modo si collegavano tutte in un’unica dimensione più grande, di cui eravamo tutti parte. E lo ha sentito anche Mangum. Perché quando ha chiuso con »The Fool«, si è alzato, ha cominciato con ringraziamenti sinceri e ci ha preparato un bis davvero speciale – un sorriso vero, sincero. Già solo questo valeva il viaggio faticoso di prima e di dopo, tutti i soldi, tutte le preoccupazioni. Perché quando Jeff ha sorriso, abbiamo sorriso anche ognuno di noi. D’istinto, in modo del tutto spontaneo e perciò assolutamente sincero.

All Tomorrow’s Parties promette più di quello che sembra. Non è solo sbirciare nei gusti musicali, cinematografici e letterari di un musicista. È il suo permesso a entrare nel suo mondo, nella sua testa e nel suo cuore. È un artista che condivide tutta la sua ispirazione con perfetti sconosciuti, arrivati per un po’ di buona musica e ripartiti con un’esperienza indimenticabile.

Scaletta

Jeff Mangum (venerdì 9 marzo 2012)

1. Two-Headed Boy Pt. 2
2. Holland, 1945
3. Song Against Sex
4. Gardenhead/Leave Me Alone
5. Engine
6. The King of Carrot Flowers Pt. 1
7. The King of Carrot Flowers Pts. 2 & 3
8. Oh Comely
9. Ghost
10. Naomi
11. April 8th
12. In the Aeroplane Over the Sea
13. Two-Headed Boy
14. The Fool

Jeff Mangum (domenica 11 marzo 2012)

1. Oh Comely
2. The King of Carrot Flowers Pt. 1
3. The King of Carrot Flowers Pts. 2 & 3
4. Song Against Sex
5. A Baby for Pree
6. In the Aeroplane Over the Sea
7. Two-Headed Boy Pt. 2
8. Holland, 1945
9. True Love Will Find You in the End (Daniel Johnston cover)
10. Ghost
11. Little Birds
12. Engine
13. Two-Headed Boy
14. The Fool

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