Journeyman
Artista: Clapton, Eric
Etichetta: Reprise Records
Uscita: 1989
Dopo un decennio di tour ininterrotti e una manciata di dischi segnati da un inseguimento commerciale, più o meno fallimentare, dei cambiamenti di moda degli anni Ottanta, la leggenda della chitarra Eric Clapton, al giro di boa del decennio, impara finalmente a muoversi con i trucchi dello “show bussiness” di oggi. Journeyman rimette finalmente ogni tassello del mosaico al posto giusto. Il modo di comunicare di Clapton, che con gli anni si fa sempre più mirato su composizioni melodiche dirette e di maggior sostanza, seguendo la ricetta collaudata di Cray (per ogni evenienza qui sono ancora della partita Phil Collins e il buon vecchio George Harrison), apre un nuovo capitolo, o se vuoi rimette ai piedi del chitarrista un coro di nomi eminenti della musica, a cui Clapton, come già mille volte in carriera, si affida a spanne nella ricerca della perfezione musicale. Eric aveva imparato a maneggiare approcci musicali più semplici già da un pezzo, in parte la prima volta sotto l’ala del grande maestro Mayall, e poi anche nel periodo di vagabondaggio da solista di Backless e Slowhand. Ce lo ricordano di continuo la sicurezza e la scioltezza, entrambe espresse nel perfetto autocontrollo del modo di suonare di Eric, che quel rapporto magico fra tutti gli elementi citati l’aveva espresso in modo così sovrano per ultimo ai tempi dei leggendari Derek And The Dominos.
Journeyman è in realtà un viaggio autobiografico che, tra i momenti burrascosi da una parte e quelli sereni dall’altra nella vita di un uomo fuori dal comune, riesce a catturare un album di impianto piuttosto grezzo, intessuto di racconti di cadute personali e di altre debolezze umane che gli somigliano. Materia giusta per un rock leggero da radio, punteggiato da elementi pop di facile ascolto e da venature blues taglienti, che dettano senza sosta, con zelo, la “caricatura” di una specie di carta d’identità personale del leggendario musicista. Gli elementi del blues, quello più puro, bussano alla porta fin da subito, gelosi, in Pretending, pezzo che il pubblico accoglie a braccia aperte, dove le linee pop leggere si incontrano di continuo con soluzioni evidentemente ispirate a Freddie King. I due ingredienti, apparentemente inconciliabili, trovano subito un linguaggio comune. La loro allegra passeggiata a braccetto si può ammirare di nuovo nella splendida Breaking Point, magnifica dimostrazione della visione artistica di Eric. Il chitarrista, dopo anni di vegetazione creativa, circondato da tutti i guai di un’esistenza turbolenta e poco invidiabile, raccoglie con coraggio e soprattutto senza un briciolo di vergogna, in uno studio scrupoloso, tutte le lezioni conquistate a fatica, il che probabilmente spiega Running On Faith. Al cuore di quest’ultima, e alla sorprendente sensualità espressiva della Hard Tmes di Charles, va attribuito il merito di essere riuscite a farsi strada attraverso l’del tutto inutile Hound Dog, senza dubbio il punto più basso di questo sensazionale documento musicale.
La natura mutevole e turbolenta dell’io più intimo di Clapton, per lunghi anni sepolta sotto la facciata dell’immagine di un chitarrista scontatamente sicuro di sé, riversa il suo culmine di espressione eruttiva in Bad Love, una confessione personale dal carattere forte, rivestita di un abito più moderno, più adatto ai tempi nuovi, che a metà si spezza con astuzia sul modello di Badge. Il coautore di quest’ultima, il grande Beatle George Harrison, stavolta si prende sulle spalle la responsabilità di Run So Far, che nella sua regia pop-rock (diciamocelo) fin troppo prevedibile ricorda per molti versi la ben più riuscita No Alibis. Il quadro opposto, di ottimismo entusiasta, di Bad Love è la “gemella” Old Love, che con il suo uso spudorato della tavolozza variopinta di soluzioni alla Cray, sostenuto da un chitarrismo decisamente in primo piano, evoca un’ultima volta i ricordi dell’unica e sola Pattie Boyd. Eric chiude questo ritorno sul grande amore della sua vita con una risata a stento controllabile, con la calunnia senza scrupoli di Before You Accuse Me. Un brano, uno di quei fortunati che Clapton, con la carica e l’energia che lo contraddistinguono, si è degnato di dotare della sua sensualità unica, che chiude degnamente l’orgoglioso ritorno del disco di gran lunga più forte del chitarrista negli anni Ottanta.
Formazione
Eric Clapton: voce, chitarra
Robert Cray: chitarra
Jerry Williams: chitarra, cori
George Harrison: chitarra, cori
Nathan East: basso, cori
Darryl Jones: basso
Pino Palladino: basso
Greg Phillinganes: tastiere
Alan Clark: organo Hammond
Jeff Bova: sintetizzatore
Jim Keltner: batteria
Jimmy Bralower: batteria
Steve Ferrone: batteria
Phil Collins: batteria
Produzione
Russ Titelman
Tracklist
1.Pretending
2.Anything For Your Love
3.Bad Love
4.Running On Faith
5.Hard Times
6.Hound Dog
7.No Alibis
8.Run So Far
9.Old Love
10.Breaking Point
11.Lead Me On
12.Before You Accuse Me
Durata dell’album: 56.59