“Judas Fuckin’ Priest” finalmente a Lubiana!

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Sì, sono passati «fottuti» due anni da quando hanno annunciato che la divinità del metal Judas Priest sarebbe tornata a Lubiana per la prima volta dal 1991. Poi, per i motivi che conosciamo tutti, la prima cancellazione, poi un’altra ancora, e non era difficile immaginare che, soprattutto per l’età avanzata di Rob Halford, il concerto potesse non esserci proprio. Ma la belva heavy metal macina senza pietà da ormai 50 anni, i paladini della fede nell’heavy metal non mollano e non si fermano, e pochi giorni fa si è finalmente realizzato l’attesissimo spettacolo heavy metal che Stožice, dalla sua apertura, non aveva ancora mai ospitato.

Io (ingenuamente, a quanto pare) pensavo che verso le sette si potesse ancora parcheggiare nel garage sotto il palazzetto. Be’, a convincermi del contrario ci ha pensato la polizia, che ha chiuso l’ingresso del garage e mi ha costretto a cercare un parcheggio alternativo. Comunque, i tanti gruppi di gente vestita di nero che rotolavano verso l’Arena Stožice mi hanno fatto capire che la mia paura di un concerto semivuoto non si sarebbe avverata.

I Judas Priest hanno invitato come ospiti di questo tour la rock superband The Dead Daisies, fondata nel 2013 dall’australiano David Lowy, una specie di versione rock di Bruce Dickinson: oltre a strapazzare le sei corde è anche imprenditore e, guarda un po’, pilota. Negli anni Lowy ha ospitato nei The Dead Daisies solo nomi che nel rock contano parecchio (Darryl Jones, Dizzy Reed, Marco Mendoza, John Tempesta e potrei andare avanti), mentre nell’incarnazione attuale lo aiutano Doug Aldrich (chitarra; Dio, Whitesnake), Brian Tichy (batteria; Whitesnake, Foreigner, Ozzy Osbourne) e alla voce nientemeno che il grande Glenn Hughes (Deep Purple, Trapeze). Lo scorso anno i The Dead Daisies hanno pubblicato con questa formazione (anche se nel disco alla batteria c’era Deen Castranovo) l’album Holy Ground, e da lì la band ha pescato gran parte dei suoi quaranta minuti di set. Purtroppo è tornato a farsi sentire il classico difetto di Stožice: il suono pessimo, tutto piuttosto impastato e rimbombante, che per fortuna verso la fine della loro esibizione è migliorato un po’. Ciononostante i signori hanno dato una vera lezione di rock a un palazzetto ancora piuttosto vuoto, con il professor Hughes a regnare, figura centrale sul palco di Stožice. Era incredibile sentire cosa tirava fuori dalla gola questo signore settantenne: con una voce così varia e conservata alla perfezione, anche cantanti la metà dei suoi anni potrebbero fargli un inchino. Hughes urlava come un matto, tra un grido da brividi e l’altro piazzava linee vocali suggestive e bellissime, e intanto suonava il basso come se niente fosse. Aldrich, tra i tanti assoli, occupava il palco in ogni angolo, e anche Tichy ha entusiasmato con cannonate da dietro la sua batteria, tra le quali ha infilato parecchio lancio da posatore e acchiappate al volo di bacchette, regalando un vero show. Verso la fine del set Hughes ha ringraziato con modestia e umiltà i Judas Priest per averli portati in tour, poi le Margherite hanno calpestato Stožice con l’eterno classico dei Deep Purple Burn, durante il quale Glenn Hughes ha giustificato un’ultima volta il suo soprannome di The Voice of Rock.

Se durante i The Dead Daisies il palazzetto era ancora piuttosto sguarnito, verso le nove di sera si era già riempito per bene. Le tribune più alte erano coperte da un telone nero, mentre il parterre era pieno quasi del tutto, e un bel numero di spettatori occupava anche le tribune basse. Il palazzetto è esploso quando dagli altoparlanti ha ululato l’inno dei Black Sabbath War Pigs, e ancora di più quando, sulle note di Battle Hymn, sopra il pubblico è calata un’enorme croce dei Judas Priest che, con un gioco di luci davvero impressionante, è esplosa all’arrivo della band sul palco. E no, non si poteva credere che i Judas Priest salutassero Lubiana proprio con il seguito di Battle Hymn, la trascurata magia di Painkiller One Shot At Glory, che in mezzo secolo di carriera avevano suonato dal vivo per la prima volta solo l’anno scorso al Bloodstock festival. Davanti a quella bomba epica di Painkiller ci si sono rizzati i peli tutti nello stesso istante, e quel concerto piuttosto anemico e di routine dei Metaldays 2018, con tutte le paure che si potesse ripetere, è finito subito nel dimenticatoio. I Judas Priest quel martedì sera erano in forma strepitosa e di ottimo umore! Anche il suono, dopo il rimbombo iniziale, si è stabilizzato in fretta ed è stato più che discreto per gli standard di Stožice, solo il basso di Ian Hill a tratti era un po’ troppo evidente e in primo piano (se lui sul palco sta sempre sullo sfondo, inchiodato al solito punto, eh eh). Ci eravamo appena ripresi dall’epopea d’apertura di quasi sette minuti che i Priest hanno attaccato con l’unico pezzo dell’ancora attuale Firepower, Lightning Strike, e in tutta la sua magnificenza si è dispiegato uno stage impressionante, che sembrava una specie di acciaieria industriale piena di cartelli di pericolo e «ingresso consentito solo al personale autorizzato»; in più ogni pezzo era accompagnato da una sua animazione sull’enorme fondale, e per giunta c’era un «lightshow» pazzesco. Giochi di luce così belli a Stožice probabilmente non si erano mai visti. Il momento più bello ed emozionante è stato senza dubbio quando, a metà di uno dei pezzi, nel suo assolo è comparso il dio della chitarra Glenn Tipton, peccato solo non averlo visto anche dal vivo.

I Priest hanno continuato a macinare senza pietà, infilando un classico dopo l’altro, un demolitore dopo l’altro, e il pubblico ricambiava con gratitudine l’ottima prova sul palco con un sostegno fragoroso, uno spettacolo da vedere e da sentire. Come lo erano anche i fan con addosso magliette di band che andavano dai Mayhem fino a roba tipo i Poison, a dimostrazione di cosa significhi nel metal il nome Judas Priest. Anche per età il pubblico era tale che i più anziani potevano tranquillamente fare i nonni ai più giovani. Bella prova che la fede nel metal è ancora viva! I Judas Priest ci hanno portati, passando per l’hit You’ve Got Another Thing Comin’, alla Freewheel Burning eseguita alla grande, poi all’immancabile hit danzereccio di Halford Turbo Lover, durante il quale ondeggiava coi fianchi tutto il palazzetto, fino ai gemelli assassini Hell Patrol e The Sentinel, durante i quali Halford strillava come un matto. Incredibile la forma in cui si è mostrato stavolta il Metal God (con un piccolo aiuto degli echi sui falsetti più alti), e questo nonostante tra poco compia rispettabilissimi 71 anni! Si vede che Halford è un frontman di vecchia scuola: ha conquistato il pubblico con il classico, ma un po’ masticato, incitamento a ripetere i suoi «yeah, yeah, yeah» in tutte le variazioni possibili. Comunque stavolta un grande inchino a un frontman la cui età si vede davvero solo dalla lunga barba grigia. Dopo The Sentinel i Priest hanno rallentato un po’ il set con la terzina epica A Touch of Evil, Victim of Changes e Blood Red Skies, dal suono industriale, durante la quale sul palco si è alzata una grande ciminiera di mattoni con la scritta JP Metalworks e ci ha scaraventati con la sua luce rossa dritti dentro una specie di altoforno. La band ha poi infilato due immortali cover, di Fleetwod Mac e Joan Baez, e quando da dietro la batteria si è fatto sentire Scott Travis si sapeva benissimo cosa sarebbe seguito – l’immortale classico metal Painkiller, eseguito alla grande, che ha steso tutti a chiusura della parte regolare del set e che, tra i selvaggi assoli, ha messo in primo piano anche Richie Faulkner, che con la sua prova non fa minimamente pensare che un anno fa gli sia scoppiata l’aorta e che fosse praticamente in punto di morte, e Andy Sneap.

Per il bis i Judas Priest hanno servito la bellissima e cantabile Electric Eye, il cui ritornello contagioso è stato cantato da tutto il palazzetto; al rombo degli scarichi era chiaro che Halford sarebbe arrivato di lì a poco sul palco in moto, lanciandosi in Hell Bent for Leather, e la sorpresa è stata che Halford ha cantato Breaking the Law per intero e non si è limitato, come in passato, a trascinarsi geriatricamente per il palco tendendo il microfono al pubblico perché l’inno lo cantasse da solo. La fine è arrivata troppo presto, con l’unico vero hit mancante, Living After Midnight, durante il quale i Priest hanno portato sul palco il grande toro di Birmingham. Nonostante un’ora e mezza buona di spettacolo heavy metal, al pubblico si sarebbe potuto regalare almeno ancora qualcosa come Judas Rising, ma è solo un pio desiderio dopo una prova così bella dei portabandiera del genere, che con le loro mani hanno scritto la storia dell’heavy metal. Possiamo solo sperare che la loro strada non sia ancora finita (probabilmente non lo è, visto che stanno preparando un nuovo album) e che si avveri l’appello e la scritta finale «Judas Fuckin’ Priest will be back». Grazie, leggende!

Setlist dei Judas Priest:

  1. Battle Hymn/One Shot At Glory
  2. Lightning Strike
  3. You’ve Got Another Thing Comin’
  4. Freewheel Burning
  5. Turbo Lover
  6. Hell Patrol
  7. The Sentinel
  8. A Touch of Evil
  9. Victim of Changes
  10. Blood Red Skies
  11. The Green Manalishi (With the Two Prong Crown)
  12. Diamonds & Rust
  13. Painkiller

— bis —

  1. The Hellion/Electric Eye
  2. Hell Bent for Leather
  3. Breaking the Law
  4. Living After Midnight

Foto: Sebastijan Videc

The Dead Daisies

Judas Priest

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