Kadilnica smrti a caccia di tradizioni pagane! (2013)
Autore: Urban Bolta
Luogo: Orto bar / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 14.11.2013
Numero di spettatori: 120
Prezzo del biglietto: 4€
Nuovo giovedì, nuova Kadilnica of death, che ormai nel suo appuntamento settimanale fisso avvolge l’Orto bar di Lubiana in un mare di nero. Questa volta la rotazione dei generi annunciava i concerti di tre band di casa, liricamente immerse nelle acque della tradizione popolare e pagana, insomma una serata fatta apposta per scatenarsi a suon di heavy e folk metal, quindi non stupisce che tra il pubblico ci fossero facce più giovani di quelle che si vedono di solito ai concerti degli altri sottogeneri metal.
Poco prima delle nove e mezza di sera sono salpati sul palco i Rusty Swords, trovatori heavy metal del Zasavje, che all’Orto bar hanno debuttato con il nuovo bassista Stanči Škarja. I Rusty Swords si muovono nella zona di confine tra l’heavy metal tradizionale e l’eredità della scuola power metal più recente, e per questo la somiglianza con gli eroi metal svedesi dei giorni nostri, i Sabaton, è più che azzeccata. Sul piano tecnico i Rusty Swords non hanno problemi, ma a zoppicare è la presenza scenica: nonostante la cinetica potente del loro modo di suonare, tutto lo show finisce per poggiare solo sulle spalle del carismatico frontman Kristjan Pavlič. Kristjan, con il suo look da motociclista, è la personificazione della retorica festaiola della band, che però, se vuole farsi riconoscere di più, dovrà iniziare a costruire anche un’identità dai contorni stilistici più netti: la sensazione era infatti che i Rusty Swords, pur di piacere al pubblico più vasto possibile, giustifichino la propria esistenza raccattando idee da troppi venti diversi.
Secondi in scaletta i Morana, band dell’Alta Carniola che dei tre in cartellone rappresentava la deviazione di genere più netta. Una passeggiata di poco meno di un’ora, distesa tra un miscuglio di black e death metal, ha fatto scivolare l’Orto bar in acque più cupe e malinconiche. I Morana però non sono i classici rappresentanti della scuola brutale: le loro linee, soprattutto nella fase iniziale di costruzione dei pezzi, sono movimentate, così oltre a una dose abbondante di doppio pedale ci siamo beccati anche un pizzico di strutture più complesse. Una delle caratteristiche centrali del gruppo, che l’anno scorso ha pubblicato il debutto »Too Bad For Heavens«, è la costruzione di un’atmosfera oscura, di cui si occupa in primis la tastierista, che però stavolta nel mix era quasi inaudibile. A tagliare quest’atmosfera carica di umori ci pensava con la sua voce profonda il frontman biondo, dai movimenti di scena un po’ timidi, la cui voce naturale, a giudicare dai grugniti sentiti nei pezzi, è sorprendentemente alta, cosa che ha accentuato il suo lato comico ma proprio per questo ancora più simpatico. Esibizione piaciuta, ma tanto più forte la tirata d’orecchie sul fronte dell’autopromozione. Nonostante dieci minuti passati a fare l’investigatore alla Sherlock Holmes, in rete non sono riuscito a trovare nemmeno le informazioni di base sulla band… una breve biografia e qualche foto promozionale dovrebbero essere l’igiene minima di ogni giovane gruppo.
Come protagonisti della serata si sono presentati gli Zaria. La band esiste da appena due anni, ma già dall’inizio del concerto era chiaro che il posto più prestigioso nella scaletta non l’hanno preso per caso! Nonostante la poca esperienza dal vivo e sei mesi lontani dai palchi, sono un collettivo esemplarmente affiatato, il cui sound folk metal dal vivo, tra bombast e carica, risultava ancora più sentito rispetto agli originali in studio. Il sestetto, composto dai chitarristi Miha e Jakob, dalla batterista Nika, dal bassista Rok e dal tastierista Gašper, ha costruito un suono ricco, con i momenti più alti nei passaggi strumentali, quando il flauto passava in mano alla figura centrale del palco, la cantante dalle predisposizioni operettistiche Inez (ex-Brezno). Proprio la sua voce, in un collage con gli strumenti organici, aggiunge agli Zaria anche una componente sinfonica, che il gioco di base a due chitarre completa alla perfezione. Anche se l’inglese è da sempre la prima lingua del rock’n’roll, agli Zaria riesce bene mettere parole slovene nei propri brani, cosa di cui non tutte le band di casa possono vantarsi. L’Orto bar, anche sotto il peso dei vapori alcolici, si è scatenato sulle ali dei pezzi originali Prebujenje e Modro obzorje, ma nonostante la tenuta sicura sul palco e l’approccio professionale resta aperta la domanda su quale sarà la risposta futura della band alla saturazione del genere stesso, nella cui trappola sono finiti anche loro.
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