Katy Lied

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Steely Dan
Etichetta: Island Records
Uscita: 1975
Durata: 35:25
Voto: 5/5

“Katy Lied” è stato il quarto album del leggendario progetto jazz rock Steely Dan, creato dagli inseparabili compari Donald Fagen e Walter Becker. Fin dagli esordi della loro carriera professionale, i due sono stati tra i musicisti e compositori più talentuosi, enigmatici e carismatici di tutta la storia della musica popolare. Sono diventati famosi anche come perfezionisti maniacali della produzione, capaci di spremere sempre al massimo la tecnologia da studio a disposizione. Va detto che in questo li ha aiutati un sacco il geniale produttore Gary Katz, che in tutti gli anni di collaborazione con un duo così esigente sul piano del suono non ha praticamente mai sbagliato un colpo.

Con questi presupposti, potete immaginare lo shock dei due puristi della produzione quando, durante le registrazioni di “Katy Lied”, il sistema di riduzione del rumore DBX è andato in crisi di colpo. A causa di questo spiacevole imprevisto si sono spinti al punto che, una volta finito di registrare l’album, si sono rifiutati di ascoltarlo. Anzi: per un bel po’ di anni non ne hanno voluto sapere di riascoltarlo, e sul retro della copertina si sono perfino scusati per la “qualità sonora scadente”. Tutto questo racconta fin troppo bene la loro ossessione malata per la perfezione del suono, ma se mi metto a spulciare la qualità sonora di “Katy Lied”, non riesco proprio a sentire nessuna imperfezione. A me il suono sembra allo stesso livello, invidiabilmente alto, degli altri album degli Steely Dan, quindi questo loro essere così fissati si potrebbe definire, e a ragione, quasi grottesco.

“Katy Lied” rappresenta una svolta importante nella carriera degli Steely Dan. Con questo disco Fagen e Becker, dopo le tante delusioni dal vivo, hanno trasformato il celebre nome in un progetto esclusivamente da studio, con legioni di musicisti d’eccezione a fare da ospiti. Sarebbe inutile elencare tutti questi nomi di peso, la lista è semplicemente troppo lunga. Mi limito a citare quelli che nel corso degli anni, soprattutto nel rock, si sono guadagnati un rispetto invidiabile, come i allora appena ventenni David Paich e Jeff Porcaro (che più avanti sarebbero diventati famosi in tutto il mondo come membri dell’attrazione melodic rock/pop Toto), il ritorno di Elliott Randall, molto stimato soprattutto da tutti gli appassionati degli Asia, e il celebre chitarrista/cantante Rick Derringer. “Katy Lied” è anche il primo album degli Steely Dan a cui ha partecipato il noto cantante r’n’b Michael McDonald (poi nei The Doobie Brothers). Il titolo dell’album, nonostante una metafora sarcastica piuttosto evidente, almeno all’origine non si riferisce a una ragazzina doppiogiochista di nome Katy, ma a un insetto dei prati, parente stretto del grillo (il nomignolo deriva dall’inglese katydid, la parola che indica questo animale).

Sul piano dello stile, “Katy Lied” non segna nessuna deviazione percepibile dal loro inconfondibile mix, raffinatissimo ed energico, di jazz, rock, r’n’b, soul e funk. L’unica differenza che si nota è che gli arrangiamenti jazz di fiati e tastiere hanno preso un po’ più di peso, ma questo non vuol dire affatto che le chitarre siano state in qualche modo relegate sullo sfondo della produzione. Con una scelta così ricca, ben sette (!) chitarristi diversi (Becker compreso), era del tutto naturale ritrovarsi nell’album un’abbondanza di assoli personalissimi e variegati, riff spiritosi e armonie a più voci. Ci si leccheranno i baffi anche i chitarristi più incalliti. Non avranno da lamentarsi neanche gli amanti del jazz-fusion, perché gli arrangiamenti di fiati e tastiere si innestano in modo raffinatissimo sulle strutture rock e r’n’b dei singoli brani. La voce di Fagen, marchio di fabbrica, spesso sarcastica ma ipnotica come poche, con un fascino tutto suo recita testi che anche stavolta grondano umorismo nero e satira sulle macchie oscure della società americana.

L’album, nel suo insieme, è di una coerenza incredibile e in questo segue l’eredità dei lavori precedenti. Anche stavolta non c’è un solo momento debole o noioso, anche se, a differenza della maggior parte degli album degli Steely Dan, non c’è nessun evergreen pop rock capace di ipnotizzarti all’istante e di piantarsi subito in testa con il ritornello fino ai timpani. Quelli che ci vanno più vicino sono l’iniziale “Black Friday”, un jazz rocker spiritoso con un ritmo saltellante, quasi boogie, un ritornello a più voci e una satira lirica pre-apocalittica velenosamente sarcastica, e l’incantevole “Bad Sneakers”. Quest’ultima si fa vanto di alcuni ottimi assoli di chitarra e soprattutto di una fenomenale prova vocale di Fagen, che vive il suo momento da star nel ritornello da inno. Al momento non mi viene in mente nessun’altra formazione capace di infilare nel ritornello principale, in modo così affascinante, ipnotico e sentito, le parole scarpe da ginnastica sfondate e pina colada. “Rose Darling”, fantasia sessuale di Fagen poggiata su schemi r’n’b, sfoggia un ottimo giro di chitarra e splendide armonie vocali.

Nella solida “Daddy Don’t Live in That New York City Anymore”, con il suo testo sarcastico sulle immagini sociali meno piacevoli di New York, viene fuori in modo evidentissimo il loro accostare, a contrasto, semplicità e complessità ritmica. Sullo sfondo si ripetono schemi ritmici con battiti di mani, spezzati da dinamici passaggi di batteria e da un ottimo assolo di chitarra in chiusura. L’enigmatica “Doctor Wu” è uno dei momenti migliori del disco. Nel testo ci troviamo davanti al misterioso e un po’ frustrato dottor Wu e alla sua strana ossessione per la (probabilmente immaginaria) ragazzina Katy (quella che compare nel titolo dell’album). Fagen “racconta” il tutto a modo suo, in tipico stile teatrale. Nella sua voce non mancano lo stupore e un pizzico di sarcasmo. Questo pezzo eccellente anticipa già la loro svolta successiva, più jazz, perché in produzione spiccano raffinati arrangiamenti jazz. Mi riferisco soprattutto agli assoli spiritosi di fiati e pianoforte.

“Everyone’s Gone to the Movies” è un jazz latino pop rocker condito di romanticismo, che si distingue per un ottimo ritornello a più voci, passaggi di sassofono birichini e ritmi caraibici. Qui il leggendario duo e i loro collaboratori in studio dimostrano un eccellente senso per la fusione degli elementi ritmici del jazz e della world music. Il testo, che tocca il tema della pedofilia, è pieno di umorismo nero. “Your Gold Teeth, Pt. 2” è un esemplare eccellente di jazz fusion. Pur essendo il seguito concettuale di “Your Gold Teeth” dell’album “Countdown to Ecstasy” (1973), dal punto di vista musicale è un pezzo completamente diverso. Arrangiamenti jazz spiritosi di pianoforte e fiati sono sostenuti da vistose armonie a più voci e da schemi ritmici eclettici. Fagen si conferma un vero camaleonte vocale, che passa come se niente fosse dal sarcasmo tagliente a una malinconia sensualissima.

La relativamente atipica “Chain Lightning” è costruita su note drammatiche r’n’b, blues e soul, e non mancano nemmeno imprese soliste di chitarra da applausi. L’ottimo jazz pop rocker “Any World That I’m Welcomed To” è un altro dei momenti migliori dell’album. Le armonie ipnotiche del ritornello sono sostenute da succosi passaggi di tastiere. Il testo è atipicamente sognante e idealista, perché parla di uno che, dopo averla combinata grossa nella vita, riscopre il bambino che ha dentro. Probabilmente è per questo che l’eccellente burlesque jazz rock fusion conclusivo “Throw Back the Little Ones”, dove Fagen col suo sarcasmo vocale velenoso a tratti arriva perfino a ricordare Roger Waters, risulta ancora più nichilista. Il testo surreale, certi esperimenti ritmici e gli arrangiamenti di fiati sono degni addirittura di Frank Zappa, che è sicuramente il complimento migliore che io possa fare a questa composizione.

“Katy Lied”, nonostante lo spiacevole incidente in studio che ha fatto passare la voglia di ridere al duo d’acciaio, è un ottimo album di transizione con cui il leggendario progetto da studio ha aperto un nuovo capitolo della sua storia. Per quanto Fagen e Becker possano rodersi il fegato per la loro “imperfezione sonora”, non possono negare l’opinione della maggior parte dei fan: questo è uno dei loro album più importanti, con contenuti musicali impeccabili e un uso avanzato della tecnologia da studio dell’epoca. Il motivo per cui “Katy Lied” di solito non è tenuto in così alta considerazione come la maggior parte degli album degli Steely Dan anni ’70 sta probabilmente nel fatto che non ci sono inni pop rock ipnotici al primo ascolto, in stile “Reelin’ in the Years”, “Dirty Work” o “Rikki Don’t Lose That Number”, cosa che indirettamente ha portato a un passaggio in radio un po’ più ridotto per questo disco. Tutti quelli che nella loro musica non cercano solo hit pop, ma apprezzano soprattutto arrangiamenti altamente eclettici e ampiezza strumentale, si godranno più che mai un’altra incarnazione della perfezione musicale e produttiva secondo la ricetta Steely Dan.

Formazione

Donald Fagen – pianoforte, tastiere, voce
Walter Becker – basso, chitarra, voce
Michael Omartian – pianoforte, tastiere
David Paich – pianoforte, tastiere
Wilton Felder – basso
Chuck Rainey – basso
Denny Dias – chitarra
Larry Carlton – chitarra
Rick Derringer – chitarra
Hugh McCracken – chitarra
Dean Parks – chitarra
Elliott Randall – chitarra
Jimmie Haskell – corno
Bill Perkins – corno
Phil Woods – sassofono, voce
Hal Blaine – batteria
Jeff Porcaro – batteria, dorophone
Myrna Matthews – voce, cori
Sherlie Matthews – voce, cori
Michael McDonald – voce, cori
Carolyn Willis – voce, cori

Produzione

Gary Katz

Tracklist

1. Black Friday
2. Bad Sneakers
3. Rose Darling
4. Daddy Don’t Live In That New York City No More
5. Doctor Wu
6. Everyone’s Gone To The Movies
7. Your Gold Teeth II
8. Chain Lightning
9. Any World (That I’m Welcome To)
10. Throw Back The Little Ones

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