Keith Emerson Band featuring Marc Bonilla
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Emerson, Keith
Etichetta: Edel Records
Uscita: 2008
Durata: 51:21
Voto: 4/5
Il leggendario mago delle tastiere è tornato dopo un tempo davvero lungo con un nuovo lavoro solista, in cui collabora con il suo storico compagno di avventure, l’affermato chitarrista e cantante Marc Bonilla (nella sua carriera ha suonato con una lunga serie di nomi più o meno noti, per esempio Glenn Hughes). Si tratta del suo primo progetto in studio dopo il (secondo) scioglimento degli ELP alla fine dei ’90 e del primo vero album solista dopo i vari progetti legati al cinema (l’ultimo in ordine di tempo è la colonna sonora per la serie animata “Iron Man”, nel lontano 1994 (uscita in studio, 2001). Mentre di “Emerson Plays Emerson” (2002) è difficile parlare come di un vero lavoro in studio.
Con il suo nuovo album, in ogni singolo pezzo, Keith dimostra di essere tornato alle sue radici rock progressive e di aver creato il disco che i suoi fan aspettavano con ansia da un bel po’ di anni, almeno dall’ultimo lavoro in studio degli ELP, “In The Hot Seat” (1994), che però aveva lasciato un’impressione piuttosto scadente. Tutte le composizioni sono frutto della collaborazione con Bonilla, che lo ha completato in modo eccellente, sia come compositore che come strumentista. Gli appassionati di lunga data del leggendario tastierista finalmente avranno pane per i loro denti, perché questo è un disco davvero ottimo, che dall’inizio alla fine brilla per varietà, virtuosismo ed energia; è il vero rock progressive sinfonico della migliore scuola, quella originale. Che gli ELP, in caso di un’eventuale reunion, riuscirebbero a creare qualcosa di simile, secondo me si può solo sognare.
Per tutto l’album Keith dimostra di essere ancora in forma smagliante come uno dei più grandi virtuosi delle tastiere di tutti i tempi e, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei tastieristi, che da anni in studio non tirano fuori nulla di entusiasmante, di essere un compositore pieno di spirito e con parecchi nuovi assi nella manica. Nei singoli brani dell’album si possono trovare numerosi parallelismi con le sue creazioni passate, sia dai tempi dei The Nice che degli ELP, cosa quasi scontata, visto che lo stile inconfondibile di Keith e il suono delle sue tastiere sono sempre stati in posizione centrale in tutti i suoi progetti musicali precedenti. Nell’album ha usato quasi tutti i tipi di tastiera che gli hanno regalato la fama di uno dei più grandi del mestiere e, per lo sviluppo del rock progressive sinfonico, del tastierista senza dubbio più importante. Oltre al pianoforte classico, con cui porta nei brani tantissimi elementi di musica classica, ci sono ovviamente le care vecchie organo hammond, vari tipi di sintetizzatori moog (il cosiddetto moog modular), un sintetizzatore korg e qualche altra piccola chicca.
Bonilla è un cantante eccellente, con una voce dal timbro malinconico che richiama parecchio quello che Greg Lake, ex socio di Emerson, aveva ai suoi tempi d’oro. Non è da meno, se non addirittura migliore, nel ruolo di chitarrista, dove, a paragonarlo a Lake, lo asfalta tecnicamente in lungo e in largo. Emerson gli lascia numerosi assoli di chitarra drammatici, che negli ELP erano una vera rarità. Anche se si sa bene chi è il capo, la chitarra ha un ruolo molto più importante di quello a cui eravamo abituati con le precedenti formazioni di Keith, sia con gli ELP che con i The Nice. A differenza di Lake, che doveva ricoprire un doppio ruolo strumentale, Bonilla è stato (in parte) alleggerito al basso dall’ottimo Bob Birch, le cui linee di basso melodiche si sentono chiaramente per tutto l’album. Gregg Bissonette alla batteria ovviamente non è nemmeno per sbaglio Carl Palmer. Anche il suo stile è parecchio diverso, meno vario per quanto riguarda l’uso delle varie percussioni, ma con i suoi passaggi energici completa comunque bene un’ottima base ritmica.
I brani sono sempre adeguatamente vari fra loro e mantengono un’intensità drammatica. Gli arrangiamenti orchestrali energici e le improvvisazioni selvagge sono affini a quelli con cui Keith entusiasmava ai tempi d’oro degli ELP, solo che qui sono completati in modo molto più intenso da possenti passaggi di chitarra elettrica. I primi quindici brani formano una suite concettuale chiamata “The House Of Ocean Born Mary”, ispirata a un racconto di fantasmi britannico (dell’autrice Marion Lowndes), mentre gli ultimi quattro pezzi sono creazioni del tutto indipendenti. Curioso che nell’album non ci sia nemmeno un brano lungo. Il più lungo, “Marche Train”, dura poco più di sei minuti. In compenso ci sono ben diciannove brani, molti dei quali sono brevi ouverture di Emerson basate sul pianoforte, che collegano fra loro i pezzi più complessi. Fra gli adattamenti di opere di musica classica questa volta si è concesso solo la rielaborazione di “Malambo From Estancia Suite”, nell’esecuzione originale del celebre compositore argentino Alberto Ginastera. Ginastera è stato uno dei pochi compositori di musica classica del XX secolo con cui Keith andava d’accordo, e ai suoi veri fan sarà del tutto superfluo ricordare che tanto, tanto tempo fa Keith adattò una parte della suite “Toccata” di Ginastera per uno dei brani usciti su quel classico degli ELP che è “Brain Salad Surgery” (1973). Già l’iniziale “Last Horizon”, con le follie di Emerson su hammond e moog modular e un motivo che più che evidentemente richiama una parte della leggendaria suite degli ELP “Tarkus”, incanterà tutti i suoi fan di lunga data.
Ottime anche le due parti di “Miles Away”, dove Bonilla con il suo canto melodrammatico e i suoi succosi passaggi di chitarra completa alla grande la magia virtuosistica di Emerson. Aggiungeci i massicci passaggi di batteria e, nonostante la produzione moderna, per un attimo ti sembrerà di ascoltare uno dei primi pezzi degli ELP. Su “Marche Train”, molto buona e con un eccellente assolo di chitarra, si può analizzare che bell’effetto può avere un ruolo più importante della chitarra elettrica rispetto al solito primo piano delle tastiere, e quanto il buon vecchio Keith, con l’età, sia davvero cambiato per quanto riguarda l’accettazione dei ruoli dei singoli strumenti nella sua musica. Non manca nemmeno una buona dose del solito pomp degli ELP, fra passaggi di tastiera maestosi e drammatici che si alternano. Un bell’esempio è “3rd Presence”, dove abbiamo a che fare con la riconoscibile pomposità degli organi da chiesa di Keith elevata alla decima potenza, e la complessa “Finale”, dove brillano tutti i migliori elementi virtuosistici della band di Keith.
Con questo ottimo nuovo lavoro in studio Keith dimostra di essere di nuovo in grande forma. Come ci si aspettava non ha creato nulla di nuovo, ma gli è riuscito perfettamente di evocare un bel po’ di quella magia che negli anni ’60 e ’70 nobilitava i suoi dischi migliori. Dopo una pausa lunghissima dal rock progressive sinfonico, è senza dubbio un risultato tutt’altro che trascurabile, che passerà agli annali come una delle migliori uscite del genere nel 2008. Per la forza di convinzione dei brani va un grande merito anche all’eccellente Bonilla, senza il quale a Keith non sarebbe di certo riuscito di creare quello che è finora il suo miglior album solista in studio. I paragoni con gli ELP si impongono da soli lungo tutto l’album, il che è al tempo stesso il suo più grande pregio e il suo più grande punto debole, perché qualcuno gli rimprovererà che Emerson e compagnia si siano sforzati troppo di imitare i tempi gloriosi dei giganti del rock progressivo. I veri fan degli ELP, invece, mentre lo ascoltano saranno al settimo cielo, perché una cosa così buona Keith con i suoi due ex compagni non la faceva dai tempi di “Works Volume One” (1977). Il vecchio lupo ha dimostrato ancora una volta che anche nel rock progressivo i maestri e i pionieri del genere hanno ancora parecchio da insegnare ai loro allievi.
Formazione
Keith Emerson – pianoforte da concerto a coda, organo hammond C3, sintetizzatore moog modular, sintetizzatore korg OASYS, organo, fisarmonica diatonica, reaktor, slide whistle, cori
Marc Bonilla – voce, chitarra, basso, armonica a bocca, reaktor
Bob Birch – basso
Gregg Bissonette – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Travis Davis – basso in The Parting, armonie vocali
Joe Travers – batteria in The Art Of Falling Down
Keith Wechsler – scacciapensieri in Gametime
Nathanial Bonilla – flauto dolce in The Parting
Produzione
Marc Bonilla and Keith Wechsler
Tracklist
The House Of Ocean Born Mary (inspired by a ghost story from Marion Lowndes)
1. Ignition (1:42)
2. 1st Presence (0:37)
3. Last Horizon (2:32)
4. Miles Away Pt. 1 (1:54)
5. Miles Away Pt. 2 (2:15)
6. Crusaders Cross (1:13)
7. Fugue (0:37)
8. 2nd Presence (0:18)
9. Marche Train (6:12)
10. Blue Inferno (1:12)
11. 3rd Presence (1:07)
12. Prelude To A Hope (2:23)
13. A Place To Hide (4:25)
14. Miles Away Pt. 3 (2:31)
15. Finale (5:57)
–
16. The Art Of Falling Down (3:30)
17. Malambo from Estancia Suite (Alberto Ginastera) (5:33)
18. Gametime (2:39)
19. The Parting (4:44