Ken Hensley, la leggenda del rock che vive una nuova fioritura artistica (2013)
Autori: Aleš Podbrežnik, Jernej Vene
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Steinfeld / Stadtsaal / Austria
Data dell’intervista: 25.10.2013
Ken Hensley è considerato uno dei musicisti più completi del rock. Compositore, arrangiatore, paroliere (poeta) e polistrumentista in una persona sola, ha lasciato di stucco il mondo del rock già all’inizio dei Settanta. Senza di lui in formazione gli Uriah Heep non sarebbero mai diventati quello che sono diventati. Una delle band hard rock più influenti di tutti i tempi che, cavalcando l’onda del grande »boom« con album da urlo come »Look At Yourself«, »Demons And Wizards«, »Magicians’s Birthday« e »Live 1973«, ha dato forma al volto del rock. Non è difficile accorgersi dell’unica, geniale acutezza di Ken Hensley. Basta una »sterzata veloce« con l’album »Salisbury« (1971) degli Uriah Heep nel tuo lettore CD o sul tuo giradischi, con la sua geniale suite omonima che dura ben oltre venti minuti.
Ken Hensley ha intrapreso la strada da solista dopo lo sfaldamento degli Uriah Heep nel 1980. Allora si rese conto che la band ricordava ormai solo di nome quel quintetto che, con l’unico David Byron al microfono, sapeva creare sui palchi una magia ancora più unica. Anche dopo aver lasciato gli Uriah Heep, Hensley è rimasto musicalmente attivo. Musicista prolifico, ha continuato a pubblicare nuove composizioni. Nel nuovo millennio, e soprattutto negli ultimi anni, le sue uscite piovono come se fossero prodotte a catena di montaggio. Una nuova fonte di divertimento e di soddisfazione creativa gli è arrivata soprattutto dalla fresca collaborazione musicale in formato quartetto, i Live Fire. Ne fanno parte, oltre a Ken Hensley all’Hammond, alle tastiere, alla chitarra e alla voce, anche l’»enfant terrible« italiano Roberto Tiranti (voce, basso) e due ottimi musicisti norvegesi, Ken Ingwersen alla chitarra e Tom Arne Fossheim alla batteria. In due anni la formazione ha pubblicato ben tre album. Il debutto »Faster« due anni fa, poi l’anno scorso il live »Live« e quest’anno, due settimane prima del concerto della band a Steinfeld, il secondo album in studio, »Trouble«. Dal punto di vista musicale il quartetto ricorda molto da vicino i lavori di Ken Hensley con gli Uriah Heep negli anni Settanta e i suoi primi dischi solisti in studio. Insomma, il leggendario musicista sta vivendo una nuova primavera.
Quali erano i tuoi sogni da ragazzo, prima di entrare nel mondo della musica e di decidere di diventare musicista?
Ken: Da adolescente il mio sogno era fare il calciatore. Avevo già firmato un contratto con il Luton Town, che all’epoca, quando avevo 16 anni, era in prima divisione inglese. Poi però le cose sono andate diversamente e sono finito nel rock ‘n’ roll.
Segui ancora le attività dei tuoi ex compagni degli Uriah Heep, e in generale la formazione di oggi?
Ken: Sono sempre impegnatissimo: scrivo musica, registro, suono dal vivo. Al momento mi dà tanta gioia ed entusiasmo la mia nuova band, i Live Fire, quindi semplicemente non ho tempo di concentrarmi sulle cose nuove che gli Uriah Heep fanno oggi.
Cosa pensi della tua nuova band, i Live Fire?
Ken: È la miglior band che io abbia mai avuto. Ci sono due ottimi musicisti norvegesi, il chitarrista Ken Ingwersen e il batterista Tom Arne Fossheim. Alla voce c’è l’italiano Roberto Tiranti, che suona benissimo anche il basso. In due anni abbiamo pubblicato ben tre album: il primo, »Faster«, due anni fa, quest’anno è arrivato il live, e poi il nuovissimo album in studio »Trouble«, uscito pochi giorni fa.
Come reagisce il pubblico ai tuoi concerti con i Live Fire?
Ken: Le reazioni sono ottime e ci ascoltano volentieri in giro per l’Europa. Mi sorprendono soprattutto le reazioni fantastiche del pubblico nei paesi dell’Est, come per esempio Russia e Ucraina, dove abbiamo suonato di recente. Lì la gente è davvero legata alla musica che creiamo e suoniamo. Si sentono vicini a noi. Per questo ai concerti partecipano con una carica pazzesca, reagiscono con grande trasporto, e sono davvero felice di avere un rapporto così bello con il pubblico di quei paesi. Dopo aver finito questo tour dei Live Fire, ho intenzione di andare per una settimana in Russia e in Ucraina a fare qualche concerto da solista. L’interazione con il pubblico di laggiù è semplicemente straordinaria.
Ma vivi in Spagna, quindi per te sono distanze di viaggio estreme, no? Ti capita ancora di passare dall’Inghilterra?
Ken: Ma certo. Non spesso, però con l’Inghilterra resto sempre in contatto.
Esattamente 45 anni fa, proprio oggi, in Inghilterra suonava JimI Hendrix?
Ken: Davvero? Questa non la sapevo. Allora abbiamo un ottimo motivo per festeggiare stasera, no?
E all’epoca hai mai incontrato Hendrix?
Ken: Abbiamo suonato con lui. Una sera eravamo in scena allo Speakeasy, il club di Londra. Io all’epoca suonavo con i The Gods, e in quel locale capitò anche Jimi Hendrix, che salì sul palco con noi.
E l’ispirazione non ti abbandona mai?
Ken: No. È sempre lì. Arriva da ogni parte. Dovunque. È sempre presente ed è parte della mia vita quotidiana. Mi accompagna mentre lavoro, mentre dormo. La cosa fondamentale è tenere sempre »aperta« la mente, »aperto« lo spirito. Mi ispirano le cose che vedo e che sento, quello che mi raccontano le persone, quello che leggo nei libri e così via. Non passa giorno senza che scriva o crei qualcosa.
Cosa nasce prima, quando crei? Il testo o la musica?
Ken: Sempre le parole. Le parole portano la melodia. Per fortuna l’inglese è fatto apposta per la melodia. Le parole inglesi portano con sé tantissima melodia. E dato che da noi in Inghilterra fa sempre freddo e c’è la nebbia, in quelle parole c’è anche molta malinconia. Per quanto mi riguarda, è un rapporto spirituale. È Dio a darmi l’idea. Mi dice come scrivere una cosa.
Ti sei mai pentito di aver lasciato gli Uriah Heep?
Ken: Assolutamente no. Mai. Quando ho lasciato gli Uriah Heep erano ormai solo una »cover band«. Semplicemente ero arrivato a un punto in cui il disagio dentro la band era per me così grande e stressante che stare negli Uriah Heep mi soffocava. Mi toglieva il respiro. Io non riesco a creare se non ho la possibilità di stare in piedi da solo, sulle mie gambe. So che avrei potuto guadagnare molti più soldi se avessi continuato a usare il nome Uriah Heep, ma ho sempre cercato di essere onesto nelle mie azioni. Con me stesso e con gli altri. Ora che sono un musicista solista e che sto in piedi sulle mie gambe, in modo indipendente, posso respirare a pieni polmoni e creare le mie cose migliori. È vero, lo ammetto: la mia storia musicale è splendida, quando guardo indietro agli anni passati a creare e a vivere con gli Uriah Heep.
Quando suoni i classici degli Uriah Heep, immagino che cerchi di avvicinarti il più possibile all’originale anche oggi?
Ken: È vero solo in parte. La voce di David Byron è unica, irripetibile e insostituibile. Semplicemente non si può copiare. Certo, alcuni pezzi che il pubblico ti chiede a gran voce ai concerti, come Lady In Black, conviene ritoccarli un po’, perché dopo anni che la suoni di continuo la cosa comincia a annoiarti. Quindi vale la pena cambiare l’arrangiamento. Però non bisogna esagerare. Potrete rendervene conto anche stasera, qui a Steinfeld.
intervista a cura di: Dragan Bulič e Jernej Vene
testo tradotto e curato da: Aleš Podbrežnik
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