Khaos Legions
Autore: Rok Klemše
Artista: Arch Enemy
Etichetta: Century Media
Uscita: 2011
Durata: 54:41
Voto: 3/5
Dopo la lotta contro i peccati, gli inni di ribellione, la macchina del giorno del giudizio e l’ascesa del tiranno, gli Arch Enemy non si fermano e, senza fare prigionieri, continuano a macinare con l’ottavo disco in studio, Khaos Legions. Fa strano pensare che dall’ultimo album, Rise of Tyrant, siano già passati quattro anni, ma etichetta e band hanno battuto il ferro finché era caldo e nel frattempo hanno sfornato un live, Tyrants of the Rising Sun: Live in Japan, e una compilation di vecchi pezzi registrati da capo non proprio riuscitissima, The Root of All Evil. Così ho messo su il nuovo disco con aspettative basse, e il titolo cretino (perché, ah perché, un sacco di band metal ultimamente adorano storpiare la grammatica nei titoli degli album!?) e la copertina (l’ispirazione è il celebre quadro di Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo… ovviamente), che sembra la cover di un gioco per Playstation, non promettevano niente di sconvolgente.
La verità, come al solito, sta più o meno nel mezzo. Fin dai tempi di Wages of Sin gli Arch Enemy puntano tutto su una produzione ultra moderna e cristallina, che però troppo spesso ha trasformato la musica in un death metal moderno e melodico clinicamente sterile. Non è che tutti i dischi con Angela Gossow suonino male, ma la ferocia, l’aggressività senza freni e la fantastica fusione di tecnica e melodia gli Arch Enemy non le raggiungono ormai da un bel pezzo. Anche Khaos Legions è un boccone altrettanto indigesto: il disco non è affatto brutto, solo che troppa melodia e troppa morbidezza ogni tanto lo trascinano a terra come zavorre. Il nuovo lavoro degli Arch Enemy si presenta in una luce ancora più leggera e morbida, tanto che la maggior parte dei brani potrebbe suonare tranquillamente power metal se le togliessi il vocione ruggente di Angela. Prova a togliere la voce da No Gods, No Masters e ti ricorderà subito qualcosa tipo gli Stratovarius (certo, ai tempi della loro età d’oro). Dopo un intro noioso e senza cervello con un discorso incredibilmente da cliché, gli Arch Enemy nella prima metà dell’album ci scaraventano in una marcia mid-tempo in cui spicca soprattutto la devastante Bloodstained Cross, che ricorda vagamente i riff dei Testament. Anche stavolta in primo piano ci sono ovviamente i fratelli Amott, che mettono in scena veri e propri fuochi d’artificio chitarristici. L’abilità tecnica di questo duo lascia a bocca aperta e in questa band la rivalità fraterna sfoga a pieno regime. Michael e Cristopher si passano con naturalezza assoli supersonici e arpeggi aggressivi, e spesso sembra proprio che facciano a gara a chi tira fuori l’assolo migliore e più difficile. La coppia pirotecnica brilla soprattutto nelle armonie, così tipiche del metal di Göteborg, che gli Amott portano su un livello completamente diverso. Purtroppo anche a questi due le idee per riff buoni e orecchiabili sembrano finire piano piano, perché ogni tanto, dopo i soliti schemi generici “chugga-chugga”, non vedi l’ora che i due maghi tornino a scatenarsi con le loro acrobazie sui manici delle chitarre. La colpa maggiore di questo difetto è della produzione, che di album in album diventa sempre più sterile e lucidata fino allo sfinimento. Le chitarre accordate in “C” dovrebbero ruggire come le pale di un elicottero, ma la produzione moderna e cristallina ha tolto loro ogni senso di ferocia, aggressività e pericolo. E i guai non finiscono qui, perché il punto debole è ancora una volta la voce monodimensionale di Angela Gossow, che suona parecchio processata, plasticosa e artificiale. L’organicità di growl solidi ma un po’ monotoni è poi rovinata da linee vocali sovraregistrate fino all’eccesso. In più Angela ci serve dei testi pseudo-anarchici che farebbero arrossire e imbarazzare perfino gli anarchici russi con Bakunin in testa. L’antica gloria degli Arch Enemy riaffiora solo verso la fine dell’album, soprattutto con le spettacolari intro di chitarra di Cult of Chaos, Thorns in My Flesh e Vengeance Is Mine, e in questo terzetto è graditissima anche la velocità più alta a cui la band alza il ritmo.
Khaos Legions ha qualche momento luminosissimo, merito soprattutto della magia chitarristica dei fratelli Amott. Eppure gli Arch Enemy puntano in modo dolorosamente evidente a una musica sempre più semplice e radiofonica. È vero, i growl sono ancora feroci e aggressivi, ma i ritornelli e le linee sotto di essi sono a tratti così semplici che fa male. Non so se sia una mossa studiata per allargare la base di fan, ma la band suona sempre di più come un terreno per mettere in mostra i muscoli chitarristici del duo Amott. Le masse acritiche che amano il “death metal” a misura d’orecchio ingurgiteranno ovviamente qualsiasi cosa serva la band, ma Khaos Legions a tratti suona così sbiadito che potresti metterlo su in famiglia dopo il telegiornale e, sui testi ribelli da deficienti, imprecare contro il destino del mondo.
Formazione
Angela Gossow – voce
Michael Amott – chitarra
Christopher Amott – chitarra
Daniel Erlandsson – batteria
Sharlee D’Angelo – basso
Produzione
Rickard Bengtsson e Arch Enemy
Tracklist
1. Khaos Overture
2. Yesterday Is Dead and Gone
3. Bloodstained Cross
4. Under Black Flags We March
5. No Gods, No Masters
6. City of the Dead
7. Through the Eyes of the Raven
8. Cruelty Without Beauty
9. We Are Godless Entity
10. Cult of Chaos
11. Thorns In My Flesh
12. Turn to Dust
13. Vengeance Is Mine
14. Secrets