Kilroy Was Here
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Styx
Etichetta: A&M Records / Interscope
Uscita: 1983
Durata: 40:41
Voto: 3.5/5
Nel 1983 è capitata una cosa imbarazzante ma anche parecchio divertente ai ragazzi dei leggendari Styx, band americana di arena/prog rock, e proprio dopo aver infilato quattro album multiplatino di fila, un record che ancora oggi è una loro esclusiva e con cui avevano scalato le classifiche radiofoniche dell’epoca. Quell’anno uscì infatti il loro undicesimo album in studio, un’opera rock concettuale e iperpomposa intitolata »Kilroy Was Here«, con la quale, a causa di una pretenziosità che stavolta ha superato il confine del buon gusto, hanno praticamente ammazzato l’arena rock e l’hanno mandato nel dimenticatoio per un bel pezzo. Nonostante il tour di promozione si fosse rivelato un disastro finanziario totale, il disco ebbe comunque successo commerciale e sfiorò quello dei predecessori, ma i dissapori tra i membri fecero sì che gli Styx si sciogliessero subito dopo la fine del tour, per tornare sulla scena solo nel 1989.
Il principale colpevole di quello scioglimento temporaneo fu di sicuro il tastierista e cantante Denis DeYoung, padre di uno dei concept più pretenziosamente pomposi di tutti i tempi, che durante il tour di »Kilroy Was Here« si è visto trasformare anche in una produzione scenica megalomane. Durante gli show passavano perfino un breve film introduttivo, mentre i singoli membri della band interpretavano i personaggi principali del concept: il vertice del kitsch pomposo di DeYoung, paragonabile alla danza di re Artù e dei suoi fedeli cavalieri sul ghiaccio, in regia solista del leggendario tastierista degli Yes Rick Wakeman, nel lontano 1975, che resta ancora oggi una specie di apice dell’eccesso scenico concettuale, almeno per quanto riguarda il progressive rock.
»Kilroy Was Here« racconta una storia di critica sociale su un ex rocker di nome Robert Orin Charles Kilroy (sul palco lo interpretava DeYoung), che vive in un futuro distopico dove i robot sono entrati a far parte della quotidianità umana. Un regime totalitario fascistoide, che attraverso i robot e il suo supremo propagandista, l’evangelista religiosamente fuori di testa ‘dottor Virtuoso’ Everett Righteous (sul palco lo interpretava il chitarrista e cantante James Young, con i gemelli Panozzo a fargli compagnia nel ruolo delle sue guardie del corpo), che predica senza sosta sulla depravazione dell’heavy metal, governa il popolo con il pugno di ferro e di conseguenza ha vietato qualsiasi forma di musica, soprattutto il rock, corruttore dei giovani.
I robot poliziotto di fabbricazione giapponese si mettono a caccia del ribelle Kilroy, che continua a suonare musica e cerca di fregare il regime tirannico. Il dottor Virtuoso lo cattura e lo sbatte in cella, ma lui riesce a scappare. Poi, grazie a una maschera robotica e a un’armatura cibernetica, Kilroy si traveste da uno dei robot carcerieri e si dà il nome di Mr. Roboto, per attraversare più facilmente e senza essere riconosciuto fino a una zona sicura. A proposito, tutti i robot al servizio del regime fascista si chiamano Robototi. Ancora oggi un sacco di media popolari ci ricamano sopra battute su questo nome assurdo. La Mattel, colosso dei giocattoli, ha addirittura battezzato Roboto uno dei personaggi della serie Masters of the Universe poco dopo l’uscita di questo album, mentre il titolo di questo brano di culto se lo sono poi appropriato anche I Simpson. Alla fine della storia Kilroy incontra un giovane musicista di nome Jonathan Chance (sul palco lo interpretava il chitarrista e cantante Tommy Shaw), che si trova nel bel mezzo di una missione speciale: riportare in vita il rock. Così nasce una nuova speranza per la rivolta decisiva contro il regime.
È più che evidente che DeYoung si sia ispirato in parte al capolavoro di Frank Zappa »Joe’s Garage« (1979), dove anche lì la musica era vietata, anche se ogni ulteriore paragone cade subito. L’ispirazione è arrivata anche dalla crociata di un certo gruppo di congressisti americani contro ogni forma di rock ‘immorale’ e dalla loro ossessione per i messaggi subliminali, che proprio allora infuriava a pieno regime. A proposito, ‘Kilroy Was Here’ è una frase popolare con cui gli americani, dalla seconda guerra mondiale in poi, quando comparve per la prima volta, indicano un certo tipo di graffiti che raffigurano un omino pelato con un lungo naso e le mani che penzola oltre un muro.
Concept orwelliano assurdo e masticato mille volte o no, »Kilroy Was Here« nel suo insieme non è affatto un brutto album, perché contiene parecchi pezzi eccellenti, mentre anche quei momenti in cui la band, con un gonfiare i muscoli del pomp rock quasi assurdo, sembra aver superato se stessa in fatto di buon gusto, alla prova del tempo regalano ancora un sacco di buon divertimento e perfino risate. Il discorso vale subito per la famigerata classica di culto già citata, »Mr. Roboto«, di gran lunga il brano più riconoscibile e il singolo principale del disco, che coi suoi esperimenti con la sintetica, i ritmi ‘tunz’ assurdi e un testo disperato è così kitsch, così scema, così assurda, che alla fine diventa perfino buona. Le linee di sintetizzatore ripetitive, con il loro suono elettronico, creano in modo riuscito un’atmosfera di robotizzazione totale, mentre la performance vocale teatrale di DeYoung, guidata dall’ipnotico ritornello ‘domo arigato Mr. Roboto’, è tra le migliori della sua carriera. Inutile dire che le chitarre qui in produzione sono state tagliate completamente. Fa fatica a credere che questo noto classico degli Styx sia oggi, soprattutto tra gli americani, praticamente già un fenomeno culturale, quasi al livello di Cuck Norris.
»Cold War«, dove il ruolo di cantante principale passa a Shaw, è una specie di miscela tra gli Styx classici e quelli ‘sintetici’, con solide fasi chitarristiche, stacchi di batteria e un accompagnamento ‘nintendo’ di sintetizzatori. Sperimentare con la tecnologia dei sintetizzatori, allora innovativa, era sommamente popolare in quel periodo, quindi a questo proposito oggi gli si può perdonare parecchio. La zuccherosa ballad d’amore di DeYoung »Don’t Let It End«, che contiene tutte le caratteristiche tipiche dell’approccio compositivo e vocale di questo leggendario tastierista, è stata, insieme a »Mr. Roboto«, il secondo singolo di successo dell’album. Nonostante il testo saccarinico, ha una bella melodia guidata da arrangiamenti sinfonici e un ritornello epico, coronato da un’atmosfera nostalgica, e anche le armonie di chitarra stavolta sono davvero eccellenti.
Il melodic rocker »High Time«, terzo singolo dell’album, un altro pezzo a medio tempo che include anche arrangiamenti di fiati, è tra i momenti meno ispirati del disco, dove a entusiasmare di più sono le ottime armonie vocali sotto il comando di DeYoung. Molto più divertente risulta l’hard rocker incisivo, come suggerisce il titolo, »Heavy Metal Poisoning«, parodia vocale di Young sul falso moralismo dei fanatici religiosi americani e sui presunti messaggi satanici subliminali nel rock. Il ritornello epico è accompagnato da possenti armonie vocali, massicci stacchi di batteria e un riff di chitarra robusto. Uno dei momenti migliori dell’album è anche la power ballad epica »Just Get Through This Night«, che si apre come una struggente ballata acustica sulle onde del pianoforte e sotto il melodico comando vocale di Shaw, finché non arriva il passaggio a una sezione più temperamentosa, dove non manca nemmeno un assolo di chitarra da leccarsi i baffi.
»Double Life« è un altro ottimo hard rocker, che si potrebbe definire il gioiello nascosto dell’album, perché contiene epiche armonie vocali sotto la bacchetta tonante di Young e quella melodica di Shaw, oltre a un riff di chitarra possente, arricchito da arrangiamenti spiritosi di sintetizzatori e da fiati giocosi. »Haven’t We Been Here Before« è un’altra ballad melodic rock di Shaw con arrangiamenti eterei di pianoforte e chitarra acustica, dove gli Styx dimostrano ancora una volta la loro sempre stupefacente maestria nelle armonie vocali epiche. »Don’t Let It End (Reprise)« è una chiusura un po’ maldestra di questa impresa concettuale, perché, come dice già il titolo, vi si ripete il motivo centrale di »Don’t Let It End« e anche quello di »Mr. Roboto«, con testo cambiato e Shaw nel ruolo trionfante di cantante principale e di rockstar concettuale Jonathan Chance.
»Kilroy Was Here« è, senza ombra di dubbio e in tutta la sua assurdità concettuale, l’esperimento più divertente nella storia dei leggendari arena rocker di Chicago, che con questo disco hanno compiuto un suicidio rituale della pretenziosità e sono spariti per un bel pezzo dalla vetta della scena melodic rock americana. È l’album più controverso nella storia degli Styx, che ancora oggi suscita sentimenti contrastanti e dibattiti accesi tra i fan della band e ha almeno tanti detrattori quanti sostenitori. Il concept iperpomposo di DeYoung è nel bene e nel male la zavorra di un lavoro che musicalmente è comunque più che solido e in cui ci si può immergere senza problemi, se non lo si prende troppo sul serio. Cosa ne pensino gli altri membri della band, cioè Shaw e Young, che portano ancora avanti il nome Styx, lo dice meglio di tutto il fatto che dopo l’uscita di DeYoung nel 1999 dal vivo non hanno suonato nemmeno un brano di questo disco, e ancora oggi si attengono a questa linea.
Formazione
Dennis DeYoung – tastiere, voce come Kilroy
Tommy Shaw – chitarra, voce come Jonathan Chance
James Young – chitarra, voce come Dr. Righteous
Chuck Panozzo – basso, cori come Lt. Vanish
John Panozzo – batteria, cori come Colonel Hyde
MUSICISTI OSPITI:
Dan Barber – corno
Steve Eisen – sassofonoMike Halpin – corno
Michael Mossman – corno
Mark Ohlson – corno
Produzione
Styx
Tracklist
1. Mr. Roboto
2. Cold War
3. Don’t Let It End
4. High Time
5. Heavy Metal Poisoning
6. Just Get Through This Night
7. Double Life
8. Haven’t We Been Here Before
9. Don’t Let It End (Reprise)