Kohntarkosz Anteria
Artista: Magma
Etichetta: Seventh Records
Uscita: 2004
Voto: 4.9/5
I Magma non pubblicavano un album in studio da più di vent’anni, poi nel 2004 hanno annunciato un nuovo disco. Kohntarkosz Anteria era stato composto già trent’anni prima, ma Christian Vander semplicemente non aveva trovato il tempo di farlo uscire. Visto che ci è voluto così tanto per pubblicarlo, e altrettanto per registrarlo, la domanda sorge spontanea: valeva la pena aspettare?
Ti rispondo subito, senza il minimo dubbio: il disco ha ripagato ogni sforzo, e forse è stato perfino meglio che abbiano aspettato così a lungo prima di registrarlo. Con questo lavoro i Magma sono tornati a pieno vapore. Vander spiazza di nuovo i fan, perché ancora una volta il disco non suona come i suoi predecessori. Stavolta il batterista prodigio ha scelto un approccio che dà più peso alle voci. Questo compositore innovativo si è circondato di una squadra completamente nuova: della vecchia falange è rimasta solo sua moglie. Un cognome riconoscibile spunta anche nei fratelli Paganotti, figli del celebre bassista dei Magma Bernard Paganotti. Vander ha deciso di nuovo di usare ben due tastieristi. Ha chiamato anche un nuovo bassista e chitarrista e un’altra cantante, ma stavolta ha scelto di fare a meno dei fiati. Quindi, per quanto riguarda gli strumenti, è una versione dei Magma piuttosto ridotta, ma i cinque cantanti, che formano una sorta di mini coro, compensano più che abbondantemente qualsiasi mancanza ti possa venire in mente.
Già dai primissimi secondi della prima parte, questo album lascia intuire la beatitudine di cui ci vuole benedire. Sorprende quanto sia melodico e accessibile fin dall’inizio. Strutturalmente è quasi più vicino ai lavori sinfonici, perché ci sono meno cantilene lunghe e ripetizioni. Prima di sentire KA conoscevo piuttosto bene tutti i loro album in studio, ma per una cosa del genere non ero pronto. Il disco ti afferra fin dall’inizio e non ti molla mai. Le combinazioni di melodie e strutture organizzate (soprattutto nelle parti vocali) sono la ragione per cui ho la pelle d’oca di continuo. Non importa se a ipnotizzarti è Stella con la sua voce delicata, sensuale, quasi da sirena, o Antoine Paganotti, dallo stile più aggressivo, o se a rapirti è tutto il coro. Non c’è un attimo di cedimento, succede sempre qualcosa. Questa prima parte è probabilmente la più solida di tutte e tre.
La seconda parte si apre riprendendo il tema d’apertura del disco Kohntarkosz. Ma dura poco. Poi nasce un mostro completamente nuovo. Il pezzo attraversa diverse fasi: dall’aggressivo al bello e ipnotico. Il grosso di questa parte è costruito attorno a un canto rituale: “wiwi wowo sehndo.” L’unica lamentela che ho su questa parte è che il canto si ripete un paio di volte di troppo. Ma dai Magma te lo aspetti. Parliamo di una band che dà tantissima importanza ai canti ripetitivi e all’ipnosi dell’ascoltatore. Però nei loro canti ci sono sempre delle variazioni, che magari al primo ascolto non si notano affatto, ma più li senti, più diventa chiaro che non è tutto così semplice e monotono come sembra. Le svolte sono raffinate e non così evidenti, ma ci sono, eccome. Le melodie di questa parte sono forse ancora un filo meglio di quelle della prima (se è possibile), ma l’eccesso di ripetizioni lascia comunque la prima parte più in alto.
Per finire, la chiusura di questo lungo viaggio nel mondo di Kobaia. La terza parte è l’unica del disco con un lungo passaggio strumentale. Prima abbiamo l’onore di ascoltare una lunga introduzione al piano elettrico Fender Rhodes, che forse tira un po’ troppo per le lunghe. Dopo la prima parte vocale segue un altro breve interludio di piano, che a un certo punto si trasforma di colpo nell’inizio vero e proprio del pezzo. Seguono forse otto minuti della migliore musica che io abbia mai sentito. C’è tutto: dagli ottimi assoli di Antoine alle reazioni emotive di Stella. Più avanti si unisce anche Christian, che canta la sua melodia vocale migliore. Gli ultimi minuti sono di nuovo più ripetitivi, con varie variazioni sulla parola “Alleluyah”. Ma non ti annoi nemmeno lontanamente, perché il tutto è parecchio ipnotico. Nella terza parte si sente un breve estratto da Theusz Hamtaahka (Retrospektiw I-II), e alla fine del disco cantano tutti insieme il verso di commiato dall’album Kobaia: “Hoi Hamtai, Sim Rim Hamtai”.
Il disco è semplicemente superbo e i cinquanta minuti volano via in un lampo. Gli arrangiamenti vocali sono così incredibili che a volte sembra di ascoltare cinquanta cantanti invece di cinque. A volte i vocalist cantano contemporaneamente tre o addirittura quattro melodie diverse, eppure non suona per niente cacofonico o confuso. Tutto si incastra alla perfezione e la musica scorre leggera. Potrei elogiare all’infinito i grandi arrangiamenti vocali e l’esecuzione di queste melodie, ma anche gli altri membri meritano una menzione. Il più riconoscibile è ovviamente il capo, Christian Vander, con il suo drumming fulmineo. Ma con lui non è solo questione di velocità. Quando serve, sa suonare parti piano e lente, a volte non ha nemmeno bisogno di suonare, e in certi momenti esplode in furiosi inserti jazz. Sa anche farsi avanti al microfono e cantare con la sua voce inconfondibile. Probabilmente molti saranno felicissimi che stavolta con la sua tecnica vocale non sperimenti minimamente, ma si concentri del tutto sull’estetica. Niente urla, niente strepiti, e neanche il falsetto altissimo. Tutti questi elementi non mi hanno mai dato fastidio, ma non ne sento affatto la mancanza. Per me la sua voce è da tempo tra le migliori in assoluto. Con gli anni non è peggiorata di un millimetro, anzi, è solo migliorata. In formazione ci sono due tastieristi, che fanno il loro lavoro con grande precisione. Magari non sono i più in vista, ma il loro compito è importantissimo per l’accompagnamento delle voci. Il basso è di nuovo molto dinamico. Forse non è potente come quello di Top o di Paganotti, ma per questo album va benissimo. Anche James MacGaw alla chitarra è un acquisto importante. Per lo più accompagna il coro, ma un paio di volte gli capita anche l’occasione per qualche assolo, e la sfrutta volentieri.
Nonostante questo album non suoni come nessun altro lavoro della band, mantiene comunque gli ingredienti tipici che fanno i Magma. Chi è un loro fan sfegatato se lo berrà secondo dopo secondo, ma il disco va benissimo anche per chi la band non la conosce e vorrebbe scoprirla. La musica è molto più accessibile che mai, ma anche più varia. È vero che alcuni temi dei dischi precedenti ritornano, ma quei momenti sono brevissimi e praticamente impercettibili. La produzione è modernissima e lucidata, ma non fa niente. I Magma sfruttano le nuove tecniche a loro vantaggio e arricchiscono ancora di più un suono già di per sé magnifico. Non sono un gran fan dei nuovi approcci di produzione, ma stavolta il risultato è insuperabile. La musica è divina e quasi non ci trovo difetti. Kohntarkosz Anteria è uno di quegli album che per tutti i cinquanta minuti mi tengono in estasi senza mollare un istante. Probabilmente è addirittura il miglior album della mia collezione.
Formazione
Stella Vander – voce, percussioni
Isabelle Feuillebois – voce
Himiko Paganotti – voce
Antoine Paganotti – voce
James Mac Gaw – chitarra
Emmanuel Borghi – piano, Fender Rhodes
Frédéric d’Oelsnitz – Fender Rhodes
Philippe Bussonnet – basso
Christian Vander – batteria, voce, percussioni
Produzione
Magma
Tracklist
1. K.A I 11:12
2. K.A II 15:53
3. K.A III 21:43
Durata dell’album: 48:49