Koi No Yokan

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Deftones
Etichetta: Reprise Records
Uscita: 2012
Durata: 51:50
Voto: 4.5/5

Quando, quasi vent’anni fa, ho ascoltato per la prima volta le battute iniziali di Adrenaline, alle mie orecchie ancora giovani è stato subito chiaro che i Deftones erano qualcosa di speciale, qualcosa in cui valeva la pena immergersi. Dopo Around The Fur era evidente che la fortuna contava poco: questi matti californiani di Sacramento erano in missione per conto loro, una missione dopo la quale il mondo della musica non sarebbe mai più stato lo stesso, e White Pony ha dimostrato che si può sempre alzare l’asticella. I coetanei degli ormai ex avanguardisti Korn sono diventati un franchise che, oltre ai vestiti e all’immaginario del sound nu metal dell’epoca, ha inventato un approccio tutto suo ai temi contemporanei, e le mie orecchie sono diventate sempre più affamate di seguiti. I seguiti, per lo più, mi hanno deluso, finché dopo la morte del bassista Chi Cheng ho deciso di chiudere il cerchio delle delusioni infinite (Saturday Night Wrist è stata una luminosa eccezione) rimettendomi ad ascoltare quei ritmi che creavano dipendenza e quelle canzoni grazie alle quali la malinconia mi era sembrata perfettamente compatibile con l’idea di metal di qualità. Koi No Yokan è finito nel lettore, e il resto lo trovi condensato nelle righe qui sotto.

Koi No Yokan in giapponese significa innamorarsi a prima vista, ma siccome nell’innamoramento istantaneo c’è sempre qualcosa di ingannevole, all’inizio mi sono concesso una certa distanza, che pian piano si è sciolta. Dodici anni dopo White Pony nel cuore c’era ancora abbastanza esca da far divampare la fiamma, e il magnetismo della buona musica ha evocato dalla tomba tutti quei bei ricordi per cui l’ingenuo ragazzino di allora, ora un po’ invecchiato, si ritrova più felice per una nuova rivelazione dell’anno scorso. L’armata di aggressori sonici atipici di Chino è in grado di superare la prova del tempo e di servire quasi un’ora di musica davvero eccezionale con pochissimi difetti. Le chitarre di Stephen Carpenter, con le corde accordate più in basso, tengono su l’impalcatura entro cui si dispiegano bene gli sfoghi ritmici brillanti di Cunnigham, mentre la glassa di dolcezza è affidata al sussurro ansimante ed esoterico del cantante Chino Moreno, che dopo aver abbandonato i kornismi è diventato del tutto arioso e quasi sexy-sinistro. L’atmosfera è una pozza in cui si intrecciano motivi onirici e filze di parole non sempre subito chiare e dirette, uno spremere fuori il dolore del mondo che nella band, negli ultimi anni, non è certo mancato. Koi No Yokan è infatti un tentativo terapeutico di alleggerire il peso della consapevolezza che non sarà mai più come prima e che certe persone, scivolate sempre più nel buio della morte, non si potranno più richiamare indietro. Chi se n’è andato a rate, e già dopo Diamond Eyes il suo posto è stato preso da Sergio Vega. Pesantezza e sogno si danno la mano con il fattore della rinascita, che ha rimesso la band sui binari di una potenza musicale capace di far risalire di nuovo le vette dell’universo Deftones, fatto di fragilità spezzata e brutalità ispirata.

 

Koi No Yokan è un disco in cui gira tutto meglio che nei precedenti. I testi sono da Moreno al massimo livello, e le canzoni stanno in piedi che è un piacere. Già l’opener Swerve City, con il suo riff d’apertura che ricorda un miscuglio zeppeliniano – smashing-pumpkinsiano di roba già sentita ma comunque unica, dà la spinta per tuffarsi nelle profondità. Moreno è ossessionato da cavalli astrali e forze della natura e di sex appeal non svela troppo, ma l’interesse, nonostante l’inafferrabilità esoterica, resta inchiodato come acciaio ai suoni che si intrecciano tra l’orecchio sinistro e il destro. Dopo l’onda d’urto del primo entusiasmo arriva il seguito ancora più sensuale, Romantic Dreams, che si fonde con il pezzo precedente come una continuazione del tutto logica. La chitarra di Carpenter fila i suoi fili, la metrica di Cunnigham frena lo sfogo troppo rapido delle emozioni con colpi sulle pelli dosati al millimetro, e Chino, tra i suoni nascosti del basso e i sample e le tastiere di Delgado, officia a modo suo un rito di incantesimo sciamanico. Quella sensazione di stordimento è il risultato del tutto logico di una chimica che suona naturale ed eterea, volatile. Leathers poi si insinua come una goccia di pioggia tra fitte nubi di nebbia e fumo, e dopo un’introduzione delicata sparano tutti i cannoni della cannonata Deftones. I Deftones si liberano dalle vecchie bende dei tegumenti che un tempo li soffocavano e mantengono dignità e forma propria, senza suonare come nessun altro se non se stessi. Moreno infila contrasti di urla acute, sussurri e bisbigli ipnotici, e nonostante una dose minore di growl c’è abbastanza sostanza perché la melodia non ammazzi l’asprezza del suono d’insieme, e per questo i Deftones non suonano per niente piagnucolosi o smidollati.

I picchi si susseguono e, dopo gli handclap all’inizio di Poltergeist, riaffiora il ricordo del primogenito della band, l’album Adrenaline. L’asprezza che segnava le battute di Bored è ancora qui, solo un po’ più matura e maledettamente più piena! Un colossale colpo di distorsioni e handclap si dipana come se fosse la cosa più normale del mondo, e i Deftones, nelle esplosioni di suono, generano nuove galassie di universi suggeriti a livello subconscio nell’anima e nel cervello di chiunque, mentre ascolta la musica, la musica la senta davvero. Niente chiacchiere e niente tessuti molli. Entombed, con una nota atmosferica di pop, cade nell’insieme come un momento di suspense piazzato al punto giusto, l’estetica non ne risente per niente e l’energia del disco nemmeno. Già Graphic Nature, con un sottotono più incisivo, riporta l’espresso dell’anima a giri più alti di bellezza atonale, mentre Tempest si insinua come un’apparizione uscita dalle nebbioline del pop. I Depeche Mode in versione metal – è un’approssimazione, in cui il momento maynardiano di gioco sexy con il (non) permesso raddoppia la sensazione di pienezza eclettica di ciò che si sente, e le sfumature si stratificano una sull’altra come cortine di fumo di nebbioline scarlatte di sballo.

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E Gauze, un attimo dopo, con un tempo dichiaratamente sfasciato, abbellisce la giornata con contorni per nulla ballabili, che però funzionano con sicurezza, coerenza e compattezza. Se su White Pony i Deftones a tratti perdevano i capi del filo rosso delle loro idee, stavolta tutta la macchina e l’assetto della band sono ben oliati e lucidi. Quasi incompatibile con il nome Deftones. Lo sbriciolamento del ritmo resta sempre udibile, ma comunque a una distanza dosata con gusto. Rosemary, come eco sonora dell’Oriente, scivola in primo piano come l’immagine sfocata di un tempio dell’anima circondato da fiori di ciliegio. »There’s no sound but the engines drown / I might set free to roam …« è il verso dopo il quale il treno stoner si mette in moto e scivola lento verso i confini dell’universo Deftones, ma stavolta la dispersione dei contorni non arriva. I Deftones sgretolano un lento lamento dal sapore sensuale, per dedicare con Goon Squad ancora una scheggia al loro amico perduto Chi, nel modo che gli stava a pennello. E la conclusiva What Happened To You potrebbe facilmente essere bollata come inutile puntino sulla i artistoide, il che non è del tutto vero, perché i Deftones sono sempre stati timonieri della propria narrazione, anche se non sempre capiti nel modo giusto.

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Ipnosi e violenza di una magnifica bellezza sonica sono le premesse principali di questo amore a prima vista, ma non ci sono i picchi da hit del passato, che My Own Summer senza dubbio era. White Pony ha avuto il suo seguito, solo che nel frattempo sono passati 12 anni. Evidentemente per ogni cosa serve tempo, e sull’evoluzione naturale dei Deftones il fiume del tempo ha avuto un effetto benefico. Koi No Yokan ha tutto ciò che rende possibile innamorarsi di nuovo della ormai attempata ex amante. I Deftones hanno dato il massimo, e il meglio del meglio stavolta è incoronato da una sequenza di brani eccezionalmente sicura e impermeabile come l’acciaio, che però scivola volutamente tra le dita. Come un sogno. Come visioni. Come schegge di polvere di stelle che la tristezza per la perdita, l’addio e il commiato da un amico ha attirato nel mondo. Il corpo di Chi sarà anche morto, ma io so che la sua anima ora sorride felice e benedice il fatto che il cammino dei Deftones verso l’infinito continua!

Formazione

Abe Cunnigham – batteria

Stephen Carpenter – chitarra

Frank Delgado – sample, tastiere

Chino Moreno – voce

Sergio Vega – basso

Produzione

Nick Raskulinecz

Tracklist

  1. Swerve City
  2. Romantic Dreams
  3. Leathers
  4. Poltergeist
  5. Entombed
  6. Graphic Nature
  7. Tempest
  8. Gauze
  9. Rosemary
  10. Goon Squad
  11. What Happened To You?
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