Kowtow

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pendragon
Etichetta: Toff Records
Uscita: 1988
Durata: 51:52
Voto: 2/5

Con l’esordio “The Jewel” (1985), a metà degli anni Ottanta i Pendragon si sono guadagnati uno status di culto tra gli appassionati della nuova ondata di rock progressivo, quando nel Regno Unito spuntavano un po’ di band di talento la cui musica si nutriva soprattutto dell’eredità dei gruppi sinfonico-prog rock dei Settanta. “The Jewel”, pur avendo un ruolo importante nella rinascita del prog rock sinfonico, non era privo di punti deboli e quindi era lontano dallo status di capolavoro, come lo erano invece gli straordinari esordi dei campioni del neo prog rock Marillion e degli scozzesi Pallas, ma restava comunque un bel biglietto da visita per proseguire la carriera.

Invece di continuare a innaffiare gli elementi sinfonico-prog rock, i Pendragon su “Kowtow” hanno scelto una direzione sonora più commerciale, qualcosa di simile a quello che alla fine degli anni Ottanta hanno fatto i loro “cugini” neo progressive IQ. Da un lato era una scelta razionale, perché in quella fase della carriera speravano ancora di riuscire in qualche modo a uscire dal sottosuolo prog rock per approdare a palchi più grandi, insomma di fare quello che era riuscito ai Marillion, ma purtroppo non hanno mai avuto le predisposizioni necessarie per sfondare nel mondo del pop rock e conquistare le radio con un grande balzo.

Il capo della band, il chitarrista e cantante Nick Barrett, con questa voglia di successo commerciale improvviso e con un “Kowtow” condito di pop rock si è bruciato per bene: l’album offre tutto tranne quello che all’epoca si aspettavano i suoi fan (cioè un rock progressivo combattivo, sotto la forte influenza dei classici gruppi sinfonico-prog degli anni Settanta), mentre per i tradizionali ascoltatori di pop rock è ancora un filo troppo impegnativo, visto che non mancano arrangiamenti melodici, ma anche complessi. Che Barrett non abbia mai avuto doti vocali convincenti per fare il cantante di power ballad non serve nemmeno discuterlo, anche se in questa fase della carriera si è sforzato di dimostrare il contrario. Probabilmente a dare il cattivo esempio ci hanno pensato anche gli inattesi successi commerciali dei “caduti” campioni del prog Genesis e Yes a metà degli anni Ottanta. Quei vecchi volponi la transizione dal prog al pop l’hanno portata a termine in modo convincente e graduale, mentre un tentativo del genere nella fase iniziale della carriera in studio per i Pendragon sarebbe stato quasi fatale.

La più grande ironia è che questo sfortunato tentativo di transizione sonora è capitato proprio nel momento in cui il mago delle tastiere Clive Nolan, entrato nella band già prima dell’uscita del live “9:15 Live” (1986), stava diventando uno dei fattori chiave nello sviluppo del sound riconoscibile del gruppo e il grande beniamino del pubblico. Nolan coltivava un pedigree tastieristico classicheggiante e il suo stile era sotto la netta influenza del leggendario Rick Wakeman (Yes), il che significa che riusciva senza problemi, e con un tocco discreto, a suonare più tipi di strumenti a tastiera allo stesso tempo. I suoi arrangiamenti sinfonici ramificati e i suoi spiritosi interventi solistici sono spesso proprio quelli che salvano l’album dall’affondamento totale.

“Kowtow” non è privo di piacevoli sorprese, quindi bisogna prima di tutto sottolinearne i lati positivi. Qualche volta, soprattutto nella seconda metà dell’album, i Pendragon riescono infatti a risvegliare i loro geni sperimentali e progressive rock: intrecciano arrangiamenti sinfonici stratificati, dalla regia fantasiosa del signor Nolan, con delicate pennellate di chitarra che Nick, come sempre, tira fuori dalle dita con una raffinatezza eccezionale, e dimostrano perché i buongustai del prog si fossero innamorati di loro così facilmente fin dagli inizi della carriera. Un esempio è l’epica “Total Recall”, che contiene un’intera gamma di emozionanti arrangiamenti sinfonici di pianoforte e sintetizzatori. Costruiscono presto una melodia piacevole e, con alcuni incantevoli interventi di chitarra sopra un fitto strato di tastiere, creano armonie su più parti. Anche la voce “eccentrica” di Nick di solito è più convincente nei momenti drammatici. L’intreccio iniziale di tendaggi di tastiera e di una morbida melodia di chitarra acustica crea la base per un’atmosfera tesa e misteriosa

Anche “The Haunting”, più di dieci minuti, è una piacevole sorpresa, se non proprio una delizia prog rock, perché non mancano le sezioni drammatiche e i cambi inattesi di atmosfere maestose e di tempi. Le onde di mellotron sullo sfondo danno un tocco orchestrale grandioso, mentre i bruschi passaggi ritmici e le galanti incursioni di slide malinconici di chitarra sono una pacchia per le orecchie. L’abile stesura delle texture di sintetizzatore di Nolan, soprattutto a metà del brano, e la sua capacità di intrecciarle con i suoni “piangenti” della chitarra di Nick regalano i momenti migliori dell’intero album. L’atmosfera per lo più malinconico-celtica è inseparabile dall’eredità sonora e dallo stesso nome della band, quindi non sorprende che sia il miglior pezzo di “Kowtow”.

Un po’ di soddisfazione la dà anche la title track, che contiene una serie di tendaggi sinfonici raffinati e ben amalgamati, mentre la melodia centrale, basata sulla fusione di frasi di chitarra rampanti e di un delicato arrangiamento di tastiere, crea un’atmosfera drammatica e convincente. Un’ottima uscita, in cui il ritornello melodico, rinforzato da voci multiple, si intreccia con armonie sinfoniche sullo sfondo, offre un bello sguardo sulla direzione sonora dei futuri lavori in studio.

Nella categoria degli esperimenti falliti rientrano i pezzi di taglio commerciale, che dominano soprattutto la prima parte dell’album, come l’opener pop rock “Saved By You”, con un ritornello quasi da ballare e un motivo centrale più semplice di così si muore. Dei Bon Jovi con la loro versione di questo pezzo avrebbero di sicuro fatto un hit, mentre i Pendragon, in questa rincorsa ai grandi palchi, si rendono ridicoli per bene. “The Mask” è un compromesso piuttosto forzato tra prog sinfonico e pop che, a parte gli ottimi assoli di chitarra e le raffinate texture di sintetizzatore, non offre proprio nulla di particolarmente entusiasmante. La malinconica “Time For a Change”, con le finezze di chitarra melodic rock intrecciate a marcati arrangiamenti sinfonici, è l’unico dei pezzi sperimentali a taglio commerciale che risulta almeno discreto. Il ritornello epico è adagiato bene su un possente strato di sintetizzatori, peccato però che il finale improvviso e troppo frettoloso del brano dia un’impressione di incompiutezza.

Su “I Walk the Rope” Nick si prova nel ruolo di cantante di power ballad AOR, mentre l’inserimento del sassofono porta perfino una leggera brezza di jazz. La melodia romantica e la graduale costruzione dell’atmosfera malinconica sono sì convincenti, ma il timbro di Nick non è mai stato fatto per le ballad, anche se nei ritornelli lo aiutano i coristi, con Nolan in testa. La ballad successiva, “2 Am”, stendendo arrangiamenti di sassofono su generose onde di tastiere continua a flirtare con una versione leggera del jazz, mentre Nick, nell’esprimere emozioni romantiche, risulta di nuovo parecchio poco convincente. L’evidente somiglianza con il classico dei Dire Straits “Your Latest Trick” in questo caso è più una critica che un complimento. L’inno “Solid Heart”, per la sua totale mancanza di ispirazione, non meriterebbe nemmeno una menzione, se non contenesse alcuni succosi ricami di tastiera di Nolan.

Nonostante l’impostazione commerciale di “Kowtow” e l’uscita degli EP “Red Shoes” e “Saved By You”, per i motivi già detti i Pendragon hanno fallito completamente nel tentativo di conquistare le orecchie, assetate di svago musicale leggero (qualche malignone direbbe “superficiale”), della generazione MTV. All’epoca dell’uscita “Kowtow” fu per la maggior parte dei fan della band una delusione più che giustificata, e ancora oggi è il loro album peggiore. Oggi, dopo la prova del tempo, bisogna però ammettere che, nonostante la scelta stilistica sfortunata, ci si trova qualche bontà che ricorda di cosa sono capaci quando sono in forma migliore e non pensano al successo commerciale. Appoggiarsi, con più o meno successo, all’eredità dei grandi gruppi prog rock degli anni Settanta è sempre stata la loro caratteristica più apprezzata, ma anche più criticata. Solo dopo una serie di anni sono riusciti finalmente a creare un album in cui hanno trovato un compromesso riuscito tra vecchio e nuovo, suonando convincenti anche senza seguire così da vicino la possente eredità prog dei Settanta (“Pure”, 2008). Il tentativo di allontanarsi all’improvviso e a forza dalla strada sonora vincente su “Kowtow” ha quasi causato lo scioglimento della band, ma con sorpresa di molti già con l’album successivo, “The World” (1991), si sono ripresi come per miracolo.

Formazione

Nick Barrett – voce, chitarra
Pete Gee – basso
Clive Nolan – tastiere
Fudge Smith – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Julian Siegal – sassofono

Produzione

Pendragon

Tracklist

1. Saved By You (3:58)
2. The Mask (4:01)
3. Time For A Change (3:56)
4. I Walk The Rope (4:47)
5. 2 AM (4:14)
6. Total Recall (7:00)
7. The Haunting (10:40)
8. Solid Heart (4:20)
9. Kowtow (8:56)

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